Tra Grecia e Turchia

località: rodi, goecek, leros, samos, patmos, lipsi
regione: egeo centromeridionale
stato: grecia (gr)

Data inizio viaggio: domenica 29 maggio 2011
Data fine viaggio: domenica 10 luglio 2011

In barca a vela tra le isole greche e la costa turca.

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domenica 29 maggio 2011





29-30-31-maggio, 1-2-3-4-5-6-7- giugno 2011 Rodi.

Sono di nuovo a Rodi, assieme a mia moglie, desiderosi di partire. Viviamo la crisi greca attraverso le manifestazioni che attraversano la città. La barca non è pronta. Tempi greci. Il maestro d’ascia al quale avevo affidato la barca lo scorso giugno ha lasciato il lavoro a metà. Troppo tardi ho affidato la sua prosecuzione ad un altro maestro, un franco-italo-greco. Le cose da fare sono tantissime e le possibilità di concludere tutto in una settimana sono scarse. Irritazione e impazienza vengono continuamente alimentate da sempre nuovi imprevisti. Ci siamo sistemati in albergo dove ci ha raggiunto Gerlinde da Vienna e poco dopo Gino, seguito il giorno successivo da Maria, da Bruxelles. Ora il multinazionale equipaggio è al completo, ma a terra. Alterniamo le visite al “karnaio” con rilassanti mattinate a bordo piscina escursioni in macchina per l’isola. La Valle delle farfalle ci ha delusi. In questa stagione le farfalle non ci sono.
Dò disposizioni perché i lavori da completare siano solo quelli essenziali per poter navigare in sicurezza, lasciando perdere l’estetica. Li completeremo durante il prossimo autunno. Finalmente dopo l’intervento di elettricisti, meccanici, frigoriferisti, falegnami, pittori e quanti altri, l’ 8 maggio avviene il varo in una giornata di bel tempo e di vento debole.
Gino ha sponsorizzato Gattadapelare con un plotter che ci indicherà dove la barca va. . Il progresso avanza e la Gatta si adegua. Resta nei fori delle viti e nei resti tronchi di antichi cavi elettrici il ricordo delle strumentazioni che si sono succedute a bordo, dal radiogoniometro al sistema Loran, dal gps portatile all’attuale chartplotter. Ad ogni nuovo strumento ha corrisposto una perdita di romanticismo nautico. Mi sentivo più “lupo di mare” quando dovevo armeggiare con gli strumenti per raggiungere un risultato, il più probabilmente preciso. Con i nuovi apparecchi che mi forniscono abbondanti e precise informazioni mi sento meno arbitro della situazione.
Per non rinunciare del tutto alla poesia della navigazione “a mano”, ma anche per prudenza, faccio comunque carteggio alla vecchia maniera, pratica sempre da consigliarsi per garantirsi dagli scherzi della tecnica. Esperienza insegna.






8 giugno 2011 Rodi-Gocek. 42 miglia
Abbiamo l’ambizione, nonostante tutto, di raggiungere Castellorizo, l’isola resa famosa dal film Mediterraneo, la più meridionale delle isole del Dodecanneso e dell’intera Grecia. Le tappe lungamente studiate a tavolino dovrebbero consentirci di arrivare fino a Kekova, sulla costa turca, quasi di fronte a Castellorizo. Kekova è uno dei più affascinanti approdi fatti da Gattadapelare alcuni anni fa. Ne rimando la descrizione al diario di bordo del 2002. La prima tappa è prevista per Kala Kapi, un altro affascinante approdo turco situato in una protetta insenatura sul lato opposto di Goecek. C’è poco vento e procediamo a vela e motore. L’umore a bordo è buono. La tensione e l’irritazione degli ultimi giorni si va dissolvendo nell’azzurro luminoso dell’aria e del mare, mentre i particolari della costa turca davanti a noi si vanno delineando col nostro procedere. Entriamo in quella sorta di mare interno, di lago alpino, quale Mugla, il tratto di mare racchiuso tra la terraferma ed alcune isole di sbarramento poste parallelamente alla costa. Superato uno stretto canale tra le isole volgiamo la prua a sinistra per raggiungere l’approdo di Kala Kapi. Ma ci accorgiamo che l’alternatore non carica più le batterie e la riparazione sarà possibile solo nel porto di Goecek, ricco di caicchi e di charters e certamente anche di tecnici preparati. Rinunciamo, dunque, a goderci della serenità di questo approdo che ricordo ancora con piacere e invertiamo la nostra rotta. Le possibilità di attracco di Goecek sono numerose e guidato dalla memoria individuo quello più vicino alla zona dei negozi e dei ristoranti. Attracchiamo accanto ad una barca francese con bambini a bordo.
Le “ragazze” sono soddisfatte del posto. Ci sono dei bei caffè ed una ininterrotta serie di locali dove questa sera mangeremo “turco”.





9 giugno 2011. Goecek.

Goecek è una cittadina che vive di equipaggi e di charters. I negozi di ogni genere sono molti, come numerosi sono i caffè e i ristoranti. Facciamo una “elegante” colazione sotto i palmizi di un bar a ridosso della marina. Il vicino francese familiarizza con Gino e Maria. Racconta di essere in mare da più di un anno. Ai due bambini, soprattutto al più grande, fanno scuola, alternandosi lui e la moglie nell’insegnamento, seguendo il programma scolastico nazionale. I bambini di circa quattro e sei anni corrono e giocano liberi e felici sul molo senza tema di cadere in acqua. Né i genitori si preoccupano per loro. Lo skipper francese è una preziosa fonte di informazioni. Conosce i bravi meccanici ed elettricisti del posto e grazie a lui contattiamo gli uni e gli altri. Lavorano bene, con competenza e rapidità, tanto che a sera abbiamo l’alternatore riparato, l’impianto elettrico perfezionato e, finalmente, il pilota automatico funzionante. Dopo quattro anni di turni al timone potremo di nuovo far lavorare lui.
Domani risaliremo il vento


10 giugno 2011 Goecek-Caunus. 40 miglia.

Partiamo con comodo diretti a nord , lungo costa. Il vento, debole, ci viene di bolina e ci costringe a mettere anche motore. Raggiungiamo la baia di Ekincic dopo aver lasciato sulla nostra destra la lunga linea bianca della spiaggia che chiude la pianura formata dall’apporto di sedimenti del fiume Dalyan. Se avessimo potuto risalire i meandri del fiume saremmo giungi alle rovine di Caunus, sito archeologico di grande fascino, e più oltre alle tombe rupestri di Kaya Mezarlari. Il fiume nel corso dei secoli ha insabbiato il porto dell’antica città e colmata la baia su cui essa si affacciava, sicchè oggi la città si trova a più di un chilometro dalla linea costiera.
Vento e mare hanno rinforzato, ma non ci procurano alcun fastidio. Entriamo nella baia di Ekincic approdiamo sulla destra sotto un ristorante piuttosto imponente. E’ stata realizzata My Marina un gradevole approdo, non grande, costituito da un molo e servizi sufficienti. Ci sono solo tre barche oltre alla nostra ed il luogo trasmette un gradevole senso di pace
L’acqua trasparente invita ad un tuffo.
Ceniamo a bordo.









domenica 29 maggio 2011

11 giugno 2011 Baia di Ekincic-Baia di Bozuk. 32 miglia.

Partiamo a mattinata inoltrata per proseguire verso ovest, sempre lungo la costa, fino ad arrivare alla baia di Bozuk. Conosco lì un simpatico approdo dove già sono stato lo scorso anno con un altro equipaggio. Abbiamo il vento contrario, ma è debole e, inizialmente, ci ostacola poco. Anche oggi si va a motore. Quando arriviamo è pomeriggio inoltrato ed il vento è più intenso. L’ingresso alla baia di Bozuk è dominato, sulla sinistra, dai resti ben conservati di una imponente fortezza ellenica L’approdo, molto ridossato, è costituito da un pontile in legno, parallelo alla riva, che va a delimitare un’acqua interna in cui il taverniere turco tiene, legate con dei lacciuoli, delle cicale di mare. Siamo accolti dalle barhette delle venditrici turche di asciugamani, magliette e camiciole, che stazionano poco lontano, pronte ad abbordare ogni nuovo arrivo. Alla radice del pontile, a qualche metro di altezza, c’è la taverna denominata “di Alì Babà”. La struttura è estremamente semplice e gradevole, con una bella terrazza sul mare. Alle sue spalle la collina ornata di radi olivastri, sale fino alle mura dell’antico castro. Un paio di baracche, raggiungibili per un sentiero sassoso appena tracciato, ospitano le docce e il gabinetto Al pontile sono diverse barche; tra di esse anche due italiane. Il taverniere viene a salutarci e a chiedere se vogliamo il suo pane ancora caldo di forno e, soprattutto, se più tardi andremo a cena da lui. Il luogo è gradevole e riposante. Abbiamo anche la fugace visita di una foca monaca in esplorazione delle cicale di Ali Babà.
Ceniamo sulla terrazza, adesso ventosa assieme a quasi tutti gli altri equipaggi. Il conto è all’altezza del nome del taverniere.

12 giugno Baia di Bozuk – Serce Limani –Rodi. 17 miglia.

Lasciamo l’ormeggio e dirigiamo verso il fondo dell’ampia baia di Bozuk dove sorgono i pochi resti di un borgo bizantino, poi ne usciamo per raggiungere un’altra stretta insenatura, quasi un fiordo, ad un miglio e mezzo ad ovest. E una insenatura molto protetta, soprattutto nella sua parte orientale, dove è possibile attaccarsi ai corpi morti posizionati dalla taverna che ne è sul fondo. Tuttavia, diamo fondo all’ancora nel lato ovest per mangiare. Poco dopo sopravvengono altre barche e il luogo incomincia a diventare troppo affollato, con il rischio di sgradevoli abbordaggi. Il vento, che nel frattempo è rinforzato ci induce a ripartire per raggiungere Rodi.
Usciti da Serce Limani (Porto Serce) troviamo mare formato e vento teso al traverso. Sono d’obbligo le cerate perché le onde schiaffeggiano la barca sollevando pungenti spruzzi d’acqua. Per le “ragazze” si tratta della prima vera esperienza con mare mosso che, tuttavia, affrontano con rassegnato coraggio tenacemente aggrappate alle gallocce o ai winch. L’acqua cola dai loro cappucci e dalle maniche delle cerate. Ma ,finalmente, la Gatta corre e divora le poche miglia di che separano la costa turca da Rodi Tentiamo la sorte entrando nel porto di Mandraki e siamo fortunati perché troviamo un posto libero e lo occupiamo con grande soddisfazione. Non è facile ormeggiare qui, molte barche restano alla ruota nelle rade più a sud. Il nuovo, grande porto turistico di Rodi è da anni in costruzione e non se ne prevede la fine dei lavori.
Partono Maria e Gino. Questi sono i momenti più melanconici delle nostre crociere. I ricordi fanno già la loro comparsa nel momento stesso in cui gli eventi inducono a renderci conto che questo equipaggio ha concluso la sua esperienza marinara. I ricordi ci accompagneranno nei prossimi mesi affievolendosi e confondendosi nella memoria fino a quando la lettura di questo diario li ravviverà e arricchirà di sensazioni postume, decantate dalle sgradevolezze di alcuni momenti negativi.
Il resto dell’equipaggio, le “ragazze”, che hanno finito essere tali, e .lo scrivente, cenano dal “Meltemi”, simpatica taverna in riva al mare




13 giugno 2911 Rodi

Oggi è ancora giornata di partenze. Resto solo fino all’arrivo di Gianfranco (detto Polo).
La giornata trascorre tra lavori e acquisti di materiali vari per la barca.

14 giugno 2011. Rodi.

Ancora lavori in barca. Vengono un paio di tecnici per gli ultimi aggiustamenti.

15 giugno 2011. Rodi

In serata arriva Pino reduce dalle Americhe. Scorta una giapponesina esperta in cose italiana. Parla un italiano corretto e resta a mangiare con Pino mentre noi, già sazi di una pizza greco-italiana, facciamo loro compagnia a tavola. E’ una persona colta e ci stupiamo come questi orientali sappiano così tante cose della cultura occidentale, dei nostri musicisti, pittori, filosofi, mentre noi ignoriamo quasi tutto della loro.
Ci lasciamo con simpatia e si va in cuccetta nella nostra pensione galleggiante.

domenica 29 maggio 2011

17 giugno 2011- Rodi-Tilos. 41,5 miglia.

Il nuovo equipaggio formato da Pino alla sua quarta esperienza su Gattadapelare e Gianfranco ci svegliamo intenzionati a raggiungere Tilos a circa miglia 40 a nord-ovest. A Tilos . c’è una taverna in cui ruota sempre allo spiedo una saporita capra profumata dai fumi delle erbe mediterranee. Dopo colazione, riuniti intorno al tavolo, facciamo carteggio e rotta. Il programma è quello di raggiungere poi Paros in quattro tappe e poi proseguire per Samos dove avverrà un altro cambio dì equipaggio
Facciamo cambusa, non tanta come ormai l’esperienza di molti anni di barca ci ha insegnato. Da mangiare quanto basta per un frugale pranzo in navigazione, un po’ di olive, del pane, qualche pomodoro e formaggio. Soprattutto molta acqua, possibilmente frizzante, .per me. Ma la maggiore attenzione va all’acquisto di ghiaccio. Non avendo un frigo funzionante lo usiamo come ghiacciaia. E l’ouzo senza ghiaccio vale la metà. Il ghiaccio migliore e quello a “colonna”, riservato ai pescatori per conservare il pescato. perchè più compatto e, quindi, più duraturo, ma non è adatto per le bevande “on the rock” perchè quasi sempre è fatto con acqua non potabile..
Il primo problema lo incontriamo appena molliamo gli ormeggi. L’ancora si è “incattivita” con qualche cosa a sette metri di profondità. Dopo le usuali, infruttuose, manovre di disimpegno non resta che affidarsi ad un sommozzatore. Gianfranco, inaspettatamente, si dichiara capace di immergersi e lavorare in apnea a quella profondità in acque non proprio trasparenti e, sospettiamo, anche poco pulite. Le barche in porto sono tante e l’ora mattutina è quella dell’uso dei “cessi” di bordo (termine propriamente nautico per indicare i wc, e in questo caso molto appropriato per definire lo stato di purezza dell’acqua). Chiede solo una muta. La Gatta, sarà quel che sarà, ma è provvista di tutto. Infatti dal fondo di un gavone dove riposava da almeno sedici anni, tiro fuori la parte superiore di una muta di colore nero antracite. Chiusura lampo ormai fuori uso, taglio antiquato, ma ancora in grado di svolgere la sua funzione.
Dopo un paio di tentativi riesce a disincagliare l’ancora impigliata in ben due catenarie.
Lasciamo Mandraki , passando tra le due colonne sormontate dai simboli di Rodi, due caprioli. Le colonne indicano i punti, dice la legenda, dove poggiavano i piedi del Colosso. Usciti dal porto dopo aver ben arrotondato la punta orientale di Rodi, pericolosa per il basso fondale, prendiamo la rotta con mare poco mosso e vento contrario. Procediamo a vela e motore lasciando sulla nostra sinistra le isole di Alimia e Halki fino a raggiungere, verso l’imbrunire, l’insenatura sul fondo della quale si stende il piccolo borgo di Tilos. La baia è ben protetta dai venti del quarto quadrante ed il mare al suo interno è del tutto tranquillo. Nel piccolo porto non troviamo posto e diverse barche si trovano sull’ancora davanti alla spiaggia. Tra queste incontriamo di nuovo Simone, con il quale, una sera, nella baia di Alimia, scambiammo le nostre risorse: noi gli demmo un po’ del nostro gas e loro ci regalarono un po’ della loro pasta. Il mattino dopo lavorammo poi a lungo per liberare le nostre catene che, per via delle giravolte fatte dalle nostre due barche rimaste tra loro accostate per tutta la notte, si erano aggrovigliate tra loro..
Ma ‘stasera la capra non c’è. Domani, dice il taverniere, ma domani saremo ad Astipalea, inschallà.


18 giugno 2011 Tilos-Cnidos 28,5 miglia

La notte trascorre tranquilla. Fuori della baia incontriamo il vento, non forte, ma contrario. Saremmo intenzionati a raggiungere Astipalea a 55 miglia a nord ovest. Doppiamo la e punta settentrionale di Tilos e ci orientiamo sulla nuova rotta- Il mare è formato e crediamo che superato lo stretto tra Tilos e un isolotto più a nord esso ci sarà meno ostile. Si procede a motore per qualche miglio e facciamo, faticosamente, tre nodi con onde e vento di prua. La barca soffre, sale con fatica e scende con forti splash nel cavo dell’onda. Ci vorranno almeno dieci ore di motore e di sofferenze per arrivare alla meta e prendo una decisione saggia. Comunico al mio equipaggio che si cambia rotta e si segue il vento; l’ approvazione è piena e quasi avverto il sospiro di sollievo dei gattonauti già rassegnati ad una pesante giornata di mare. Dirigo su Cnidos, sulla costa turca, un approdo che conosco bene e che garantisce un tranquillo approdo ed una taverna gradevole, in un interessante contesto storico ed archeologico.
Ora prendiamo il vento al lasco e filiamo cavalcando le onde a cinque-sei nodi. Gattadapelare ci sta dando la soddisfazione che ci aveva negato poco fa.
La baia meridionale di Cnidos è ben protetta dai venti. L’imbarcadero è più il vecchio pontile traballante di anni addietro, ora è nuovo e solido e.meno accattivante. Da qui si ha la visione sulle rovine dell’antica e, allora famosa, città.. L’anfiteatro è la struttura più vicino alla riva. Gli spettatori avevano di qui la visione del porto commerciale e delle navi che vi erano ormeggiate. Ora, dopo più di venticinque secoli, altre barche occupano le stesse acque, in una continuità temporale che mi affascina. Ci sono molte vele con numerose bandiere. Le barche italiane, che nel passato erano rare, oggi si incontrano in ogni approdo. Ma numerose sono anche quelle battenti bandiera tedesca e anche austriaca, molte quelle francesi e inglesi. Al pontile non c’è più posto e, nonostante sia ancora il primo pomeriggio, molti velieri si trovano alla ruota. Abbiamo la fortuna di occupare il posto di uno sloop in partenza e ormeggiamo all’inglese. Paghiamo una piccola tassa d’ormeggio a dimostrazione che i tempi cambiano e il “gratis” tende sempre più a scomparire.
Anche l’accesso agli scavi, che era libero la prima volta che fui qui con mia figlia Marzia, oggi è a pagamento e severamente controllato da guardiani che non permettono neppure l’avvicinamento esterno alla rete di recinzione. Una sensazione sgradevole che appanna l’emozione provata la prima volta che passeggiammo tra le antiche rovine raccogliendo coccetti privi di interesse archeologico, ma ricchi del fascino in loro trasmesso dell’operosità di antiche mani.
Vagabondiamo tra i resti di Cnidos affacciandoci su precipizi che finiscono in mare, seguendo vaghi sentieri creati dal calpestio dei rari visitatori di questo sito il cui nome oggi è quasi ignoto ai più. Il vento muove le erbe secche ed i cespugli intorno a strappando loro i profumi del mediterraneo che respiriamo assieme alla profonda malinconia del luogo. Mi è compagno in questo momento Giacomo Leopardi e mi commuovo nel declamare sottovoce la sua “ ..Sera del dì di festa:…. Or dove è il suono di quei popoli antichi… l’armi e il rumorìo che n’andò per la terra e l’òceano; tutto è pace e silenzio e tutto tace il mondo e più di lor’ non si ragiona”. Come sembrano ispirati da questo luogo i versi del poeta !
Ceniamo in barca certi che la nuova gestione della taverna sia più cara di quella del vecchio proprietario (che avevamo soprannominato per le il suo Slancio “gotico” Turcoilcorto) che già ci sembrava abbastanza salata.

domenica 29 maggio 2011

19 giugno 2011- Cnidos-Bodrum. miglia

Partiamo intenzionati a raggiungere la marina di Kos, ma appena superiamo l’alto promontorio che chiude ad ovest la baia vediamo che il vento ci è contrario. Il bello di aver tempo a sé e avanti alla prua è che si può volgerla dove il ventoconsiglia. Conosciamo, Pino ed io, una gradevole insenatura a sud di Bodrum dove già trascorremmo una notte due anni orsono. Dirigiamo, dunque, ad est e filiamo leggeri su un mare poco fastidioso. Ma Gattadapelare vuole ricordarci che il suo nome non le è stato dato a caso. Giunti in prossimità della costa avvolgiamo il fiocco, accendo il motore e…e la marcia non ingrana. Sorpresa, sconforto e perplessità. Cosa fare ? Dare fondo davanti alla costa vuol dire non avere facilità a trovare assistenza meccanica; più avanti c’è un rimessaggio, ma sarebbe impossibile entrare nel bacino di alaggio con questo mare e questo vento, dunque dobbiamo arrivare a Bodrum che si trova a circa sei miglia più a nord. Ma dobbiamo risalire a vela un canale tra la terraferma e una lunga isola che dista uno/due miglia dalla costa e con il genoa terzarolato so che non potrò stringere molto di bolina. Impieghiamo oltre due ore con numerosi bordi che, nei punti più stretti del canale, ci fanno avanzare di poche centinaia di metri, Intanto telefono all’amico Gino che si trova a Bruxelles perché prenda accordi con la marina di Bodrum che ci mandi un gommone per entrare in porto. Intanto abbiamo raggiunto l’imboccatura del porto e cerchiamo di mantenere la posizione e distanza facendo virate su virate, evitando barche, caicchi e motoscafi che entrano ed escono. Da Bruxelles Gino mi dice che l’assistenza vuole le nostre coordinate. Dopo alcuni nervosi scambi di pareri, sempre intermediati da Gino, capiscono che ci troviamo proprio davanti all’imboccatura e ben visibili dal gommone di servizio. Finalmente il gommone ci raggiunge e spinge fino in fondo alla banchina della marina. Siamo, dunque, arrivati e lasciamo sciogliere la tensione di queste ore con una abbondante doccia nei freschi bagni della marina di Bodrum. Fuori fa molto caldo.
Oggi è sabato e fino a lunedì nessuno lavora. Cerchiamo un meccanico che, salito a bordo, diagnostica la rottura del cambio e “qualcosa” di irregolare all’elica.
Facciamo alare e cerchiamo una sistemazione a terra per la notte.
Bodrum è una vivace città turistica con un ampio porto dove è concentrata una moltitudine di caicchi ed una attrezzata moderna marina. Sulla collina che chiude la baia sorgeva una delle “sette meraviglie del mondo” il monumento funerario del re Mausoleo. Oggi del mausoleo rimangono scarsi resti marmorei e molta fama postuma. Ad una estremità della baia sorge il castello deii cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di S.Giovanni di Gerusalemme a dominare l’ingresso del porto. Una grande bandiera rossa con la mezzaluna garrisce al vento sul bastione del castello.
Dovremmo fare le pratiche per il transit-log, un adempimento burocratico lungo noioso e costoso che equivale ad un’importazione temporanea della barca. Per quanto ne so i turchi danno a questo documento una grande importanza, tanto che sarebbe molto complicato incrociare tra le isole greche e gli approdi turchi dovendo fare ogni volta ingressi ed uscite dalla Turchia. Ma questa volta “mi dimentico” di andare in giro per gli uffici competenti, anche perché è sabato e spero di partire lunedì, filandocela “all’inglese”.
Nel pomeriggio inoltrato ce ne andiamo a cercare una spiaggia che troviamo a sud del castello. Questo da un lato va a proteggere un’ampia baia orlata da una lunga, seppure stretta, spiaggia dove i bodrumiani (si dirà così ?) vano a fare il bagno. Ed infatti ce ne sono molti. Un po’ più al largo diverse barche si trovano alla ruota perché questo specchio d’acqua è piuttosto protetto dai venti del terzo e quarto quadrante
Ceniamo in una delle innumerevoli trattorie che si snodano lungo la passeggiata a mare e ci ritiriamo nel bed-and-breakfast che Pino ha scoperto vicino alla marina.

20 giugno 2011 – Bodrum

Domenica. Caldo afoso che toglie la voglia di uscire dalla frescura della nostra camera. Facciamo colazione a bordo della piccola piscina che è al centro della costruzione, realizzata quasi come un riad e me ne torno in camera. Mentre attendo il rientro dei miei compagni in giro per la città seduto davanti al l condizionatore e con in mano un bicchiere di raki, l’uzo turco, leggo in una rivista la descrizione delle isole greche. La memoria, indifferente alle lamentose nenie turche che trasmette la radio, torna alle crociere del passato. Le foto della rivista mi portano a riesumare ricordi sepolti nell’angolo delle mente in cui sono gelosamente custoditi. Essi, senza alcun ordine né logica, si mi appaiono alla mente pigramente impigriti nell’attesa forzata della sera, in questa stanza.
Ricordo il tonfo delle onde sugli scogli messi a protezione della stradina che corre lungo il mare di Mandraki, a Nisiros. Eravamo seduti ad una taverna e davanti a noi una fila di polipi messi ad asciugare all’aria esaltava la grecità dei luoghi. Ecco la bianca piana del cratere e la deliziosa piazzetta di Nikia, paese di poche case poste a dominare un mare su cui isole lontane tracciano vaghe ombre celestine. I mosaici del palazzo del Gran Maestro di Rodi, la Skopelos del film Mamma mia, il piccolo porto di Diafani a Karpatos, l’approdo notturno a Kekova , in Turchia, richiamati dalle luci agitate a riva per indicarci al pontile di quale taverna attraccare, la luminosità di Patmos vista dalla Chora, il solenne tempio di Egina….Non so quanto tempo sia rimasto a nuotare tra i ricordi, ma quando tornai a riva il tempo era trascorso e la sera era vicina.
Mangiamo in una delle tante taverne che si affacciano sul lungo lungomare di Bodrum e dopo una sosta ad un disco-bar all’aperto con musica life, ce ne andiamo a dormire.


domenica 29 maggio 2011

21 giugno 2011 Bodrum-Kos. 11 miglia
Il meccanico ha trovato il pezzo da sostituire e, finalmente, possiamo far varare la Gatta e riprendere il mare. E’ troppo tardi per una lunga tratta, dunque ci dirigiamo a Kos dove ormeggiamo nella marina. E’ questa una bella marina, con dei buoni servizi e con una postazione di polizia portuale dove, dopo tanti anni di massima libertà di azione, fui obbligato, due anni fa, a fare dei documenti, una sorta di dichiarazione dei membri dell’equipaggio e di intenti, e pagare ventiquattro euro di tassa di stazionamento presso un affollato ufficio del centro. Anche questa volta vengo sollecitato a presentare la lista d’equipaggio e a farmi timbrare un grosso foglio su cui sono riportati gli ingressi e le partenze di Gattadapelare. Il tutto ha un’aria formalmente burocratica senza particolari coinvolgimenti normativi.
Passeggiata e cena in centro.
Kos è una bella cittadina, con notevoli aree archeologiche ellenistiche e romane che si insinuano tra le costruzioni più recenti e con un miscuglio di architetture che vanno dal medio evo all’occupazione italiana, passando per il periodo della dominazione turca. Sotto certi aspetti assomiglia moltissimo a Rodi, con cui ha condiviso le vicissitudini della storia. Fu patria di Ippocrate cui la città ha eretto un bel monumento e conserva un centenario platano sotto il quale, si dice, il grande medico insegnò la sua arte ai contemporanei,Oggi Kos è soggiorno amatissimo degli svedesi che si vedono ovunque girare in bicicletta.



22 giugno 2011 Kos-Pserimos. 12 miglia

L’idea è di arrivare a Kalimnos sulla costa orientale e ormeggiare in una baia solitaria dalla quale si può raggiungere una taverna posta a qualche centinaio di metri nell’interno. Conosco il luogo per avervi già trascorso, anni addietro, una notte ascoltando i racconti del gestore che era anche pescatore di spugne e maestro elementare. Incredibili racconti di una comunità povera ai limiti della sopravvivenza che era vissuta della fortuna dei pescatori di spugne e delle magre capre che pascolavano sui dirupi dealla valle
Subito dopo aver doppiato la punta orientale dell’isola di Kos le condizioni del vento ci fanno desistere dalla rotta programmata. Siamo costretti a poggiare e a procedere di bolina verso l’isolotto di Pserimos. Non conosco l’approdo che si dice essere gradevole ed infatti entriamo in una insenatura piuttosto protetta dove troviamo posto sulla sinistra ad un breve molo tra tre barche, una delle quali italiana. Sul fondo dell’insenatura una larga spiaggia sabbiosa ospita alcune taverne e un grumo di case. Il tutto dà la sensazione di essere un angolo tranquillo di Grecia insulare anche se meta giornaliera di gitanti che la raggiungono con i barconi da Kos. Ma a quest’ora non c’è più nessuno tranne qualche turista stanziale tedesco.
Si ripete la visione della anziana paesana che si bagna in mare vestita di nero.
Immagini di un mondo sparito
C’è risacca, segno che fuori il mare è più mosso. Domani dovremo risalire il vento e la barca è una cattiva bolinatrice. A vela di prua è un vecchio genoa che quando è parzialmente avvolto sull’avvolgifiocco forma una sacca in cui si ingolfa il vento facendoci sbandare e impedendoci di stringere il vento. Faccio conoscenza dell’italiano della barca accanto. Mi dice che fuori il vento è a 6-7 della scala Beaufort e che lui in tali situazioni usa la vela di trinchetta.
Seguendo il suo consiglio armo la barca con uno strallo di trinchetta e monto la tormentina, unica vela che posso inferire sullo stralletto. Sembreremo troppo timorosi ?
Chiedo in giro se c’ è un collegamento wi fi. Mi guardano perplessi senza capire.

23 giugno 2011- Pserimos-Leros . 24 miglia

L’italiano è partito presto consigliandoci di risalire Kalimnos dal lato orientale. Invece, dopo aver imboccato il canale che divide le due isole decido che non seguirò il consiglio e costeggiamo la parte occidentale di Kalimnos. La Gatta, armata così, procede benissimo, poco sbandata e veloce sicchè nel pieno pomeriggio entriamo nell’ampia insenatura di Lakki a Leros. L’insenatura è ben protetta da tutti i venti e fu base navale della Marina italiana durante il governatorato del Dodecanneso e la seconda guerra. Un ottimo approdo, ma un po’ triste. Di grecità non vi è traccia- Si vedono postazioni di mitragliatrice sulle rocce all’ingresso della baia, capannoni militari e costruzioni in puro stile fascista. Sembra di essere nella pianura pontina. Sul fondo una grande marina ospita moltissime barche. Troviamo posto a sinistra su un molo libero, ai confini di un’altra piccola marina servita da un bel caffè e da servizi igienici. Seppure non ci appartangono li usiamo sfacciatamente. C’è il collegamento Wi Fi e ci aggiorniamo sulla posta giacente in rete.
Senza alcuna cura trascorriamo il tempo tra il rifornimento della cambusa e lunghe sedute al bar a combattere la calura.

24 giugno 2011 Leros-Lipsi .14 miglia

L’equipaggio di Gattadapelare si è assottigliato. Partiamo per fare le poche miglia che separaano Leros da Lipsi, dove la legenda vuole vivesse la dea Calipso e che fu dolce prigione di Ulisse per sette anni. L’isola è molto gradevole e poco affollata, Turismo di massa non ce n’è perché offre poco al turista d’assalto. Il paese è piccolo, ben organizzato, tipicamente isolano con un’architettura che già si distacca da quella neoclassica dodecannesiaca per diventare già cicladica. Case bianche a tetto piatto, una imponente ed importate chiesa a dominare il porticciolo. Non ci sono locali per la movida. Un paio di piccoli alberghi, un molo per le barche da turismo, alcune taverne, un “supermarket” abbastanza fornito ed un unico bar “moderno” frequentato dai villeggianti che, però lo alternano con un paio di più tipici “kafenion” greci.
Le soste a Lipsi sono sempre gradevoli. L’atmosfera che vi si respira è quella del borgo sereno, pigro nel suo angolo egeo, senza pretese. I vecchi lipsioti parlano ancora un italiano arrugginito dagli anni appreso a scuola durante il governatorato italiano.
Arriviamo che non c’è un posto comodo tra le altre barche, né voglio ritrovarmi con l’ancora incattivita come già accadde le altre volte che fummo qui. Ormeggiamo, dunque, all’inglese sulla testa del molo con un vento teso, ma non problematico perché ci arriva dalle “ore 2” e tiene la barca discostata dal molo. Gianfranco dovrà lasciarci. Ha un appuntamento a Milano.
Trascorriamo la giornata tranquillamente in attesa di andare a cena alla nostra taverna preferita.

domenica 29 maggio 2011

25 giugno 2011 Lipsi-Marathi 7,5 miglia

Le previsioni danno tempo cattivo con forti venti da nord-est. Ma ancora non si avverte alcun mutamento delle condizioni meteo. Comunque vogliamo raggiungere Marathi, la nostra Thule, e salpiamo prima che il vento aumenti. Dopo poche miglia siamo davanti alla “laguna blu” di Arki il La laguna blu è cosi chiamata per il colore delle sue acque dovute alla presenza di banchi di sabbia bianchissima. La costa è formata da rocce marmoree che sono all’origine del fenomeno. E’ un luogo molto ameno, protetto dai venti dominanti ed è frequentato da alcune barche, che sonnecchiano alla ruota, e da un paio di caicchi con la cima a terra. La trasparenza dell’acqua invita a deliziosi bagni. Poiché il vento si mantiene leggero ci fermiamo mettendoci sull’ancora , alla ruota
Nel primo pomeriggio percorriamo l’ultimo, breve, tratto di mare che ci separa da Marathi e avvisiamo ripetutamente Mikalis del nostro arrivo suonando la sirena. Mikalis, piccolo, magro, piratesco proprietario di una delle due taverne del posto ci invita, finalmente, ad attraccare al suo moletto, grande privilegio riservato solo a pochi eletti. Ci conosciamo da una diecina d’anni e ci accoglie con gli usuali saluti e battute scherzose sulla persona di Skipper Katastrofìa. Sul molo sventola la bandiera nera con teschio e tibie. Ci sono diverse barche alla ruota che rivegliano in me la sensazione che la mia Grecia delle isole sta rapidamente cambiando. Questo approdo era poco noto e ogni volta che ritorno vi trovo sempre più barche ormeggiate sui corpi morti messi a disposizione dalle taverne. Anche le barche italiane, che erano una rarità, ora sono sempre più presenti. Quello che era un angolo di paradiso quasi esclusivo si va scolorendo nella frequentazione sempre più insistente di imbarcazioni di tutte le bandiere.
Il vento, che nel frattempo va aumentando ci spinge sul molo, sempre più violentemente. Metto tutti i parabordi sul lato interessato e ne aggiungo un paio avuti da Mikalis. Anche se l’onda non ha spazio per formarsi tuttavia la barca soffre e geme sui parabordi.
Trascorro la notte in dormiveglia, controllando ogni tanto la situazione



26 giugno 2011. Marathi

Oggi il vento è diminuito d’intensità. Qui a Marathi non c’è alcun motivo di stress. Non auto, né radioline, non bagnanti che giocano a palla sulla sabbia, non bambini vocianti. Tutto scorre in un abbandono del corpo e della mente che rasenta la letargia. La musica che si diffonde sottovoce dal pergolato della taverna è rigorosamente greca. Sdraiati sulla riva, o dondolandoci sulla sdrucita amaca legata a due annosi tamerici, lasciamo liberi i nostri pensieri vagabondare nel cielo senza nubi di questo Egeo nostro e degli dei. Belati di caprette e chicchirichì di galli. Sfumata consapevolezza che nulla possa accadere, nulla possa venire a turbarci
Ogni tanto una barca spunta da dietro un isolotto che chiude a sud questo tratto di mare e ogni volta ci si chiede chi saranno gli occupanti. Di quale paese ? Si fermeranno da noi o proseguiranno ? Mangeranno alla taverna o resteranno a bordo ? Ci poniamo, oziosamente, oziose domande le cui risposte non ci interessano. Questa è Marathi.

27 giugno 2011 Marathi

Abbiamo tempo per dedicarci alla pigrizia ancora oggi. Il cambio d’equipaggio avverrà tra tre giorni a Samos. Nella luminosità di questa isola non più lunga di poche centinaia di metri ed ancor meno larga, ci lasciamo andare al riposo dei corpi e delle anime. Visitiamo la minuscola chiesa dalla cupola blu, a sentinella delle povere rovine del primitivo villaggio sorto sul crinale spartiacque di Marathi, ancora abitato nell’infanzia di Mikalis. Ciò che resta di quelle dimore (chiamarle case sarebbe fuorviante) sono massicce, basse mura fatte di sassi accumulati a secco. Formavano piccole stanze dove si stava a malapena in piedi. I resti di qualche tetto mostrano una trama di rami, canne e alghe messe a formare una sorta di protezione dalla pioggia garantita da un po’ di malta spianata sul materasso di alghe secche. Stretti passaggi tra le costruzioni erano le vie del villaggio formato in tutto da una diecina di abitazioni. Sembra di vedere i resti di un insediamento protostorico. Così, immagino, fossero i villaggi ai tempi di Ulisse. Nulla lascia pensare che ci sia stata una evoluzione nelle condizioni di vita da quei tempi lontani al momento in cui questo villaggio fu abbandonato. Potrebbe essere un sito archeologico riportato alla luce e poi abbandonato per mancanza di fondi.

28 giugno 2011. Marathi-Samos. 24 migli
Lasciamo Marathi con un vento debole da nord-ovest, più avvertito nel canale che separa quest’isola con quella di Arki. Al di fuori del canale poggiamo per dirigere la prua in direzione di Samos che ci appare ben delineata nelle trasparenza dell’aria. In poco tempo raggiungiamo il porto di Pitagorio e troviamo un posto libero proprio al centro del molo. Scopriamo subito il perché di tanta fortuna: proprio sotto la nostra poppa c’è lo sbocco di uno scarico maleodorante. Ormai siamo ormeggiati e la posizione strategica ben vale un po’ di sacrificio olfattivo. Diritto davanti a noi, o meglio, dietro di noi, c’è il rettifilo della strada principale del paese e subito, a destra e sinistra, la serie di caffè e ristoranti che caratterizzano questo approdo. Pitagorio è molto turistico, punto di arrivo di diverse compagnie aeree e di smistamento per varie isole dei dintorni. Da qui partì Pitagora (l’antico molo è ancora riconoscibile) per recarsi a Crotone, non certo come turista, bensì come esule volontario perché non c’era posto a Samos per un personaggio così ingombrante come lui. Il contesto portuale è gradevole, ma ricorda molto tutti gli altri approdi turistici. La medesima serie di locali e di negozietti come ne abbiamo incontrati a Skiatos, a Naxos, a Mikonos a Santorini e in tutti gli altri luoghi frequentati dai viaggiatori low cost. T-shir, bermuda e bottiglietta d’acqua in mano, streotipo di inquinatore della poesia egea che è nel nostro cuore
Ceniamo ad un tavolino sulla riva del mare

domenica 29 maggio 2011

29 giugno 2011- Samos

Gattadapelare rimane senza più equipaggio in attesa dell’arrivo dei prossimi gattonauti. Trascorro la giornata facendo pulizie a bordo, preparando cuccette e biancheria pulita e stando seduto a lungo al caffè vicino alla barca a bere ouzo e leggere il giornale.




30 giugno 2011 Samos.

Arrivano ad interrompere la monotonia dell’attesa mia figlia, la mitica seconda dei tempi passati, ma che il ruolo di madre non ha del tutto obliato e le speranze future di Gattadapelare, Maia e Sebastian accompagnate dal padre, gattonata brevemente prestato al mare dalla sua attività di architetto. I piccoli si impossessano della barca che ispezionano scrupolosamente e criticano per le sue carenze estetiche. Di fatto la coperta, che avrebbe dovuto essere rifatta in tek-dek è stata per quest’anno solo malamente verniciata; i mobili interni, rifatti, ma non ancora finiti, presentato vari difetti funzionali. Le rotaie delle scotte del genoa sono state rimontate troppo avanti e non consentono di mettere bene a segno la vela di prua. Però la barca va e la lasciamo andare.
Pitagorio ha un piccolo, ma ben organizzato museo archeologico in prossimità degli scavi che visitiamo nel pomeriggio. Più tardi, si va a cenare in fondo al paese, dove, in riva al mare, si allineano diverse trattorie. Cenetta simpatica allietata da nenie popolari locali cantate dal menestrello del locale. Ci vuole un grande amore per la Grecia riuscire a trovare belli questi canti che, sembrano, al non iniziato, estremamente monotoni.

1° luglio 2011. Samos-Fourni. 33 miglia

La mattinata poco ventosa vede Gattadapelare dirigersi verso le isole Fourni. Sono queste un gruppo di isolette di fronte a Ikaria che già conosco e che , solo recentemente si sono timidamente affacciate al turismo. Tra l’isolotto di Samiopula e Samos corro un grave pericolo per la mia superficialità dovuta all’infondata sicurezza in me stesso. Il fatto è questo: anziché consultare la carta nautica, come la normale prudenza consiglia, procedo a motore passando- me ne accorgo all’ultimo momento- accanto ad uno scoglio a pelo d’acqua non visibile prima per via della tranquillità del mare. Lo scoglio, non segnalato, è piuttosto lontano dalla costa di Samiopula ed è, a maggior ragione molto più pericoloso perché inaspettato. Ho subito pensato al naufragio di Piero Ottone davanti alla costa del Marocco avvenuto per un medesimo motivo, ed ho tremato all’idea di perdere l’amata Gattadapelare infilzata su uno scoglio di questo mare tanto amato.
A Fourni-paese ormeggiamo accanto ad una barca italiana che ci lascia condividere l’attracco. Il paese ci piace per la sua semplicità e serenità. Una stretta via, fiancheggiata da alberi alla cui base sono amorevolmente piantati dei gerani porta, in lieve salita, ad una piccola piazza sulla quale si affaccia un kafenion e un forno. Qui alcuni tavolini e seggiole dipinti in azzurro danno ospitalità agli anziani del paese che vi trascorrono intere giornate in sporadiche conversazioni intervallate da lunghe pause. Una vecchia donna e poi un vecchio mi raccontano di un antico re seppellito in un bel sarcofago che fa mostra di se al bordo della piazzetta sotto la chioma di un maestoso platano. Con il mio rudimentale greco faccio fatica a capire tutto, ma mi basta per sapere che quando fu aperta la tomba vi fu rinvenuto un elmo ed una spada, trasportate poi al museo nazionale di Atene. Il vecchio ha ottantacinque anni,suo padre arrivò a centocinque e suo nonno a centoquindici. Sarà l’aria ed il pesce delle Fourni e la vita calma e serena che vi si conduce a rendere così longevi gli abitanti ?
Lungo la stradina si aprono numerosi microscopici “supermarket” dove facciamo cambusa. Per avere un po’ di ghiaccio devo chiederlo alla taverna dove abbiamo mangiato.
Ceniamo nuovamente all’usuale taverna che si affaccia alla via che corre lungo il porto.

2 luglio 2011. Fourni.

Questa mattina sulla piazzetta è arrivato un pescivendolo che ci ha offerto quattro grossi palamidi per pochi euro. Li compriamo perché abbiamo intenzione di andare a cercare in barca un approdo per fare una grigliata. Partiamo, dunque, dirigendo a sud. Dopo lo stretto canale tra Fourni e l’isolotto di Thymaina, la costa di Fourni offre alcune calette solitarie e protette dai venti dominanti. Oggi, comunque, vento non ce n’è e dopo poche miglia individuiamo una cala invitante. Filata l’ancora a qualche decina di metri da riva sbarchiamo a più riprese viveri e attrezzature e ci organizziamo sotto l’ombra dell’unico misero alberello un desco per mangiare. Il luogo è quanto meglio si possa sognare nei mesi invernali quando, seduti dietro il tavolo da lavoro, vediamo gocce di pioggia scivolare lungo il vetro della finestra. Una mezzaluna di spiaggia terminante con due speroni rocciosi e con le spalle rivolte ad una modesta valle risalente verso la collina. L’acqua del mare è assolutamente limpida e Maia e Sebastian la possiedono con l’entusiasmo dell’infanzia felice. Padroni del tender, navigano per l’intorno senza timori nè ostacoli.
Siamo noi tutti liberi nel corpo e nello spirito.
Questa è la nostra Grecia, questo il nostro mare !
Torniamo in porto dove attracchiamo nuovamente accosto ad una barca italiana. Lo skipper è un nonno con i suoi tre nipoti, presumiamo. Ci avvisano di passare delle cime a terra e di scalare gli alberi delle nostre barche per evitare che le crocette si incastrino tra loro. Questa notte arriverà un grande traghetto che ormeggerà a pochi metri da noi, in testa al molo, e sommuoverà molta acqua durante le manovre.
Si cena a terra a pochi metri dall’ormeggio.

3 luglio 2011 Fourni-Marathi. 24 miglia

Stanotte mi sono svegliato alle quattro a causa di rumori e voci concitate sul molo. Mi sono affacciato è ho trovato a pochi metri da me un enorme traghetto che scaricava camion e passeggeri. L’acqua sotto la nostra barca ribolliva mentre le cime erano tese al massimo. Tutti gli altri a bordo dormivano. Ho fatto un film, nel buio della notte illuminato da fari delle auto e dalle luci di bordo, per mostrarlo al risveglio del mio equipaggio. Il tutto, sbarco imbarco e partenza , è durato pochi minuti. Poi la nave si è allontanata nello sfolgorio delle luci dei ponti per perdersi all’orizzonte che, intanto, iniziava a schiarire nell’alba incipiente. Sono tornato in cuccetta mentre il molo tornava silenzioso.
Oggi si parte per Marathi. Dopo colazione lasciamo l’ormeggio ormai vuoto di barche. Gli altri sono partiti prima di noi. Di nuovo una giornata di luce e poco vento. Dirigiamo a sud. Dietro di noi l’isola di Ikaria si staglia lunga e montuosa. Racconto ai piccoli gattonauti la legenda di Icaro, ma già la conoscono. Davanti a noi, alle ore tre, si intravede Patmos la cui Chora –il paese alto- biancheggia ed è visibile per miglia e miglia attorno. Una sorta di faro per i naviganti tra queste isole.
Arriviamo presto nell’arcipelago di Arki e ci fermiamo per un bagno nella Laguna Blu. Ancora una volta la gradevolezza di questo ormeggio colma l’anima di pace e riconoscenza per questa opportunità che la vita ci ha donato. Ancora una volta i piccoli ospiti remano felici nel mare cilestrino liberi di allontanarsi dalla Gatta a loro piacimento.
Verso il pomeriggio inoltrato aliamo l’ancora e dirigiamo verso Marathi. Questa dista poche minuti dalla laguna e al nostro arrivo veniamo nuovamente ospitati al pontile di Mikalis. Sebastian e Maia sono entusiasti alla vista del piratesco personaggio che descriviamo ormai a riposo dopo una vita di arrembaggi e avventure. La bandiera dei Fratelli della Costa sventola allegra e la taverna ci aspetta per un ouzo e la buona musica.

domenica 29 maggio 2011

4 luglio 2011 Marathi.

Delle giornate che si trascorrono in questo approdo non c’è molto da raccontare. Trascorrono lente e gradevoli nella sospensione di ogni ambascia. Tutti i problemi sono rimandati a dopo, alla fine del nostro viaggio nel mare di Ellada, al nostro ritorno in Italia. Nuotiamo, riposiamo, guardiamo i giochi dei bambini e… non pensiamo, Riposo dell’animo oltre che del corpo.




5 luglio 2011 Marathi-Patmos 10 miglia.

Oggi arrivano Marcus, Isabella e gli altri nipoti, Mattias e Karola, alla loro prima esperienza su Gattadapelare. Arriveranno in tarda serata a Patmos e lì andremo ad incontrarli per imbarcarli domani.
C’è un po’ di aria oggi e si va, finalmente, a vela. Patmos è davanti a noi. La leggenda dice che l’isola si inabissò nel mare e Artemis con l’aiuto di Apollo riuscirono a convincere Zeus a riportarla in superficie. Troppo bella per essere lasciata sommersa.
La sua storia è tormentata : Popoli del Mare, greci, romani, veneziani, turchi,russi, italiani, tedeschi, tutti hanno goduto di questa isola dalla costa riccamente frastagliata. Tutti meno i prigionieri dei romani che la usarono come terra d’esilio. Lo stesso San Giovanni ne fu ospite, suo malgrado fino al punto da avere avuto la visione dell’Apocalisse. Ma Patmos di apocalittico non ha nulla. Quieta e armoniosa vede solo un pio turismo di pellegrini in visita alla grotta dove Giovanni visse e scrisse.
Troviamo un ottimo ormeggio in fondo alla baia dove, con un po’ di manovra, ci sistemiamo all’inglese. Davanti a noi un piccolo e gradevole albergo accoglierà i parenti questa notte. L’arrivo è previsto in tarda serata.
Poco prima di mezzanotte arriva la nave dal Pireo. Mattias e Karola sono eccitatissimi. Finalmente anche loro veleggeranno.
Ma la conoscenza della mitica Gattadapelare è rimandata a domattina. Ora, a bordo, tutti già dormono.


6 luglio 2011- Patmos-Marathi 10 miglia.

Eccoli ! Salgono a bordo con l’entusiasmo e la curiosità dei bambini alla loro prima esperienza. I cuginetti, Maia e Sebastian, si prodigano in spiegazioni ed informazioni su funzionamento di questo e quello. Si sentono importanti perché sono, ormai, vecchi (si far per dire) lupi di mare.
Lasciamo Patmos per tornare a Marathi nella tarda mattinata. Abbiamo il vento al traverso sulla sinistra e onda lunga. Faccio indossare a tutti le cerate perché temo in qualche schizzo a bordo. Procediamo così per alcune miglia e allontanandoci dall’isola, vedendo che il mare è diminuito d’intensità, do facoltà di liberarsi delle cerate. E’ il momento in cui un’onda anomala rompe sulla fiancata e ci bagna abbondantemente tra le grida gioiose del giovane equipaggio, estasiato dall’evento. La fiducia nello skipper subisce, tuttavia, un calo significativo.
Quando attracchiamo nuovamente al pontile i nuovi arrivati si beano della bandiera piratesca che ventola allegra alla radice del molo e della figura di Mikalis, lo Jeck Sparrow locale
I bimbi riprendono i loro arrembaggi al tender del nemico e noi riprendiamo le nostre collaudate abitudini isolane lasciandoci scorrere addosso il tempo, tenendoci fuori dalle cure del mondo.
Cala la sera. I piccoli dormono in barca con Opi, il nonno skipper, mentre i genitori tutti hanno trovato asilo nella locanda del fratello di Mikalis, Dimitri.


7 Luglio 2011 Marathi-Lipsi 5 miglia-

Oggi lasciamo il nostro amato isolotto per raggiungere Lipsi, penultima tappa di questa crociera. Lipsi era, tra il terzo ed il primo secolo AC un'isola abbastanza ricca. Del suo passato remoto non abbiamo tante testimonianze. Probabilmente è stata abitata già nell'antichità, da genti provenienti dall'Asia Minore e dai Dori. I Cristiani sono approdati presto a Lipsi, ci sono molte chiese sull'isola, una delle quali è dell'ottavo secolo DC. Durante il Medio Evo era tormentata dai pirati. E' appartenuta al monastero di Patmos per quasi 600 anni. Dopodichè è stata occupata dai Turchi nel sedicesimo secolo, sebbene qui poi non si siano mai veramente fermati. Quando scoppia la Guerra di Indipendenza nel 1821, Lipsi diventa un importante rifugio per la gente che fugge dalla rabbia dei Turchi e molte navi da guerra si sono fermate qui per le riparazioni, l'organizzazione ed i rifornimenti. L'isola è stata data ai Turchi nel 1830 e nel 1912 gli italiani ne hanno assunto la direzione. (da Storia di Lipsi) Di Calipso e di Ulisse la storia tace, ma la legenda vi aleggia.
Abbiamo vento leggero al giardinetto. Traversata gradevole e approdo in testa al pontile dove, anche se si alzasse vento, ci terrebbe, comunque, discostati. Il lato sottovento del molo è completamente occupato da barche a vela. Trascorro molto tempo seduto al caffè Calipso a leggere, a usare il notebook e ha centellinare l’abituale ouzo. Non ho parlato molto di questa bevanda così tanto bevuta in Grecia e Turchia (dove prende il nome di raki, più dolce ed aromatico del fratello greco). L’ouzo è un liquore d’anice che ebbe grande diffusione, soprattutto in Francia con il nome di pernaud, nel finire degli anni sessanta. Va diluito con acqua gelata o “alleggerito” solo con aggiunta di ghiaccio. In tutta la Grecia esistono le ouzerie, trattorie che servono delle mezedakia, spuntini, e ouzo; ogni mezedakia un bicchierino di liquore Più si mangia e più si diventa allegri.
A mio avviso deve essere bevuto solamente qui. Come la retzina, il vino resinato che sa vagamente di acquaragia. Tutte e due queste bevande fanno tanto “diakopes stin Ellada”, vacanze in Grecia, ma sono poco gustose altrove
Marzia e i suoi hanno preso una casa in affitto per i prossimi giorni e tutti si trasferiscono lì per passare la notte.

domenica 29 maggio 2011


8 luglio 2011- Lipsi-

Trascorriamo la giornata alla spiaggia di Platis Gialos, affollata di bagnanti stranieri e indigeni.
La spiaggia è piccola, stretta e sabbiosa. L’acqua, trasparente e celestrina, è bassa per molti metri al largo e invita a ripetuti bagni. Una colonia di papere gironzola tra i bagnanti nella speranzosa attesa di offerte di cibo. C’è una gradevole taverna situata più in alto della spiaggia. Si torna in paese con il mini bus di servizio pubblico. E ceniamo nella rustica taverna al porto dove siamo ospiti abituali ogni volta che atterriamo a questa dolce isola. Opi e bimbi dormono in barca, da veri marinai.
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9 luglio 2011. Lipsi-Leros.- 11,7 miglia-

Ultima tappa. Portiamo la Gatta a Leros dove domani verrà presa in consegna da Gino e la sua famiglia per continuare a solcare le onde egee. Siamo rimasti in tre a fare questo trasferimento, io, Marcus e Mattias, ormai avvezzo gattanauto. Isabella e Karola ci raggiungeranno domani con il traghetto. Gli altri restano a godersi Lispi ancora per un po’.
Nella baia il vento è fresco e partiamo con il genoa non ben arrotolato sull’avvolgifiocco il che ci crea subito qualche problema all’uscita in mare. Infatti con il cambio delle mura si apre parzialmente e sbatte violentemente sul viso del prodiere che tenta di legarlo alla meglio intorno allo strallo. Il problema viene risolto mettendo la poppa al vento avanzando alla sua stessa velocità.
Raggiungiamo la baia di Lakki in poco più di tre ore e ormeggiamo benissimo al posto riservato al battello delle capitaneria, da dove veniamo cacciati poco dopo. Peccato perché c’era anche la colonnina dell’acqua !
Seduti al bar della marina trascorriamo il tempo leggendo sull’Ipad i tragici fatti avvenuti su quest’isola dopo l’8 settembre 1943. Rivediamo i luoghi intorno a noi mutare, nel procedere della lettura, in cupi posti dove la crudeltà dei combattimenti non poteva immaginare il presente spensierato e vacanziero dei turisti i cui idiomi, i medesimi linguaggi terribili di allora, si intrecciano pacifici e amichevoli, intorno al nostro tavolo.
Incominciamo a preparare la barca per il nuovo equipaggio. La fine delle vacanze è sempre un momento in cui sentimenti diversi e contrastanti, si mescolano a creare uno stato di attesa della partenza, di rammarico per la conclusione del periodo spensierato, di svogliatezza nell’agire momentaneo. Su tutto aleggia minacciosa la consapevolezza che ci aspettano le questioni lasciate in sospeso e quelle nuove che non conosciamo, ma che sappiamo esserci sicuramente.

10 luglio 2011.

Lascio la barca il mattino presto per raggiungere in taxi il piccolo aeroporto di Leros. Mattias, nel sonno, mormora, forse, un saluto. Lascio lui e il papà a preparare Gattadapelare per l’ equipaggio che seguirà nel pomeriggio. Più tardi verranno raggiunti da Isabella e Karola in arrivo da Lipsi con il catamarano e tutti si imbarcheranno per Roma.
Finisce così questa ennesima crociera di Gattadapelare nell’Egeo, in questo suo e nostro mare che tanta parte ha avuto nella nostra vita, da quando, sedici anni fa, iniziammo a scoprire il fascino delle sue isole permeate di storia e mitologia, di umanità e folclore.
Finchè la barca va saremo ancora con lei su e giù per le isole e le coste del mare degli dei.


Crociera 2011 . Miglia 410