Ancora Dodecanneso

località: kos, naxos, paros, amorgos leros
regione: dodecanneso
stato: grecia (gr)

Data inizio viaggio: martedì 4 giugno 2013
Data fine viaggio: venerdì 5 luglio 2013

31 maggio 2013Kos.
Arrivo a Kos con un volo Ryanair. Assaporo, come ogni anno, la trepidazione della partenza verso le amate isole dell’Egeo. Dopo quasi un anno di vita “terragna” ho perduto la sensazione fisica dell’andare in barca, mentre la percezione interiore è andata lievitando fino ad occupare gran parte del mio sentimento romantico.
Sull’aereo conosco la proprietaria dell’imbarcazione Zulù . Ella mi fornisce informazioni sul carnaio di Leros dove, probabilmente, lasceremo a svernare Gattadapelare.
Assieme prendiamo un taxi che ci porta all’imbarco del traghetto veloce per Leros e Patmos. A prua, nel vento provocato dalla corsa, respiro, assieme agli aromi mediterranei che emanano le isole, la gioia trattenuta di essere nuovamente qui.
Sulla nave incontro Alina, di professione bibliotecaria e viandante per hobby. Mi racconta della sua passione per camminate solitarie su e giù per le isole greche e mi chiede notizie su quelle che vuole conoscere.
Insieme arriviamo a Patmos . Io scendo al Capten’s House, un albergo di poche stanze, prossimo allo scalo delle navi e che mi ha visto altre volte qui assieme a altri “gattonauti” di volta in volta ospiti della mitica Gattadapelare.
Alina ha prenotato un miniappartamento alla periferia di Skala.
Più tardi mi convince a salire a piede alla Chora per l’antica via dei pellegrini che raggiunge la grotta dell’Apocalisse di S.Giovanni e l’antico, imponente, grigio monastero che domina la bianca Chora.
Mi convinco che l’hobby della vela è più divertente dell’inerpicarsi per le isole egee.

1° giugno 2013- Patmos
Gino è arrivato questa notte alle tre. Inutile cercare di riprendere sonno. Parliamo, soprattutto lui, e ci scambiamo le novità intervenute nel frattempo .
Quando, infine, riprendiamo a dormire è l’alba.
Dopo colazione andiamo al carnaio di Sozon. Gattadapelare è lì, ancora sul suo invaso, che, immaginiamo, frema al desiderio di prendere il mare.
Finalmente si naviga. Un assaggio di lieve beccheggio in attesa di prendere veramente il mare; dopo pochi minuti, infatti, attracchiamo in banchina alla Skala, il paese a mare di Patmos. Skala è un nome comune, come Chora, nelle isole greche. Stanno ad indicare rispettivamente il paese a mare e quello posto in alto. Da lontano tutte le Chore si assomigliano nelle Cicladi: un grumo di casette bianche, spesso adagiate ai piedi di una rocca, o di un monastero. Da lontano per chi si avvicina con la barca, si vede il loro chiarore anche prima di avvistare la costa. E’ il caso di Patmos, la cui Chora è pari ad un faro visibile da tutte le isole dei dintorni.

Oreste perseguitato dalle Erinni

Mi piace Patmos. Il turismo è presente, ma tollerabile. Molti vengono qui per visitare la spelonca dove S.Giovanni, esiliato dall’imperatore Tito, ebbe delle visioni e scrisse l’Apocalisse. Come potesse venirgli in mente una cosa del genere di fronte a tanta bellezza è per me un mistero.


Comunque qui vi fu anche il confino di Oreste. Questi dopo aver ucciso la madre Clitennestra, per i motivi che molti sanno ( e chi non lo sa se lo vada a cercare nella mitologia greca) fuggi a Patmos inseguito dalle Erinni, le Furie dei romani.
L’isola è di origine vulcanica e nella memoria ancestrale dei suoi primitivi abitanti fioriscono le leggende di inabissamenti e riemersioni ad opera degli dei.
Mettiamo in ordine la barca. Siamo partiti in fretta per l’impazienza di sentire Gattadapelare scivolare sulle onde, ma dentro regna la confusione.
A sera ci incontriamo con Alina che ci conduce ad una taverna fuori mano dove i clienti stranieri sono un’eccezione. Il cibo è buono e i prezzi sono contenuti. L’isola non le piace molto. Il suo modo di assaporarla per sentieri e passaggi terragni la conduce ad un giudizio che noi, legati alla visione di accattivanti approdi e di scogliere, non condividiamo. Per noi Patmos è una delle isole più belle di questa parte d’Egeo.
Al ritorno in barca lego un traversino di sicurezza. Si è alzato il vento. Dopo un anno di attesa ci addormentiamo nuovamente cullati dal mare

2 giugno 2013-Patmos
Oggi il vento è sparito. Il mare è in calma piatta, ma non prendiamo il largo. Gattadapelare non è ancora pronta. Innumerevoli piccoli lavori e acquisti ci obbligano, ma anche ci invogliano a prolungare la sosta


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martedì 4 giugno 2013

4 luglio 2013- Pserimos-Kos. Miglia 10
Siamo arrivati e ormeggiati alla marina nuova di Kos. Una marina ben servita, un po’ troppo burocratizzata, più in linea, forse, con gli standard europei, ma priva del fascino della spontaneità che noi andiamo cercando in Grecia.
Tutto cambia. La Grecia dei nostri primi anni di crociere sta scomparendo omologandosi –appiattendosi- su schemi di vita e su normative comuni tra i paesi che formano l’Europa. I nostri nipoti non potranno conoscere la Grecia visitata da noi. Questo mio “Diario di bordo” servirà, forse, a fargliela vedere com’era.
Non sempre noi “gattonauti” ci siamo accecati da superbo disprezzo per i turisti che ammorbano i nostri approdi. Ogni tanto ci concediamo un’immersione nella variegata folla di che sciama per le strade dei villaggi e città più pubblicizzati dalle agenzie di viaggio. Kos-città ci piace nonostante la massa di turisti soprattutto nord-europei che la occupa. Una moltitudine tanto consistente da ostacolare il cammino o da occupare tutti i tavoli delle taverne e dei caffè. Il comune ha creato anche lunghe piste ciclabili in città e bisogna stare attenti a non essere investiti da ciclisti nordici per i quali è ovvio che il percorso sia lasciato libero dai pedoni. Ma i pedoni meridionali non sono abituati all’esclusività della pista e la invadono inconsapevolmente.
Andiamo a cenare alla nostra usuale taverna, “da Zorbas”, caldamente salutati, come al solito, dal taverniere fisionomista.
Domani l’equipaggio si scioglie.


5 luglio 2013- Kos- Roma.
Voliamo Ryanair, io e Mattias, lasciando Marzia, Maia e Sebastian alla barca. Domani anche loro lasceranno Kos diretti a Lipsi.











giovedì 6 giugno 2013

3 giugno 2013. Patmos- Levitha. Miglia 23,60
Siamo partiti di buon’ora diretti a Levitha, uno dei gradevoli approdi che frequentiamo da anni quando andiamo verso ovest. La tratta è tutta a motore; non c’è alito di vento. Verso le 14 ci leghiamo ad uno dei gavitelli messi lì dai proprietari dell’isola. Sono a pagamento, e rappresentano, insieme alla pastorizia, la pesca e la ristorazione, le fonti di guadagno della famiglia.
Manolis, uno dei tre fratelli, che conoscemmo la prima volta che approdammo qui, mia figlia ed io, tredici anni fa, viene ad aiutarci e ad incassare l’ormeggio. Ci salutiamo come vecchie conoscenze.
Abbiamo davanti a noi tutto il pomeriggio per godere del fascino di quest’isola. E’ il fascino che proviene dalla sua asprezza, dalla sua luce mediterranea, dalle fantasie che la legano a tutte i legni, le barche, le navi, che vi sono approdati da quando il primo equipaggio a bordo di un tronco svuotato con il fuoco la raggiunse spinto dalla voglia di conoscenza. Qui sono approdati tutti, dai misteriosi “popoli del mare” agli achei, ai minoici, i micenei, e poi dori, romani, veneziani, genovesi, turchi, italiani e tanti altri ancora, nel corso dei secoli. La sicurezza di questo approdo ne ha fatto sempre un luogo ideale di sosta per i naviganti
Raggiungiamo , dopo una passeggiata tra bassi cespugli spinosi, inerpicandoci per la china con mille giravolte, le scarne, rovine del castro che domina il punto più alto della scogliera all’ingresso dell’insenatura.Tracce di antichi insediamenti umani si riscontrano per via di alcuni frammenti di terracotta che affiorano tra le pietre.
Di lassù la vista si allarga e dona un brivido di piacere per tanta bellezza. Nell’azzurro reso più sfumato dalla luce del tramonto si vedono vele , quali più vicine, altre lontane che si avvicinano a ventaglio . E’ ormai l’ora in cui gli equipaggi aspirano alla quiete di un approdo, “l’ora che volge al desio e ai marinai intenerisce il core”.
Tra poco i gavitelli, una quindicina, saranno tutti occupati.
Scendiamo diretti alla taverna dei proprietari. Un asino ci attende paziente e curioso sul sentiero. Un amico tra tanta affascinante quiete fatta di luce, pietre e cespugli spinosi. Questa è la terra del dio Pan, l’Arcadia dei poeti romantici.

4 giugno 2013- Levitha-Apollonia (Naxos) Miglia 49.60
Partenza presto con l’intenzione di trovare un piacevole approdo a Denoussa. I pochi visitatori che la conoscono
ne descrivono la magia e la semplicità di vita. Una sola strada, quasi nessun veicolo. Qui, narra la leggenda, Dionisio vi nascose Arianna dopo che Teseo l’aveva abbandonata sull’isola della vicina Naxos.
Di quest’isola conosciamo l’ampia insenatura a sud dove in due occasioni vi passammo la notte.
Dicono che il paese, di poche case,che si trova sulla costa ovest, sia molto gradevole.
Nel trascorrere delle ore il vento rinforza e proviene da sud-ovest con le onde che entrano nell’ insenatura su cui si affaccia il paese. Sul portolano non è indicato un molo frangiflutto e in tali condizioni la sosta non sarà gradevole. Cambiamo, dunque, destinazione dirigendoci verso la costa orientale di Naxos protetta dal moto ondoso. Studiamo le carte, osserviamo con il binocolo i possibili approdi, ma non vediamo nulla di gradevole. A 6 miglia a nord c’è un’ampia insenatura posta sottovento con alcune case, e lì, infine, dirigiamo.

Apollonia è il nome di questo posto per via del ritrovamento di una statua di Apollo rimasta incompiuta. La baia non è molto protetta dal meltemi e nel punto più riparato c’è poco fondo. Una scogliera frangiflutto protegge dal mare proveniente dal primo quadrante. Il villaggio è costituito da poche case e un paio di taverne.
Sulla spiaggia, abbastanza grande, è qusi deserta.
Nessun veliero in acqua, solo tre pescherecci che stanno salpando
Il luogo ci affascina. E’ un angolo di Grecia come piace a noi.
Mettiamo l’ancora su due metri e mezzo di fondo e ci tuffiamo. Controllo la presa dell’ancora. Il fondo è sabbioso, buon tenitore, la catena è adagiata pigramente ben distesa. Gino con una lunga nuotata va a terra. Quando lo raggiungo è già ora di cena. In taverna, con i tavoli sul terrapieno sul mare, siamo solo noi ed una coppia di innamorati. Il taverniere e un paio di amici siedono accanto alla porta della cucina e parlano tra di loro con brevi frasi accompagnate da lunghi silenzi. Si raccontano forse le novità della giornata ?
Abbiamo arenato il tender sulla minuscola spiaggia sotto di noi. Dolce è
Abbiamo arenato il tender sulla minuscola spiaggia sotto di noi. Dolce è lo sciabordio delle acque.
E’ bella la nostra barca. Ha messo la prua al vento e dondola pigramente, sola nella baia, in attesa del rientro per la notte dei suoi “gattonauti”

Abbiamo arenato il tender sulla minuscola spiaggia sotto di noi. Dolce è lo sciabordio delle acque.
E’ bella la nostra barca. Ha messo la prua al vento e dondola pigramente, sola nella baia, in attesa del rientro per la notte dei suoi “gattonauti”




venerdì 7 giugno 2013

5 giugno 2013- Apollonia (Naxos)- Naussa (Paros). Miglia 18

Navigazione fantastica. Un dolce vento al giardinetto ci spinge verso Paros. L’isola di Naxos scorre sulla nostra sinistra e scopre pian piano l’imboccatura dello stretto tra le due isole. Si vede, lontano, il portale del tempio di …… eretto sul posto dove, dice la leggenda, fu abbandonata Arianna . Alla nostra destra è Mikonos, separata da un breve braccio di mare da Delos. Delos, centro delle cerchio formato, appunto, dalle Cicladi, isola in cui nacque Apollo e sua sorella Diana, isola in cui era vietato morire e nascere.

L’abbandono di Arianna

Che mare fantastico è questo ! dietro ogni angolo d’orizzonte, mitologia, storia, cultura compaiono a solleticare la fantasia del navigante. L’Egeo è veramente il mare degli dei.


Con il pilota automatico inserito, accarezzati dal vento, ci appisoliamo a turno ascoltando lo sciabordio che fa la Gatta scivolando nel mare.
Sul molo ci attendono Maura, Paolo e Luca. Lei è un’amica di vecchia data, Paolo e Luca sono e i suoi soci del Coktail-bar “I Tria” in corso di apertura al centro del paese. Naussa è uno dei paesi più tipici delle Cicladi. Le sua case, rigorosamente imbiancate con la calce, si distribuiscono in un dedalo di vicoli fatti apposta per confondere gli invasori barbareschi quando assalivano il borgo. Ogni tanto una bouganville spezza il candore delle facciate con i suoi fiori cremisi e una porta di chiesetta si apre sul vicolo facendo intravvedere icone d’argento illuminate dalla luce traballante delle candeline votive. Il porticciolo è circondato dalle taverne che portano i loro tavolini fino quasi a toccare le barche dei pescatori che vi sono ormeggiate. Un modesto fortino veneziano alla fine di un breve molo di sopravvento ricorda l’importanza commerciale di questo approdo nei tempi passati. Tutto è molto armonioso, ma la presenza turistica, la sera, è piuttosto pesante. Un paio di disco-bar condizionano con la musica il piacere della sosta.
6 giugno 2013- Naussa
Oggi restiamo in porto a non fare niente. Da un paio d’anni Naussa si è dotata di un porticciolo turistico, chiamato un po’ pomposamente marina, perché dotato di acqua, luce e servizi igienici. Lo dirige una vecchia conoscenza Jannis che parla inglese e tedesco e che ci ha accolti con segni di rinnovata amicizia al nostro arrivo.
Anche Maria, la nostra conoscenza rumena, nazionalizzata greca, ci accoglie con grandi calore. Maria è un riferimento importante ed utile qui. Conosce tutti e sa dove trovare tutto più a buon mercato. Inoltre ha il pregio di parlare abbastanza bene l’italiano.
Si cena alla taverna sul porto dove il taverniere fa mostra di riconoscerci dopo tanti anni.
In Grecia hanno tutti buona memoria visiva; sarà che il termine fisionomia è di marcata origine greca !

venerdì 7 giugno 2013

7 giugno 2013-Naussa
Oggi il vento è un po’ teso, ma non è questo il motivo per cui non partiamo. Domani Gino torna a Bruxelles e non c’è tempo per navigare. Tuttavia invitiamo i ragazzi de “I Tria” a fare un’uscita in barca fino a Monastiri. La località prende il nome da una piccola chiesa posta su un promontorio che chiude una gradevole spiaggia sul lato opposto della baia. Mangiamo a bordo, fermi sull’ancora, nel punto più ridossato dove, a notte, sostano sempre numerosi velieri.
Al rientro il vento è fresco e ci consente alcune belle tratte al lasco. Al rientro Jannis ci fa ormeggiare al molo di sovra flutto, dove l’onda di ingresso al porto non crea fastidio. Siamo ormeggiati all’inglese, posizione graditissima che consente di salire e scendere molto comodamente.
Trascorriamo la serata gironzolando per il borgo. Maura ci presenta alcuni personaggi, proprietari di piccole attività commerciali.
A parte la scenografia del luogo di grecità se ne avverte poca. La stragrande maggioranza dei negozi è gestita da stranieri.


8 giugno 2013- Naussa
Gino è partito questa mattina alle 10 con la promessa reciproca di ritrovarci il prossimo anno a bordo di Gattadapelare. Come sempre le partenze mettono un po’ di malcelata tristezza perché rappresentano la chiusura di un periodo e danno la consapevolezza del fuggire del tempo.
Approfitto della solitudine a bordo per mettere a posto la barca ed eseguire quei lavoretti di manutenzione sempre rimandati perché la voglia di viaggiare non ci da tempo per farli.

9 giugno 2013- Naussa
Oggi è arrivato Massimo, il nuovo gattonauta alla sua prima esperienza. Ci conosciamo da anni, ma non ci vedevamo da molto tempo.

10 giugno 2013- Naussa.

Vorremmo partire, ma le condizioni del mare non sono ideali per una tranquilla navigazione. Massimo non potrebbe essere di grande aiuto in caso di necessità ed è preferibile aspettare che il tempo migliori.
Andiamo nuovamente a Monastiri per un bagno e veniamo raggiunti via terra da Maura e gli altri.
A sera sediamo ai tavolinetti del coktail-bar I Tria dove arrivano e vanno interessanti personaggi che animano la vita notturna di Naussa. C’è il noto regista, ospite abituale di Naussa, la matura tedesca pensionata che trascorre qui ogni inverno, la coppia italiana che abita qui e coltiva per diletto ortaggi, l’inglese omosessuale che cammina veloce su e giù per il vicolo a controllare i suoi due negozi, la proprietaria dell’ ottima gelateria italiana, la moglie greca del commerciante di souvenir, anch’esso italiano, turisti alla ricerca del locale tipico. Più tardi, finito il lavoro, si unisce al gruppo il ristoratore, il cuoco e la cameriera della trattoria “La dolce vita”. E così si trascorre la notte fin quasi l’alba. Dell’anima greca, qui, non vi è traccia. E la stessa compagine di attori che si possono incontrare ovunque, nei luoghi di vacanza, in Italia ed altrove nel mondo. Ogni tanto, durante la crociera, una sosta così può essere fatta anche volentieri, ma con la consapevolezza che all’indomani, alzate le vele, la prua di Gattadapelare sarà rivolta verso lidi di genuina grecità.

martedì 11 giugno 2013

11 giugno 2013- Naussa-Apollonia. Miglia 18

Oggi il tempo è favorevole per andarcene in tranquillità a Naxos, nuovamente ad Apollonia. Questo approdo mi piacque quando lo scoprimmo Gino ed io alcuni giorni fa e mi sembra ideale per far conoscere a Massimo un angolo di Grecia diverso.
Nella baia di Apollonia non c’è nessuna barca alla ruota. Ci mettiamo nuovamente sull’ancora non troppo vicino alla riva perché non c’è molto fondo, ma così siamo un poco scoperti dall’onda di risacca che oggi, grazie al vento di ieri, entra fastidiosa.
La notte trascorre con un rollio leggero della barca a metà tra il soporifico e il fastidioso.

12 giugno 2013- Apollonia- Naussa. Miglia 18
Torniamo a Naussa con un mare tranquillo e una navigazione rilassante.
La vita qui è senza variazioni. Ripetiamo gli stessi gesti e le stesse cose dei giorni trascorsi, in una esistenza piatta che annulla la consapevolezza del trascorrere del tempo.

13 giugno 2013 Naussa-Antiparos- Miglia 13
Oggi siamo andati ad esplorare Antiparos, l’isola posta davanti alla costa occidentale di Paros da cui è separata da un canale piuttosto stretto, non più largo di due chilometri, e ricco di bassi fondali. Avanziamo con prudenza, controllando continuamente gli strumenti e con Massimo a prua a scrutare il fondo. Il paese è fornito di un ampia insenatura, ma il porto è provvisto di due soli moli, uno dedicato ai traghetti e l’altro occupato sempre dai pescherecci. Siamo, dunque, obbligati a metterci alla ruota. C’è una sola barca a vela, francese, sull’ancora in una posizione che ci obbliga a trovare un altro punto meno idoneo. Il fondale è molto basso, ma sabbioso, e procediamo molto lentamente. Calata l’ancora attendiamo che la barca brandeggi per mettersi con la prua al vento, in verità molto modesto e l’ancora faccia presa. Ma Gattadapelare rimane testardamente a puntare altrove e non capiamo subito il perché. Con uno sprazzo illuminante arriva la spiegazione: siamo incagliati ! Il fondo sabbioso e la nostra modestissima velocità non ci hanno avvertito che eravamo in secca. Così come ci eravamo bloccati altrettanto facilmente, però, forzando un poco il motore, ci liberiamo per dirigerci in acque più profonde, ma vicine al frangiflutto che protegge il porto da sud.
Scendiamo a terra con il tender all’esplorazione del borgo, il cui nome, Kastro, evoca l’antica natura difensiva. C’è pochissima gente in giro. Si incontrano rari turisti tra i vicoli. Uno di questi, una strada ci conduce ad un castelletto veneziano che si svela superata la porta nelle mura, ora inglobate nelle costruzioni postume. Tutt’intorno un manufatto (una antica cisterna) al centro di uno spazio racchiuso dalle case il cui retro faceva da bastione a protezione dell’insediamento.
C’è festa qui. Forse un matrimonio, seppure gli abiti siano più simili a quelli della domenica che non di uno sposalizio. Ragazzi e ragazze si lasciano fotografare dagli amici, talvolta in compagnia degli sposi, talvolta da soli. Sullo sfondo le mura antiche.
Andiamo alla ricerca di una taverna sul porto. Ce ne sono diverse, ma tutte poco frequentate. Il luogo è pervaso di melanconia.
L’isola meriterebbe una sosta più lunga. Ci sono delle grotte già conosciute secoli e secoli addietro visto che erano utilizzate come rifugio dagli abitanti locali (stiamo parlando delle epoche primitive), successivamente nel periodo miceneo esse vennero sfruttate come luogo di culto della dea Diana Ci sono stalattiti e stalagmiti, ma i soldati russi ne hanno tagliato molte durante la guerra del 1700-1774. I soldati italiani hanno fatto la stessa cosa durante la seconda guerra mondiale. Tra i dipinti che si possono notare tra le stupende stalattiti e stalagmiti ci sono anche molte iscrizioni di poeti, di sovrani e anche di personaggi illustri della storia del medioevo ed alcuni dei nomi che si riescono ancora a leggere sono Bishop De Gabrie (1673) ed Otto, re della Grecia (1840). Forse domani ci andremo.

giovedì 13 giugno 2013

Giugno 2013- Antiparos-Agios Georgos. Miglia 9
Notte tranquilla, ma risveglio alle sei sotto un forte temporale. Il vento ci orienta verso la scogliera e la prudenza ci impone di salpare l’ancora e scendere la costa sospinti dalle folate.
Dirigiamo, dunque a sud per trovare riparo dietro la punta che da accesso all’insenatura di Agios Georgos.
Il braccio di mare tra Antikaros e l’isoletta di Despotiko, si rivela un ormeggio perfetto. Ci sono sei-sette barche a vela alla fonda. I fondali sono profondi quattro-cinque metri, sabbiosi, ottimi tenitori. Il mare non entra se non con i venti di grecale, piuttosto rari. Scegliamo la nostra posizione e ci guardiamo attorno. Sulla riva di destra, si intravedono un paio di taverne e una costa scarsamente abitata. Sulla sinistra l’isolotto di Despotico è deserto. Qui furono ritrovati santuari ma anche abitazioni e sculture del periodo minoico e miceneo tra cui anche molti templi dedicati al dio Apollo, che sembra essere venerato in modo ricorrente in tutte le isole delle Cicladi e alla dea Vesta. Altri templi ritrovati risalgono al periodo romano, datati al settimo secolo dopo Cristo, essi sono costruzioni rare e uniche in tutto il Mar Egeo.
Il passaggio tra Antikaros e Despotico è stretto e profondo solo un metro e ottanta. Lo so bene perché anni addietro lo superammo mia figlia ed io con molta apprensione, avendo sbagliato di leggere la carta nautica. Gattadapelare pesca un metro e novanta ed il motivo per cui non ci incagliammo è dovuto al fatto che le misura riportate sulle carte nautiche si riferiscono alla profondità della bassa marea più importante, quella sigiziale, cioè quella che si verifica solo quando luna e sole “tirano” dalla stessa parte.
Insomma, ce la cavammo per un pelo, anzi per un’alga
Domani non ripeteremo lo stesso errore.
Scendiamo a terra per una passeggiata e per trovare un punto dove ci sia un collegamento wi-fi. Camminiamo per strade di campagna solitarie, fino a raggiungere una taverna dove chiediamo. La vecchia che ci risponde non ha idea di cosa si tratti, ma la giovane nipote ci fornisce i dati necessari per collegarci.
Quando arriva l’ora di pranzo torniamo sulla riva di fronte alla nostra barca. Delle due, scegliamo la taverna a noi più simpatica, seguiti per imitazione da alcuni turisti.
La giornata trascorre senza sollecitazioni.

5 giugno 2013- Agios Georgos- Pharos (Sifnos). Miglia 15
Tempo bello, vento dolce; una giornata perfetta per veleggiare tranquilli.
Giriamo dietro Despotiko e dirigiamo ad ovest in direzione di Sifnos.
La storia di Sifnos è ricca e travagliata come quella di tutte le altre isole greche. L’isola, nella remota antichità era ricca e famosa per via delle miniere di oro e di argento e anche per questo è stata oggetto di desiderio e di volontà di possesso. Popoli, eserciti e dominazioni si sono succeduti lasciando ognuno di essi qualche traccia sul territorio. Caratteristici sono i colombari veneziani, costruzioni a forma di torre, munite di numerose piccole finestre che davano accesso ai piccioni che vi nidificavano. Sono sparse un po’ dovunque sull’isola.
Gattadapelare ha orientato la sua prua verso un’ampia insenatura, quella di Pharo, sorvegliata sulla sinistra da un’importante piccola chiesa dedicata alla Madonna (Panagia Chrysopigi) costruita su un isolotto collegato alla terraferma da un breve ponte. La leggenda narra che un’immagine della Madonna giungesse qui dal mare per proteggere le donne di Sifnos, che proprio a Chrysopigi trovarono rifugio dai pirati. Un'icona rinvenuta in mare da due marinai è qui custodita, e si ritiene essere miracolosa. Ogni anno, il due di giugno, una cerimonia via mare festeggia l’evento e sono numerose le imbarcazioni e le autorità provenienti dalle isole circostanti. Ebbi occasione anni addietro con mia figlia Marzia di assistervi e ne mantengo ancora un vivido ricordo. Questa volta, purtroppo, arriviamo troppo tardi.
Entrati nella baia sulla destra le sponde si restringono e terminano con una piccola spiaggia orlata di modeste costruzioni pittoresche. Due sole barche a vela e alcuni gozzi di pescatori ci faranno compagnia. Ancoriamo su un fondale molto profondo e, come al solito, scendiamo subito a terra. Diversi tamerici, alberi onnipresenti tutte le spiagge della Grecia, ombreggiano i tavolini di un kafenion dove sediamo per una bibita. Ci sono diverse persone, ma nessun affollamento. L’atmosfera è paciosa e riposante. Pharo è piccola e formata da poche, basse, case. Non c’è che una strada che la collega alla capitale, Apollonia (anch’essa con questo nome). Niente traffico, niente motorini, niente moto d’acqua. Un bell’approdo.

domenica 16 giugno 2013

16 giugno Pharos-Naussa. Miglia 31
Oggi siamo tornati a Naussa con un tempo ed un mare magnifico. Un alito leggero di vento proveniente dalla direzione giusta ci ha spinti dolcemente. Passando dsavnti a Parìkia, la capitale di Paros, sfioriamo il grande scoglio, quasi un isolotto, sul quale anni addietro naufragò il traghetto proveniente da Atene. Sembra che il timoniere stesse a guardare un importante incontro di calcio in televisione.
A Naussa il porto è pieno di velieri e ormeggiamo nuovamente all’inglese alla radice del molo di sopraflutto, in un angusto spazio tra due barche.
17-18-19 giugno 2013- Naussa.
Trascorriamo questi giorni pigramente in paese, incontrando gli amici de “I TRIA”e passando diverse ore, la sera, seduti ai tavolini del locale ad osservare la varia umanità che popola i vicoli del borgo.
Il 19 Massimo parte. E’ stato un buon compagno di grande adattabilità e senza esigenze. La sua prima esperienza di vita in barca è stata gratificante per ambedue ed è stato insignito “gattonata” onorario di Gattadapelare.


20-21-22 Naussa
Tre giorni trascorsi a fare niente se non lavori di maquillage in barca e sedute a “I Tria” la sera.
Anche Fabio è arrivato, nuovo ingaggio di Gattadapelare. Anche Fabio non ha esperienze di barca a vela, ma l’entusiasmo sufficiente per stare bene assieme.
Poiché c’è vento teso e l’equipaggio è scarso, preferisco rimanere con la barca in porto, cosa, peraltro, che fanno quasi tutte le altre barche.
Con i motorini presi a noleggio andiamo ad esplorare la costa est dell’isola, quella che si affaccia sul canale che separa Paros da Naxos. Il mare non appare particolarmente mosso ed è prevedibile che domani si parta. Girovaghiamo per stradine e viottoli fino ad arrivare al borgo di S.Maria e di lì torniamo infine a Naussa dove ci aspetta la solita serata ai tavolini de I Tria.
Naussa mi è venuta un poco a noia. Ne sono sazio e non mi dispiace allontanarmene, forse per sempre. Altre isole ignote alla Gatta, altre atmosfere, curiosità, miti, ci attendono per i prossimi anni. Mancano al programma di viaggio stilato 18 anni fa, ancora gli approdi dell’Egeo del nord, la risalita dei Dardanelli e, infine, l’arrivo ad Istanbul che, nel mio immaginario, dovrà avvenire nel tardo pomeriggio, mentre il sole tramonta dietro i minareti della moschea di Mustafà Pascià. Inshalla !

domenica 23 giugno 2013

23 giugno 2013- Naussa-Katapola (Amorgos). Miglia 43
Oggi ci siamo svegliati che c’era poco vento. Siamo riusciti a liberarci dalle barche che ci tringevano al molo e siamo partiti che il vento incominciava a rinforzare.
Dopo pochi minuti il motore ci ha piantato che eravamo ad alcune centinaia di metri fuori del porto. Con la sola vela di trinchetta issata manovro per dirigere davanti alla spiaggia sottovento a noi e chiedo via radio assistenza a Giannis perché mi trovi un meccanico. Su suo consiglio mi invita a mettere la barca dietro la marina, dove non subirò il moto ondoso. Con qualche perplessità perche c’è poco spazio e la scogliera è vicina filiamo poca catena per non avvicinarci agli scogli e speriamo che l’ancora tenga. Sono convinto che il carburante non passi bene perché dopo un po’ di attesa il motore ogni volta riparte per fermarsi subito dopo. Forte di questa convinzione armeggio con il tubo di adduzione del gasolio e riesco ad eliminare la bolla d’aria che era la causa del disturbo.
Ed ora via. La nostra meta è l’isolotto di Antikaros a sud di Naxos. Quando entriamo nel canale tra Paros e Naxos incominciamo a prendere il vento al giardinetto la cui intensità va aumentando per l’effetto Venturi via via che ci inoltriamo nello stretto. Con il solo fiocco di strallo e la randa terzarolata incominciamo a filare in maniera entusiasmante. Dopo settimane di venti deboli o assenti oggi si corre, finalmente, ad otto nodi.
In breve la costa di Naxos finisce, girando ad est e ci troviamo in calma piatta, completamente ridossati si da dover accendere il motore per uscirne fuori e ritrovare un poco di aria. Ma quando arriviamo davanti ad Antikaros (dopo averne superato il punto di approdo per presunzione dello skipper che era certo di ricordarne i punti cospicui) ci rendiamo conto che non saremmo ben ridossati e che la notte non sarebbe tranquilla. Di qui la decisione di continuare fino a Katapola, ad Amorgos. Sono otto miglia e sta annottando.
In porto troviamo un posto tranquillo, tra due barche , quasi alla radice del molo.

24 giugno- Amorgos.
Mi piace questo ormeggio. Katapola non è assalita dal turismo. I collegamenti con le altre isole sono scaglionati nella settimana e non arrivano qui le grandi navi che si incontrano nei porti più gettonati dell’Egeo. Le taverne che si affacciano sull’unica strada che corre lungo il molo sono frequentate quasi solamente dagli equipaggi delle barche. Anche queste non sono molte. C’è un solo caffè un po’ pretenzioso, l’altro è un bar più modesto. Ambedue, in questo periodo, sono quasi deserti. C’è un antico locale, sospeso nel tempo, decorato con foto sbiadite di persone irrigidite davanti alla macchina, foto di angoli del paese che fu, di immagini sacre. Eterogenei oggetti , reliquie del tempo passato, sospesi alle pareti o appoggiati su mobili sbilenchi. Esso si affaccia sotto le arcate di una vecchia costruzione che si affaccia sul molo e contribuisce a rendere questo ormeggio genuino, più conforme alla visione romantica che vado cercando in questa Grecia sempre meno tradizionale, sempre più globalizzata.
Raggiungiamo la Chora, il paese alto, con i motorini e ritroviamo un angolo di Grecia vera. La strada, da Katapola , si inerpica, con diversi tornanti, fino al paese allargando ogni volta la visione serena della baia e del paese sottostante. Lontano si vedono le Piccole Cicladi e, dietro di esse, Naxos. A piedi , dopo aver lasciato i motorini ai piedi del paese, saliamo per deserti vicoli fino a trovarci sulla piccola piazza ombreggiata a da un frondoso albero, immancabile in Grecia in ogni piazzetta di paese. Sotto di esso, sulle panche o seduti su seggiole colorate di azzurro, o celeste, raramente rosse, intorno a semplici tavoli sono uso sedere i vecchi per scambiarsi pigre notizie, che raramente vi vestono di novità in un paese dove tutti si conoscono e nulla può essere segreto. La piazzetta è deserta, tranne un giovanotto immerso nella lettura di un libro; probabilmente un turista. Dalla porta di un minuscolo kafenion esce una musica di sapore locale. Ci serve una giovane alla quale ordiniamo due ellenikì cafè, quei caffè greci densi e aromatici, che più che berli sono quasi da mangiare. Sul fondo della tazzina rimane una densa poltiglia di povere di caffè che si raccoglie con il cucchiaino, ma il cui sapore non è all’altezza delle aspettative. Ci chiede, come d’uso, se lo vogliamo dolce, amaro o medio. Lo zucchero viene aggiunto dal barista al banco.
Il destino ci produce un’ ulteriore nota di folclore: da un vicolo si avvicina il rumore di uno zoccolìo e, preceduto da un vecchio contadino, compare un somarello con il suo bastio e la sua aria di filosofica pazienza. Il vecchio ci saluta e scompare in un altro vicolo assieme al suo compagno di vita. Nel silenzio della piccola piazza si ode allontanarsi lo zoccolìo diretto verso una meta senza nome.
Torniamo ai nostri motorini scendendo attraverso fiorite stradine. Scorci pittoreschi appaiono dietro ogni angolo e rare sono le persone che incontriamo. Il paese è piccolo, raccolto ai piedi della chiesetta che, sull’acropoli, occupa il posto di un antico tempio pagano. Alcun rumore ci infastidisce. Tutto sa di quiete e di Grecia romantica.
Percorrendo la strada che, alta sul costone, lascia scorgere dietro ogni curva scorci di affascinante Egeo e di profili di isole lontane, - riconosciamo Santorini, Astipalea, Kos, forse anche Karpatos- raggiungiamo, scendendo per una ripida via, la spiaggia, unica in quel tratto di costa,
La spiaggia è piccola e ciottolosa, a ridosso dell’ alta costa che la chiude ai venti del nord. Ci sono alcuni, non molti, bagnanti. Il mare è del tutto calmo. Davanti a noi, nella foschia, vediamo, forse immaginiamo, il profilo di Santorini. Nuotiamo in un’acqua diafana, lungo la costa rocciosa fino a scoprire una minuscola ansa con una minuscola grotta e una minuscola spiaggia. Restiamo li, sdraiati con metà corpo in acqua, ad ascoltare lo sciabordio delle timide onde e ad assaporare l’unicità del luogo. Non ci mancano le Maldive, non ci interessano le dominicane. Ci bastano le isole egee.

martedì 25 giugno 2013

25 giugno 2013. Amorgos-Levitha. Miglia 35
Lasciamo Katapola in una giornata di assoluta calma. La superficie del mare è percorsa solo da lievi, rari, refoli di vento sotto i quali essa, dolcemente, rabbrividisce. Scorriamo lungo la costa che, verso la punta orientale dell’isola, si fa alta e scende in mare verticalmente fino a raggiungere profondità ignote. Passiamo rasente la parete di roccia che incombe su di noi, quasi a sfiorarla, con un misto di piacere per tanto osare e di ansia per ciò che potrebbe cadere dall’alto. L’acqua è di color indaco . “Profondo blu” è il titolo di un film girato qui. Anch’essa ci inquieta per il timore dell’ignoto che emerge nell’inconscio dalle profondità del mare.
Tanto fascino e bellezza sono amareggiati da un ampio velo di petrolio che ci accompagna per un buon tratto di navigazione. Avvertiamo l’inquinamento come un affronto fatto personalmente a noi, naviganti innamorati di questi luoghi che vorremmo fuori dal tempo e dalle brutture della civiltà.
La randa è provocatoriamente alzata e inutile, ma serve ad ingannarci e ci addolcisce li dispiacere di dover procedere a motore.
Passando al traverso dell’isolotto di Kinaros già si intravvede l’isola di Levitha, abituale sosta notturna di tutti i velieri su questa rotta tra Amorgos e le isole settentrionali del Dodecanneso.
Altre volte ho descritto quest’isola arsa e spolpata, dimora di innumerevoli pecore vaganti tra i sassi e le rocce alla stressante, quotidiana ricerca di qualche filo d’erba. Levitha è un’isola deserta tranne una famiglia che vive poco in alto, lontana dal mare e che si ingegna a fare un po’ di cucina per i pochi naviganti che hanno la voglia e il coraggio di percorrere la distanza che separa la casa dalla costa. Non c’è strada o sentiero certo, ma solo un tracciato evidente per via che ne sono state allontanate le pietre più grandi. La salita, invero non ripida, viene solitamente percorsa verso l’iniziare della sera, dopo aver ormeggiato la barca e essersi tuffati in mare per dare coronamento al piacere della giornata di navigazione. Ma il ritorno, dopo la cena consumata alla scarna taverna si percorre al buio o alla luce delle lampade tascabili o dei telefonini. Ed è un’impresa arrivare a riva, dove si è lasciato il tender, senza incidenti .
Arriviamo nel pomeriggio inoltrato e già troviamo molte barche. Restano solo due corpi morti in fondo al fiordo, dove l’acqua è bassa e si rischia di urtare i blocchi di cemento che li ancorano. Il numero di barche aumenta ogni anno, ovunque in questo mare. Quelle battenti bandiera italiana erano rarissime quando iniziammo il nostro viaggio, mia figlia –mitico secondo- ed io, diversi anni fa, per navigare in libertà nel “mare degli dei”. Oggi esse si incontrano in ogni approdo e non ci si saluta più con l’entusiasmo di allora. Un breve cenno, lo scambio di qualche informazione e basta. Quasi un fastidio di non essere più, noi, gli esclusivi fruitore dell’Egeo.
L’atmosfera è quella rilassata che si respira alla fine di una giornata di navigazione quando si raggiunge un approdo sicuro. Il fiordo di Levitha è riparato da ogni vento e da ogni mare. Un posto perfetto ove trascorrere la notte. Ben lo conoscevano gli antichi popoli del mare che qui, in alto a sovrastare l’ingresso all’approdo, avevano costruito un castro, di cui restano pochi resti di bassi mura ciclopiche, non visibili dal mare. L’equipaggio di un veliero è in acqua impegnato ad una partita di palla a volo, un altro si rilassa nel pozzetto con un bicchiere in mano, altri, sdraiati in coperta, assaporano la dolcezza del posto.
Ci avviciniamo con il tender ad una barca di pescatori addossata ad un corto moletto per comprare del pesce. Uno di essi, di nome Christos, mi riconosce dopo tredici anni, da quando ci incontrammo la prima volta. Armeggiando con la lingua greca mi informo su la sua famiglia, i fratelli, i genitori. Lui mi chiede informazioni di mia figlia Marzia e, infine, ci lasciamo con l’impressione mia di essere quasi di casa qui dove conosco quasi tutti gli abitanti di questa piccola, semideserta, isola.
Più tardi, all’imbrunire, saliamo verso la casa tra gli odori della macchia e il fruscio del vento. Ha incominciato a soffiare da nord-ovest. Meltemi, dunque, non forte, ma ci desta qualche preoccupazione perché dopodomani Fabio dovrà trovarsi a Kos per rientrare a casa e non vogliamo rimanere bloccati qui.
Ceniamo ad uno dei tre tavoli di cui è fornita la taverna, serviti da Manolis, il più giovane dei tre fratelli, sotto la chioma di un frondoso acero. Sopra di noi si sente il soffio del meltemi che accarezza i rami più alti.
Non c’è segnale telefonico qui se non in un punto posto in alto che raggiungiamo arrampicandoci, uno alla volta, su un masso poco distante dalla casa. Sullo sfondo di un cielo traforato di stelle le nostre ombre siamo simili a statue di un tempio antico.

mercoledì 26 giugno 2013

25 giugno 2013. Amorgos-Levitha. Miglia 35
Lasciamo Katapola in una giornata di assoluta calma. La superficie del mare è percorsa solo da lievi, rari, refoli di vento sotto i quali essa, dolcemente, rabbrividisce. Scorriamo lungo la costa che, verso la punta orientale dell’isola, si fa alta e scende in mare verticalmente fino a raggiungere profondità ignote. Passiamo rasente la parete di roccia che incombe su di noi, quasi a sfiorarla, con un misto di piacere per tanto osare e di ansia per ciò che potrebbe cadere dall’alto. L’acqua è di color indaco . “Profondo blu” è il titolo di un film girato qui. Anch’essa ci inquieta per il timore dell’ignoto che emerge nell’inconscio dalle profondità del mare.
Tanto fascino e bellezza sono amareggiati da un ampio velo di petrolio che ci accompagna per un buon tratto di navigazione. Avvertiamo l’inquinamento come un affronto fatto personalmente a noi, naviganti innamorati di questi luoghi che vorremmo fuori dal tempo e dalle brutture della civiltà.
La randa è provocatoriamente alzata e inutile, ma serve ad ingannarci e ci addolcisce li dispiacere di dover procedere a motore.
Passando al traverso dell’isolotto di Kinaros già si intravvede l’isola di Levitha, abituale sosta notturna di tutti i velieri su questa rotta tra Amorgos e le isole settentrionali del Dodecanneso.
Altre volte ho descritto quest’isola arsa e spolpata, dimora di innumerevoli pecore vaganti tra i sassi e le rocce alla stressante, quotidiana ricerca di qualche filo d’erba. Levitha è un’isola deserta tranne una famiglia che vive poco in alto, lontana dal mare e che si ingegna a fare un po’ di cucina per i pochi naviganti che hanno la voglia e il coraggio di percorrere la distanza che separa la casa dalla costa. Non c’è strada o sentiero certo, ma solo un tracciato evidente per via che ne sono state allontanate le pietre più grandi. La salita, invero non ripida, viene solitamente percorsa verso l’iniziare della sera, dopo aver ormeggiato la barca e essersi tuffati in mare per dare coronamento al piacere della giornata di navigazione. Ma il ritorno, dopo la cena consumata alla scarna taverna si percorre al buio o alla luce delle lampade tascabili o dei telefonini. Ed è un’impresa arrivare a riva, dove si è lasciato il tender, senza incidenti .
Arriviamo nel pomeriggio inoltrato e già troviamo molte barche. Restano solo due corpi morti in fondo al fiordo, dove l’acqua è bassa e si rischia di urtare i blocchi di cemento che li ancorano. Il numero di barche aumenta ogni anno, ovunque in questo mare. Quelle battenti bandiera italiana erano rarissime quando iniziammo il nostro viaggio, mia figlia –mitico secondo- ed io, diversi anni fa, per navigare in libertà nel “mare degli dei”. Oggi esse si incontrano in ogni approdo e non ci si saluta più con l’entusiasmo di allora. Un breve cenno, lo scambio di qualche informazione e basta. Quasi un fastidio di non essere più, noi, gli esclusivi fruitore dell’Egeo.
L’atmosfera è quella rilassata che si respira alla fine di una giornata di navigazione quando si raggiunge un approdo sicuro. Il fiordo di Levitha è riparato da ogni vento e da ogni mare. Un posto perfetto ove trascorrere la notte. Ben lo conoscevano gli antichi popoli del mare che qui, in alto a sovrastare l’ingresso all’approdo, avevano costruito un castro, di cui restano pochi resti di bassi mura ciclopiche, non visibili dal mare. L’equipaggio di un veliero è in acqua impegnato ad una partita di palla a volo, un altro si rilassa nel pozzetto con un bicchiere in mano, altri, sdraiati in coperta, assaporano la dolcezza del posto.
Ci avviciniamo con il tender ad una barca di pescatori addossata ad un corto moletto per comprare del pesce. Uno di essi, di nome Christos, mi riconosce dopo tredici anni, da quando ci incontrammo la prima volta. Armeggiando con la lingua greca mi informo su la sua famiglia, i fratelli, i genitori. Lui mi chiede informazioni di mia figlia Marzia e, infine, ci lasciamo con l’impressione mia di essere quasi di casa qui dove conosco quasi tutti gli abitanti di questa piccola, semideserta, isola.
Più tardi, all’imbrunire, saliamo verso la casa tra gli odori della macchia e il fruscio del vento. Ha incominciato a soffiare da nord-ovest. Meltemi, dunque, non forte, ma ci desta qualche preoccupazione perché dopodomani Fabio dovrà trovarsi a Kos per rientrare a casa e non vogliamo rimanere bloccati qui.
Ceniamo ad uno dei tre tavoli di cui è fornita la taverna, serviti da Manolis, il più giovane dei tre fratelli, sotto la chioma di un frondoso acero. Sopra di noi si sente il soffio del meltemi che accarezza i rami più alti.
Non c’è segnale telefonico qui se non in un punto posto in alto che raggiungiamo arrampicandoci, uno alla volta, su un masso poco distante dalla casa. Sullo sfondo di un cielo traforato di stelle le nostre ombre siamo simili a statue di un tempio antico.

domenica 30 giugno 2013

30 giugno 2013. Leros- Baia di Kalionissos (Kalimnos ). Miglia 12
Partiamo con vento debole da nord-ovest scendendo Leros fino allo stretto che la separa da Kalimnos. Come sempre in questa stagione il cielo è terso e la temperatura gradevolissima. Siamo tutti felici per i giorni che ci aspettano, in armonia famigliare . Superato lo stretto costeggiamo Kalimnos sul lato orientale dove troviamo il mare, che in verità era già poco mosso, ancor più calmo. Siamo ridossati ed anche il vento è scemato. Questo mi consente di preparare l’esperienza entusiasmante della traina dei bimbi. Per Mattias si tratta della sua prima volta. Allestisco la cima galleggiante con nodi ad occhiello ogni due metri e la lascio andare in mare. Mentre la barca procede a circa due nodi i tre cuginetti si lasciano trascinare con grida gioiose , eccitati e timorosi di essere esca di mostruosi pescecani. Quando il gioco finisce siamo ormai prossimi al promontorio che chiude la profonda insenatura di Kalionissos.
La prima volta che arrivammo a Kalionissos, , Gino ed io, diversi anni fa, la baia era deserta. Solo tre barche di un charter erano ormeggiate ad un traballante imbarcadero. L’unica taverna si trovava ad alcune centinaia di metri dalla riva, condotta da un poliedrico personaggio in funzione di taverniere, maestro di scuola, pescatore di spugne, di nome Nicola. Parlava italiano e da lui sapemmo tutto sulle vecchie famiglie che abitavano la angusta valle e i fianchi della baia, in case poco più grandi di magazzini per gli attrezzi, sprovviste di tutto, lontane ore di mulattiera dalla cittadina Kalimnos. La loro vita grama si consumava nell’attesa degli uomini in mare, per mesi, alla pesca delle spugne. Vita dedita alla pastorizia e alla produzione di formaggi da vendere in città un volta alla settimana.
Oggi essa è trasformata. Due taverne si contendono gli equipaggi delle numerose barche ormeggiate alle loro boe. Un chiosco mobile, diverse sdraie ed ombrelloni violano l’idilliaco nostro ricordo di questo approdo.
Una volenterosa coppia tedesca ci aiuta ad agganciarci all’ultimo corpo morto rimasto libero, di fronte ad una spiaggetta ghiaiosa dominata da un robusto tamerici che la ombreggia.
E’ lì che approdiamo con il nostro tender e ci distendiamo per prendere possesso di questo gradevole angolo. Presto dimentichiamo la delusione di aver trovato Kalionissos contaminata dalla civiltà. L’insenatura è bella, non c’è alcuna confusione, alcuni bambini giocano facendo tuffi da un moletto, non rumori di motori o di musiche invadenti. Per i nostri tre giovani gattonauti il posto è ideale per socializzare e trascorrevi qualche ora.
Presto fanno la conoscenza di alcune bambine e si allontanano a giocare.Un sentiero partendo dalla spiaggia si spinge all’interno della valle. Ora sono diverse le abitazioni, piccole, modeste, dall’apparenza di essere case da vacanza, frequentate dai locali. Ad intuito raggiungiamo la taverna di allora, quella della mia prima visita e riconosco il taverniere di allora. Lui fa finta di riconoscermi, oppure è sincero, non so. Non mi meraviglierei se fosse vero. In altre occasioni mi sono trovato di fronte a greci, generalmente camerieri, che mi hanno riconosciuto dopo molti anni di assenza. Capacità fisiognomiche per me, che stento a riconoscermi allo specchio, impossibili da comprendere.
In queste soste pomeridiane o mattutine alle taverne che ci piacciono per qualche motivo- generalmente si tratta di locali molto rusticali e pittoreschi- siamo usi assaggiare la Grecia ordinando un piatto di olive, possibilmente secche e nere, e un bicchiere di retzina.
Il tempo sta cambiando. Si è alzato il vento.

martedì 2 luglio 2013

1 luglio 2013- Kalimnos. (Insenatura di Kalionissos.)
Alcune barche lasciano gli ormeggi e partono. Nonostante il vento teso che ha cominciato a soffiare da ieri sera è a fischiare tra le sartie per tutta la notte decidiamo di partire anche noi. Appena usciti dalla protezione del promontorio, però, prendiamo le onde al traverso ed rollìo il diventa insostenibile. Dovremmo mantenere questa rotta per un paio di ore e con i bambini a bordo non ci sembra una tratta gradevole, dunque, si torna indietro, al conforto di un ormeggio tranquillo.
La capacità che hanno i bambini di comprendersi tra loro pur parlando idiomi differenti è stupefacente. I nostri tre giocano per ore con le figlie del gestore del chiosco. Hanno imparato da loro quel gioco, incomprensibile all’osservatore occidentale, che si chiama backgammon e vi si dedicano con molto impegno.
Marzia ed io, invece, ci allontaniamo per una passeggiata lungo la rocciosa costa fino a scoprire un angolo, una sorta di rientranza del mare, dove l’acqua trasparente e fresca ci invoglia ad un tuffo.
Alla taverna posta più in alto questa sera c’è musica folk. Sono arrivati molti clienti greci da fuori ed i tavoli sono quasi tutti occupati. Si respira aria di autentica crecità. Niente canzoni per turisti, niente sirtaki. Monotone, alle nostre orecchie, sono le nenie che escono dalle lire, quei tipici strumenti greci, un po’ simili a violini che i quattro dell’orchestrina sfregano con intenso impegno.
Ci vogliono molti anni di frequentazione delle isole egee per lasciarsi conquistare da questa musica dai temi tanto ripetitivi da risultare noiosi. A noi, che non siamo ancora arrivati a comprenderne appieno il fascino, dopo un poco stanca nonostante essa faccia, insieme alla retsina, atmosfera di vacanza “stin Ellada”.
La musica continua quasi fino all’alba. Ci raggiunge nelle nostre cuccette dove abbiamo trovato fortunosamente rifugio dopo il timore di aver perduto il tender lasciato in secca sulla riva. Al nostro ritorno dalla taverna, infatti, il tender non era più lì ad aspettarci. La marea montante lo ha liberato dalla sponda ed il vento, ancora abbastanza teso, portato via. Per nostra fortuna in quel punto la riva fa un’ansa e le cime di alcuni gozzi ne sbarrano lo sbocco in mare aperto. E lì, sulla sponda sottovento, si scioglie la nostra ansia. Marzia andata in esplorazione, ne intravede la sagoma e il grido: è qui ! suona alle nostre orecchie come la musica più gradita della serata.


2 luglio 2013. Kalionissos- Pserimos. Miglia 12
Dunque siamo partiti nonostante che il vento non sia calato. Dobbiamo essere a Kos dopodomani per il rientro, io e Mattias a Roma. Marzia, Maia e Sebastian andranno invece nella loro amata isola di Lipsi a continuare la vacanza.
Fuori dell’insenatura ritroviamo le onde al traverso di ieri. Il mare è ben formato ed il rollio molto intenso. I bimbi trovano questo andare divertente, ma quando finalmente raggiungiamo la fine dell’isola e poggiamo per dirigere su Pserimos, l’onda, più placata, arriva dal giardinetto ed il nostro procedere diventa gradevole. I bambini, a turno, governano al timone e Gattadapelare ci dona dei bei momenti di navigazione.
A Pserimos non troviamo subito posto in banchina occupata dai caicchi turistici e restiamo in rada assieme ad altre barche in attesa che si liberino i posti.
Ormai siamo di casa qui. Conosciamo alcuni dei commercianti di souvenir, le proprietarie della taverna, il venditore di spugne. Tutti ci salutano con simpatia e fanno di Pserimos uno degli approdi tra quello graditi del Dodecanneso.
Marzia ed io lasciamo i bambini libero di muoversi a loro piacimento tra spiaggia e barca e andiamo in esplorazione dell’altra costa dell’isola.
Percorriamo una strada che ci conduce ai piedi di una china dietro la quale c’è una insenatura aperta verso la costa turca La salita non è erta, ma il caldo si è fatto intenso e le rare folate di vento provenienti dal mare dietro di noi ci ristorano poco. Incontriamo tre donne che fanno il percorso inverso al nostro, anche loro mosse dalla curiosità di sapere cosa c’è dall’altra parte della collina. Giunti in cima tra un assordante gracidio di cicale, nel sole ellenico, tra spinosi cespugli e rocce calcaree e belare di capre ammusate all’ombra di qualche carrubo, si apre davanti ai nostri occhi l’azzurro del mare egeo. Che bello ! Quanta fortuna abbiamo di vivere questi paesaggi, atmosfere, odori, sapori, colori, noi, che avvolti dalla storia e dalla mitologia, siamo qui, solo a pochi minuti di aereo da Roma !
Discendiamo e ci immergiamo nel mare. Un paio di barche galleggiano pigramente davanti alla spiaggia. E’ un bel posto per trascorrervi una notte alla ruota.

giovedì 4 luglio 2013

4 luglio 2013- Pserimos-Kos. Miglia 10
Siamo arrivati e ormeggiati alla marina nuova di Kos. Una marina ben servita, un po’ troppo burocratizzata, più in linea, forse, con gli standard europei, ma priva del fascino della spontaneità che noi andiamo cercando in Grecia.
Tutto cambia. La Grecia dei nostri primi anni di crociere sta scomparendo omologandosi –appiattendosi- su schemi di vita e su normative comuni tra i paesi che formano l’Europa. I nostri nipoti non potranno conoscere la Grecia visitata da noi. Questo mio “Diario di bordo” servirà, forse, a fargliela vedere com’era.
Non sempre noi “gattonauti” ci siamo accecati da superbo disprezzo per i turisti che ammorbano i nostri approdi. Ogni tanto ci concediamo un’immersione nella variegata folla di che sciama per le strade dei villaggi e città più pubblicizzati dalle agenzie di viaggio. Kos-città ci piace nonostante la massa di turisti soprattutto nord-europei che la occupa. Una moltitudine tanto consistente da ostacolare il cammino o da occupare tutti i tavoli delle taverne e dei caffè. Il comune ha creato anche lunghe piste ciclabili in città e bisogna stare attenti a non essere investiti da ciclisti nordici per i quali è ovvio che il percorso sia lasciato libero dai pedoni. Ma i pedoni meridionali non sono abituati all’esclusività della pista e la invadono inconsapevolmente.
Andiamo a cenare alla nostra usuale taverna, “da Zorbas”, caldamente salutati, come al solito, dal taverniere fisionomista.
Domani l’equipaggio si scioglie.


5 luglio 2013- Kos- Roma.
Voliamo Ryanair, io e Mattias, lasciando Marzia, Maia e Sebastian alla barca. Domani anche loro lasceranno Kos diretti a Lipsi.