Ashgabad nell'era del Ruhnama : TURKMENISTAN

adrimavi : asia : turkmenistan : ashgabad : ashgabad
viaggiatore non registrato . iscriviti e fai parte della più grande community di viaggiatori . sei registrato? effettua il login

Diario di viaggio TURKMENISTAN TURKMENISTAN
Ashgabad nell'era del Ruhnama

Ashgabad

tower of indipendence - Ashgabad
foto inserita il
03 Jan 2007 12:53
tower of indipendence - Ashgabad
Pagine 1
caratteri piccoli caratteri medi caratteri grandi

Ashgabad nell'era del Ruhnama

Località: Ashgabad
Regione: Ashgabad
Stato: TURKMENISTAN (TM)
0

Data inizio viaggio: sabato 5 marzo 2005
Data fine viaggio: lunedì 7 marzo 2005

Domenica 5 marzo, alle tre del mattino, arriviamo ad Ashgabat, non come gli antichi viaggiatori dopo mesi di viaggio inenarrabili per via dei pericoli scampati e delle mille peripezie superate, ma con un comodo volo aereo partito sette ore prima da Milano. Tuttavia un po’ di apprensione l’abbiamo, quando esplichiamo le operazioni doganali. Ottenere il visto d’ingresso dall’Italia è impossibile data la mancanza di rappresentanze diplomatiche Turkmene nel nostro paese. Ci presentiamo così muniti soltanto di un’apposita lettera d’invito del tutto incomprensibile perché scritta in cirillico. Un funzionario della dogana ci chiede il passaporto e l’invito. Vediamo i nostri documenti passare di mano in mano e da un ufficio all’altro, speriamo per più di un’ora che sia tutto a posto. Per fortuna lo è: entriamo in Turkmenistan!
L’impatto notturno con Ashgabat è sbalorditivo. All’uscita dall’aeroporto la notte ci avvolge, il cielo è nero fondo, ma diventa striato di bianco dopo pochi chilometri, al profilarsi della città, e una galassia di luci quando siamo in centro. Non si tratta di stelle, ma di potentissimi fari che illuminano a giorno faraonici palazzi e fantasiosi monumenti. L’inatteso spettacolo ci affascina e disincanta, difficile da capire, …magari domani alla luce del giorno. Andiamo a dormire e, con ancora il ronzio dei motori dell’aereo nelle orecchie, ci domandiamo: cosa ci si può aspettare dalla capitale di questa dimenticata repubblica centro asiatica, ubicata in mezzo al deserto? Nulla, sarebbe l’ovvia risposta, se non fosse per la personalità del suo primo cittadino, come avremo modo di scoprire l’indomani.
Ashgabat rispecchia l’eccentrico temperamento del presidente Niyazov, padre e padrone della nazione, nominato eroe del popolo Turkmeno dal Parlamento. Accanto ai sontuosi, quanto inutili, palazzi e monumenti, sparsi per tutta la città, è possibile leggere a caratteri cubicali la sinistra iscrizione, di hitleriani ricordi, “Halk, Watan, Turkemenbashi” ossia “Popolo, Nazione ed Io”. I ritratti di Niyazov capeggiano dappertutto così come la pubblicità propagandistica del Ruhnama, “il libro dello spirito” scritto dallo stesso Niyazov la cui introduzione è più che sufficiente ad inquadrare il personaggio.
«Mia cara Nazione Turkmena!
Siete il significato della mia vita e fonte della mia resistenza. Vi auguro una vita sana e forte.
Questo libro, “Ruhnama”, scritto con l'aiuto dell'ispirazione trasmessa al mio cuore dal Dio che ha generato questo meraviglioso universo, io scrivo.»
Dopo il pauroso terremoto del 6 ottobre 1948 che causò la morte di 110.000 persone e gli anni bui del regime sovietico, oggi Ashgabat rivive e giorno dopo giorno cerca una sua nuova identità, almeno agli occhi dello straniero, a discapito, però, della popolazione. La città cambia continuamente volto per via delle tante opere fatte costruire. Le aree demolite per far spazio a queste grandi opere sono costate la distruzione di centinaia di case e il conseguente sfratto di migliaia di persone. Oggi ad abitazioni quasi in rovina si alternano edifici nuovi o in via di costruzione, alcuni dei quali hanno anche un certo fascino architettonico, come può essere “l’Arco della Neutralità”. Sulla sommità si trova una statua di Niyazov, ricoperta d’oro, alta 12 metri e con le braccia tese verso il sole, che gira in base al percorso dell’astro. Cosa dire, poi, dei palazzi di piazza dell’Indipendenza tra cui svetta quello di “Turkmenbashi”, con la cupola d’oro, e della “moschea di Azadi” ad imitazione della moschea Blu di Istanbul? L’insieme che ne scaturisce è qualcosa di anacronistico. Il luogo comune di città in mezzo al deserto resiste malgrado le infinite fontane fatte costruire e i tanti verdissimi giardini, oggi un segno indelebile all’interno del paesaggio cittadino. Ad Ashgabat si trova la fontana più grande del mondo una vera e propria piramide alta 70 metri sui cui fianchi precipitano fragorose cascate. Chi allora verrà per la prima volta ad Ashgabat sarà costretto a ricredersi in quanto non troverà una città in mezzo al deserto. In alcuni periodi dell’anno si possono addirittura ammirare le cime innevate del Kopet Dag al confine con l’Iran. Una chicca, proprio dietro il nuovo Teatro Nazionale, su di un plinto tipicamente centro-asiatico troneggia ancora, nel centro della piazza, una delle ultime statue di Lennin rimaste in piedi dopo lo smembramento dell’Unione Sovietica. …fino a quando? Chissà?
Prima di lasciare Ashgabat cerchiamo invano di cambiare, ma le banche chiuse ci costringono a servirci del cambio in nero. Troviamo in un giovane, dallo sguardo furbo e spavaldo, l’uomo che fa per noi. Costui entra nel cortile di un palazzo e a un suo semplice fischio vediamo volare da un balcone un sacchetto pieno zeppo di mazzette di manat. Nei quartieri periferici, infine, i palazzi sono tutti uguali e assomigliano a tanti alveari, per via della moltitudine d’antenne paraboliche montate sui balconi o alle finestre. Il motivo è semplice: ad Ashgabat non esistono i cinematografi allorché Niyazov ha dichiarato i films non facenti parte dell’arte Turkmena. La vita notturna è quasi inesistente. I pub di tendenza si contano sulle dita di una mano e sono ravvivati solo in rare occasioni, quando suona qualche complesso locale, ma alle undici tutto finisce. I locali chiudono. Per quanti vogliono continuare la serata, non resta che infilarsi in una delle tre discoteche della città che dispongono di particolari licenze per tirare avanti fino all’alba.
Ecco la scorza, a nostro parere, di questa megalomane capitale che potremmo enfaticamente definire un guasto alla modernità e che conserva per certi versi molti aspetti del suo passato sovietico.
Alla periferia nord della capitale, dopo appena qualche chilometro, si è già in pieno deserto. Su uno spiazzo, riconoscibile per via delle centinaia d’automobili, furgoni e bus parcheggiati, si tiene tutte le domeniche mattina il mercato di Tolkuchka definito – l’ultimo angolo di un brulicante mondo asiatico che fu –. Migliaia di volti lo percorrono, infinite mercanzie lo ravvivano e una moltitudine di tinte lo colorano.
Vi giungiamo intorno alle nove, quando l’intensa attività commerciale è nel pieno del suo fervore. L’abbondanza dei prodotti fa’ si che il mercato sia un punto d’incontro molto animato. Parcheggiamo il nostro Nissan Terrano, un vero gioiello, in mezzo alle vecchie Lada 2107, quindi risaliamo la via che conduce verso l’arco della porta d’entrata. E se qui la ressa è tale da impedire il cammino, oltrepassato l’ingresso è ancora peggio. Al di fuori dell’immensa aerea recintata del bazar incontriamo donne accovacciate che vendono le proprie mercanzie appoggiandole per terra, su fogli di giornale. Si succedono improvvisate bancarelle, la maggior parte delle quali costituite di grandi mucchi di cipolle, che in Turkmenistan sono di tutti i colori, bianche, verdi, rosse, poi, a perdita d’occhio venditori di carote, pomodori, verdure, spezie e vere e proprie distese di ricambi d’auto.
Di là della porta, a sinistra, c’è la zona riservata ai tappeti dove s’aggira una folla variopinta che insieme al colore rosso prevalente dei tappeti crea tutto intorno un’armonia di colori che ha dell’incantevole. Di tappeti ve ne sono a migliaia: grandi e piccoli, per terra o appesi ad appositi sostegni, rotolati e srotolati. La stessa armonia di colori la s’incontra nell’area delle sete: fili, scialli, vestiti.
Camminando per il mercato gli uomini sono riconoscibili per via dei cappelli che portano: i colbacchi. Gli anziani, soprattutto, indossano ancora il telpek, un grande copricapo nero di pelle di montone, insieme al khalat, una tunica di colore scuro. Le donne portano coloratissimi scialli e lunghi maglioni.

Translate this travel in english, by Google uk

Tutela e copyright dei viaggiatori: ogni riproduzione non autorizzata dall'autore del seguente materiale testuale e fotografico è vietata per scopi diversi da quelli personali


tower of indipendence - Ashgabad

statua di Niyazov - Ashgabad

Tolkuchka - baazar dei tappeti

tolkuchka - baazar dei tappeti

donna turkmena al mercato di Tolkuchka

uomo turkmeno al mercato di Tolkuchka

Tolkuchka - baazar delle sete

moschea di Azadi - Ashgabad

fontana del Indipendence Park - Ashgabad
Loading...
Per inserire una tua domanda o commento su questo viaggio devi essere registrato.
Puoi farlo in questa pagina.
Se sei già registato, effettua il login

Come giudichi la qualità dei contenuti di questo viaggio?


Scarsa       Ottima

Come giudichi la qualità delle foto di questo viaggio?


Scarsa       Ottima

ricerca viaggi america america centrale america del sud africa europa medio oriente asia oceania
registra

il profilo di: adrimavi

  • ADRIANO SOCCHI
  • Età 18684 giorni (51)
  • BRA - VIA CRIMEA
  • "Percorrere le strade del mondo non per misurare distanze, ma per provare emozioni, trovare esperienze da condividere e parole da raccontare..."

Contatti

La mappa dei miei viaggi

Il feed RSS dei miei viaggi

>