Diariodi Bordo

località: paros, antikaros, amorgos, astipalea, anafi, santorini, folegrandos
regione: egeo
stato: grecia (gr)

Data inizio viaggio: mercoledì 26 maggio 2004
Data fine viaggio: martedì 15 giugno 2004

In barca a vela tra isole ignorate

Condividi questo articolo se ti è piaciuto...

mercoledì 26 maggio 2004

mercoledì 26 maggio 2004

26 maggio 2004. Atene-Paros
Con un volo Alitalia sponsorizzato da Gino arrivo ad Atene in tarda mattinata. Soffia un forte vento da nord e l'aereo sobbalza e oscilla in fase di atterraggio, tanto da crearmi qualche molesta immaginazione. Il nuovo aeroporto di Atene dista una quarantina di chilometri dalla città, ma per via dei lavori in corso per le olimpiadi il bus di linea impiega più di un'ora e mezza per arrivare al Pireo. Dallo stato di avanzamento delle opere sportive e delle strade si direbbe che fra meno di tre mesi (i giochi olimpici inizieranno il 15 agosto) nulla sarà terminato. Ma scommetto che questi greci mi faranno vincere la scommessa.
L'imbarco al Pireo con la nave semi-veloce avviene alle 17.30. Assisto sempre con piacevole attenzione alla parata delle isole che si svolge davanti a me. Le Cicladi! Quante volte questo nome mi affascinò in passato senza averle mai viste! Solo la loro disposizione nell'Egeo, che il nome stesso evoca, me le ha fatte immaginare come perle di una collana. E al centro ideale del cerchio c'è Delo, l'isola sacra ad Apollo e a Diana. Nonostante tutto il nostro girovagare tra questi frammenti di terra non ho ancora visitato Delo, quasi me lo impedisse un reverenziale timore per la sua pagana sacralità.
Ho telefonato alla Maria Aliprandis, la mia "albergatrice" di Naussa comunicandole l'ora dell'arrivo. Ha detto che sarebbe venuta a prendermi a Parika, al porto, con la sua macchina. Veramente gentile, soprattutto perché arrivo alle 22 con quasi un'ora di ritardo.
La stanza che mi ha destinato è la stessa occupata da Isabella e Marcus l'anno scorso. Piccola, sufficientemente accogliente e poco cara. Ma soprattutto si respira da qui l'odore del mare trasportato dal vento del nord sempre teso, qui nell'Egeo. Naussa è deserta. In questo periodo dell'anno la stagione turistica non è ancora iniziata. Ceno solitario nella mia solita taverna del porto. Fa freddo e si sta bene dentro.
Poi a letto. Domani mi aspetta una barca di lavoro.

27 maggio. Naussa (Paros)
Mi sveglio e ancora prima di aprire gli occhi sento il soffio del meltemi nel canneto. Il mare è spumeggiante di piccole, corte onde che lo rendono poco invitante. Dopo un anno di lontananza sento di essere poco "marino". Ho bisogno di riprendere possesso della barca e della salsedine.
Con un motorino preso a noleggio tramite Maria, che qui è una sorta di factotum, organizzo un andirivieni tra Naussa e Monastiri dove Gattadapelare mi ha aspettato per così lungo tempo. Porto a bordo il bagaglio e riporto biancheria da lavare. Quest'anno farò lavare anche tutte le coperteche attendono questo evento da alcuni anni. Maria, sempre lei, si è offerta di farlo con la sua lavatrice. Una vera miniera di opportunità questa Maria rumena di nascita, greca per matrimonio, con una figlia sposata in Italia ed un'altra ad Atene. Sempre allegra e disponibile come spesso sanno esserlo solo le persone grasse.
Naturalmente il motore del tender lasciato a Janni per farlo riparare non è pronto. I pezzi di ricambio portati da Roma non sono sufficienti. Dopo un anno di corrispondenza e-mail e ripetute assicurazioni che tutto sarebbe stato OK per il mio ritorno Janni non ha fatto niente. Ma anche questo è Grecia, è vacanza.
La barca si presenta piuttosto trasandata. Sono ormai dieci anni che ha lasciato il suo ormeggio sul Tevere e ho potuto dedicarle non più di quattro-cinque giorni di manutenzione ogni anno. Avrebbe bisogno di un bel lifting dentro e fuori e qualche serio intervento all'impianto elettrico. Posso, invece, solo garantire un minimo di sicurezza e affidabilità.

28 maggio. Naussa.
Una giornata come ieri dedicata ai lavori. Continuo a portare biancheria sporca a Maria e a riportarne di pulita. Tra gli acquisti straordinari c'è una nuova batteria. Il vento è sempre teso.

29 maggio. Naussa.
Ormai aspetto l'arrivo di Gino per varare Gattadapelare. Continuo a mettere a posto quello che posso. L'avvolgifiocco è di nuovo bloccato e devo smontarne il meccanismo. Ma ormai so come si fa. Ho montato la pompa di sentina che avevo portato da Roma per revisionarla con calma.
Il mare è sempre agitato e poco invitante.


30 maggio Naussa.
Ho chiesto a Petrus, il proprietario del "karnaio" di varare la barca domani. Impossibile, ha detto. Domani e dopodomani sono giorni di festa grande e non lavora nessuno. Dobbiamo pazientare. Ma non tutti i contrattempi sono completamente negativi. Partiremo per la crociera il giorno due giugno così che le "ragazze", Elke e Gerlinde, avranno tempo per visitare Naussa.
Verso sera arrivano Titti e Alfredo. Ma non ci incontreremo fino a domani. Gino arriva con il traghetto della sera Lo vado a prendere a Parika assieme a Maria (ancora lei) con la sua macchina. Sono contento di rivedere il mio compagno di avventure e di esplorazioni. Qualche settimana fa siamo stati suoi ospiti a Barcellona per un fine settimana. Un fresco ricordo che ha contribuito a rendere ancora più salda la nostra amicizia. Si cena al porto e si va a dormire. Domani cederemo la stanza alle "ragazze" e ci ritireremo a dormire dentro la Gatta.


31 maggio. Naussa.
Con Gino facciamo gli ultimi preparativi. Acquisto una seconda batteria. Voglio stare tranquilcon la messa in moto del motore. Fa parte dei miei incubi marinari immaginare il motore che non parte in un momento di emergenza. E' vero che nei corsi organizzati del Centro Velico di Caprera abbiamo svolto tutte le manovre in ogni condizione di tempo sempre e solo a vela, ma eravamo sempre almeno quattro persone d'equipaggio ben addestrate. Con Gattadapelare, molto più impegnativa dei Dehler della scuola, non siamo mai in numero sufficiente per manovrare con sicurezza in condizioni d'emergenza. Dunque viva il motore e al diavolo la vergogna.
Incontriamo la "cuginastra" Titti ed Alfredo che sono "scesi" in un albergo di Naussa alta.
La giornata trascorre sulle sdraio della spiaggetta di Monastiri. E' molto gradevole questo posto, ben riparato dal vento (che comunque oggi è calato di intensità) e con un simpatico ristorante diretto da Claudio, un napoletano radicatosi qui. Nonostante Claudio ci conosca già come parchi clienti, (mangiamo sempre e solo insalata greca) ci accoglie con il solito calore meridionale.
Maria ci presta la sua macchina per raccogliere Elke e Gerlinde in arrivo al porto di Parika. Arrivano con il traghetto delle 21.30. Si cena tutti assieme a Naussa alla solita taverna del porticciolo e poi a letto. Gattadapelare ci accoglie, Gino ed io, nella sua stabile posizione a terra.


1 giugno 2004.. Naussa.
Oggi si vara. Mentre le "ragazze" prendono il sole sulla spiaggia Gattadapelare scivola, adagiata sulla slitta del cantiere, nel mare azzurro e calmo. Il vento è totalmente assente, proprio così come piace alle "ragazze". Non è la prima volta che al loro arrivo Poseidone gli fa questo regalo.
Nel pomeriggio portiamo la barca all'attracco a Naussa. Troviamo posto vicino a Janni e ce ne
andiamo a girovagare per le stradine di Naussa fino all'ora di cena.

mercoledì 2 giugno 2004

2 giugno. Naussa-Antikaros. 23 miglia.
Finalmente si parte! Abbiamo fatto cambusa in previsione di un pic nic sulla spiaggetta di Antikaros. Pesce da fare alla brace e chiaro di luna. Il nostro equipaggio si compone di quattro membri: le famose "ragazze" (guai a chiamarle in altro modo) Gino ed io. Titti e Alfredo ci raggiungeranno ad Amorgos con un traghetto. Usciamo dalla baia di Naussa con vento debole che si rafforza leggermente nel canale tra Paros e Naxos. Puntiamo dritti sul tempio di Dionisio che sorge su una penisola artificiale a nord del porto di Naxos. Il canale, in questo punto è largo sei miglia ed il vento, a noi favorevole, viene da nord. Si procede, dunque, al lasco fin sotto il tempio e poi si scende lungo la costa occidentale dell'isola. All'uscita dallo stretto troviamo il vento rafforzato che ora proviene da sud-ovest. Ce lo troviamo di bolina larga, quasi al traverso e procediamo senza stress. Il mare è mosso ogni volta che attraversiamo i canali tra le isole che formano qui un piccolo arcipelago, ma le onde restano basse e non ci arrecano alcun fastidio.
Lasciamo l'isola di Karos sulla nostra sinistra, intravediamo in fondo Koufonisi e doppiamo a sud la punta di Antikaros. Entriamo così nello stretto canale tra l'isola e da un isolotto che la fronteggia a est. Diamo fondo all'ancora stando attenti alla lunghezza della catena: non poca che spedi non troppa che ci porti sugli scogli in caso di fortunale. E' la terza volta che ancoriamo qui. La prima volta con Marzia, quattro anni, fa passammo una avventurosa notte di temporale attenti ad ogni colpo di vento che ci spingesse ai lati del canale. Anche l'anno scorso, con Gino; mettemmo una seconda ancora afforcata. Ma forse le nostre precauzioni sono state sempre esagerate; la corrente trattiene la barca al centro. Fa freddino ed è ventoso. Rinunciamo a scendere sulla spiaggetta e ci organizziamo con il grill a poppa. Il vento accende la carbonella come una fucina. Una scia di scintille, simile alla coda di una cometa, si allontana da Gattadapelare e si disperde nel buio incombente che sta ormai inghiottendo il profilo montuoso di Amorgos, stagliato verso sud..
La cena fatta al lume di una lampada a petrolio e gustosa e certamente eccezionale. Siamo gli unici ospiti di questi luoghi, se si eccettua il pescatore che, sappiamo, vive in cima alla collina. Il cielo è carico di stelle, il silenzio assoluto. Domani mostreremo alle "ragazze" la casa del francese. Ne hanno sentito tanto parlare che l'aspettativa è alta. Essa si intravede vagamente sulla scogliera, poco distante da noi, abbandonata e melancnonica.

3 giugno. Antikaros-Amorgos. 6 miglia
Scendiamo a terra e visitiamo la Casa. Ormai i segni del degrado sono più evidenti e lo stato di stabilità è compromesso. Entriamo con cautela nelle stanze vuote dove, però, troviamo tracce di recenti visitatori, francesi o forse spagnoli che vi hanno pernottato. La nostra fantasia si accende. Forse gli eredi del vecchio misantropo sono tornati a visitare la proprietà o forse si tratta di turisti alternativi capitati qui per caso .Hanno lasciato alcuni appunti in francese ed un libro in spagnolo che Gino requisisce per sé. L'alone di mistero che avvolge questa costruzione ed il suo proprietario ci accompagna per tutta la visita. Siamo curiosi di sapere di più, ma non sappiamo a chi domandare se non agli sparsi resti delle opere realizzate per un soggiorno più comodo ed alle cose abbandonate. Qui parte dello scivolo per alare, con su ancora una barca sconnessa e scrostata che pare sul punto di scendere in mare, là l'impalcatura che sorreggeva le celle fotovoltaiche. Nell'interno una arrugginita pompa a mano per l'acqua denuncia l'aspirazione alle mollezze della vita cittadina.
Ci trasferiamo sulla spiaggetta che la corrente ha formato sull'isolotto di fronte e vi trascorriamo un po' di tempo a bagnarci e ad assaporare questo spettacolo di terre e di acque consapevoli della unicità di questa giornata.
Arriva una barca tedesca che passa indenne nello stretto tra isola e isolotto, là dove noi avevamo ritenuto fosse troppo basso per Gattadapelare. Ci siamo rimasti male anche perché gli avevamo fatto cenno di non proseguire. Così abbiamo imparato che il passaggio è franco e ne terremo conto alla prossima occasione. Se ci sarà.
Verso le 11 lasciamo Antikaros e dirigiamo su Amorgos. Vento debole da sud-est, mare calmo, tratta piacevole di trasferimento. Attracchiamo a Katapola e andiamo subito a cercare dei motorini per raggiungere il monastero di Chozoviòtissa prima che chiuda L'incontro con Titti e Alfredo avviene per caso. Sono arrivati il giorno prima con il traghetto e torneranno a Paros anziché proseguire per Astipalea. Troppo difficile raggiungere quest'isola che è collegata meglio con il Dodecanneso che non con le Cicladi. Ci salutiamo senza impegni reciproci di rivederci e saliamo verso Chora, la piccola capitale di quest'isola. Camminiamo nel bianco silenzio di vicoli solitari alla ricerca di antiche tracce. L'immaginazione ci aiuta a trasfigurare la severa chiesetta appollaiata su quello che era l'acropoli nel tempio stilato di Atena. Da qui la dea aveva un'ampia veduta sul mare verso ponente, verso la città a lei dedicata. A lei si rivolgevano fiduciosi gli antichi abitanti di questa e di altre isole nei momenti di sconforto Oggi sul lato opposto della montagna un altro tempio guarda dall'alto l'azzurro dell'Egeo; un'altra donna divina ha conquistato l'animo di questi abitanti scegliendo Amorgos quale luogo in cui rifugiarsi sfuggendo all'ira degli iconoclasti che volevano distruggere la sua immagine.
Il panorama che si apre una volta giunti sullo spartiacque è ancora una volta stupefacente. La costa, alta e ripida, scende per trecento metri prima di incontare il "profondo blu". Non a caso è qui che è stato girato il film che porta lo stesso nome. Il sole si riflette su un mare che parrebbe infinito se non fosse per i profili lontani ed azzurrini delle isole di Astipalea, Anafi, Santorini e Ios che da est verso ovest chiudono questa immensità che la brezza accarezza disegnandovi sopra lunate increspature in lento movimento.
Lasciati i motorini saliamo i mille gradini (che invece sono di meno: ah! queste guide turistiche !) per raggiungere il monastero. Ma le nostre ragazze non sono vestite adeguatamente e non ci lasciano entrare. Poco male per Gino e per me che già abbiamo visitato il santo luogo, ma le nostre compagne ci restano un po' male. Mentre ci riposiamo, seduti pigramente su un muretto a strapiombo sul mare che lascia scorgere le sue trasparenze trecento metri più in basso, un pope esce dalla bassissima porta di legno massello che chiude e protegge l'ingresso e offrendomi pretestuosamente un ramoscello aromatico colto per l'occasione attacca con noi il discorso. Sembra quasi un eremita con la sua lunga barba e la sua scura tonaca maculata di antica sporcizia. E' una figura asciutta e ieratica, che dà la sensazione di essere quasi in odore di santità, ma che certamente puzza di caprone. Senza mai rivolgersi alle signore ci racconta di essere ucraino e di vivere qui da ventisette anni. Ci indica anche dove si trovano le "moderne" toilette. Sono alla turca, manca l'acqua e sono abitualmente frequentate dalle capre che vi spargono ovunque le loro olive di sterco. L'intenzione è buona, ma la mira è carente.
Tornando a Katapola ci fermiamo a Chora per comprare quel pane secco tipico di questi luoghi assai adatto per stropicciarci sopra il pomodoro e essere mangiato in barca durante la navigazione condendito con olio d'oliva e aglio.. Una croccante variante della panzanella nostrana e altrettanto gustosa.
Si cena ad una modesta taverna e si va in cuccetta.

venerdì 4 giugno 2004

4 giugno- Amorgos-Astipalea. 55 miglia.
La sveglia è un po' brusca. La barca accanto a noi salpa con notevole confusione e difficoltà, costringendoci a tenerla a distanza a braccia. Dopo aver liberato l'ancora che ha agganciato la nostra catena, finalmente prende il largo e ci permette di andare a far colazione al caffè del porto.
Oggi si va ad Astipalea, la Stampalia dei veneziani, la prima, ad ovest, del Dodecanneso , quasi un'emarginata, occhieggiante a Rodi, ignorata dalle sorelle più prossime al centro ideale dell'Egeo, a Delos.
Mollati gli ormeggi in quasi assenza di vento (siamo protetti dalle montagne che lo bloccano da sud-ovest) decidiamo di doppiare la punta occidentale di Amorgos per poi puntare verso sud-est. Appena fuori da Amorgos il vento rinforza e ci costringe a terzarolare randa e genoa. Inoltre proviene ora più chiaramente da sud e su consiglio di Gino dirigiamo prima su Santorini che appare una meta più sicura e facilmente raggiungibile nel caso che il vento rinforzi. Ma all'altezza dell'aspra isola di Anidros (l'"Asciutta") torniamo a considerare Astipalea quale nostra meta finale e, virando, cambiamo di bordo. Il vento, intanto, è diminuito d'intensità, sicchè, quando verso il tramonto, arriviamo a costeggiare l'isola è del tutto assente. La Chora di Astipalea, dominata anch'essa come quella di Patmos dalla mole grigia di una fortezza, si staglia davanti ad un sole che scende sovrano.
Non c'è un vero porto; solo un molo per l'arrivo dei traghetti che è già occupato di lato da una barca a vela. Attracchiamo dietro l'angolo tenendoci piuttosto laschi e lontani dal manufatto perché c'è una forte risacca che fa ballare la nostra Gattadapelare.
Intanto ci raggiunge Veronica insieme a Santiago. Credo sia necessario presentare questi due nuovi personaggi che improvvisamente appaiono nel diario di questa giornata, Veronica è un'amica di Gino che vuole visitare Anafi e approfitta del nostro passaggio. L'incontro non è, dunque, casuale ed è stato organizzato da prima della nostra venuta in Grecia e preceduto da alcune telefonate organizzative. Santiago è, invece, un incontro casuale di Veronica sul posto. Tutti assieme ce ne andiamo a cena in un locale sulla spiaggia. Sopra di noi, aggrappato alla cresta della montagna, il paese, la Chora, biancheggia nel buio incipiente.

5 giugno. Astipalea.
La notte è trascorsa sballottati dalla risacca che è andata aumentando di ora in ora. L'altra barca si trova in una posizione più scomoda; ormeggiata all'inglese sale e scende sul bordo del molo facendo stridere i parabordi in procinto di scoppiare ad ogni onda. Quando la situazione diventa insostenibile li vediamo partire per dirigere verso un gruppo di isolotti ad un paio di miglia sopravvento. Noi siamo protetti dal molo, con due cime a terra ed ancorati sottovento. Balliamo molto, ma non ci sono problemi di attrito. Con qualche acrobazia, ammirabile soprattutto nelle donne d'equipaggio, scendiamo a terra per andare ad esplorare l'isola. Con un fuoristrada a noleggio saliamo verso il paese e prendiamo una strada che ci indica Veronica e che ci condurrà verso una spiaggetta isolata. Poco dopo l'asfalto lascia il posto alla terra battuta e ci lasciamo avvolgere dall'atmosfera bucolica e pastorale. Gli scoscesi terreni che ci circondano e che scivolano verso il mare sono brulli. Quella che gli antichi greci chiamavano "la mensa degli dei" presenta oggi una vegetazione di bassi cespugli spinosi e cuscinetti di origano ed altre piante aromatiche. I fianchi dei monti sono tagliati da forre longitudinali nella cui modesta frescura fioriscono gli oleandri. Il colore dei fiori risalta come il carminio di labbra dischiuse, nel sorriso, alla bellezza dei luoghi. L'aria è profumata di sole e di mediterraneo e piena del ronzio delle api e del suono dei campanacci delle capre che ci osservano di lontano con i loro occhi inquietanti e sospettosi. Quando arriviamo alla spiaggia, ciottolosa e ombreggiata da radi tamerici, vi troviamo un paio di turisti che, come noi, si sono spinti fin qui alla ricerca di serene atmosfere.
Più tardi si risale alla Chora per una visita al diruto castello dei Querini che qui signoreggiarono per trecento anni. Il maniero è chiuso e ne rimangono in piedi solo le mura esterne. Dalla cresta del paese, dominata dai resti di cinque mulini a vento, si osserva il sottostante gruppo di case che compongono Skala, e la nostra barchetta che ondeggia all'attracco. Sembra al sicuro, ma al momento del rientro vediamo da lontano che una delle cime di ormeggio si è spezzata e la Gatta, vincolata dall'ancora e dalla cima superstite di poppa, si è avvicinata alla riva. Il moto della risacca è aumentato e la posizione è diventata insostenibile. Corriamo a salvare la nostra barca. In quest'occasione anche Gino, come tanti altri che lo hanno preceduto, sacrifica a Nettuno il suo cellulare. Inutile il tuffo ed il recupero dello strumento.
Su consiglio dei locali si decide di trovare riparo a cala Maltesana, un'insenatura ad un paio di miglia più ad est. Mentre le "ragazze" si avviano in macchina Gino ed io abbandoniamo il molo ed affrontiamo un mare ben formato fino a trovarci ridossati da alcuni isolotti e dalla costa che, con due propaggini rocciose, abbraccia la cala.
Attracchiamo ad un molo quasi tutto occupato da imbarcazioni locali di pescatori e da uno sloop battente bandiera francese. Per prudenza prima di ormeggiare all'inglese filiamo venti metri di ancora un po' all'esterno in modo da garantirci una via di fuga nel caso che il vento, cambiando direzione, ci spinga contro il molo.
Cala Maltesana offre un buon riparo e si può considerare l'unico attracco tranquillo di Astipalea, almeno tra quelli prossimi alle abitazioni. La baia presenta sul fondo una lunga spiaggia sabbiosa ad alcune case sparse. Non c'è un paese vero e proprio, ma nell'entroterra le costruzioni si fanno più dense e c'è anche un negozio di alimentari. Per andare a Chora , che dista otto chilometri, usiamo la macchina con la quale le "ragazze" ci hanno nel frattempo raggiunto. La strada si snoda lungo la costa settentrionale salendo sulle colline e scendendo fino al mare. Non incontriamo alcun traffico. L'isola ha la forma di una farfalla e nel punto più stretto le coste distano poche centinaia di metri. In paese prendiamo un caffè in un grazioso locale la cui proprietaria è un' italiana approdata per caso alcuni anni prima ad Astipalea e qui rimasta per sua scelta di vita.
Rientriamo alla nostra nuova base e mangiamo nell'unica taverna del posto gestita da una grassa greca simpatica e intraprendente.

La notte trascorre tranquilla, ben diversa da quella scorsa. La risacca non entra nella cala e ci addormentiamo ascoltando il leggero sciabordìo che fa il mare imprigionato tra la barca ed il molo.

domenica 6 giugno 2004

6 giugno. Astipalea-Anafi. 34 miglia.
Il francese, ben informato, ci annuncia mare forza 6-7 e 15-20 nodi di vento. Gino si offre di riportare la macchina a Skala dove lo raggiungeremo con Gattadapelare per imbarcarlo. All'uscita da cala Maltesana troviamo un mare molto meno formato di ieri e siamo più ottimisti sulle previsioni. Sappiamo che ad Anafi non troveremo altro che un ridosso poco protetto e che con onde da ovest sarà difficile mantenere l'ormeggio. L'alternativa è quella di proseguire per altre 15 miglia fino a Santorini dove negli ultimi anni è stata realizzata, finalmente, una marina. Ma non vorremmo perderci l'atterraggio ad Anafi. Siamo curiosi di conoscere quest'isola appena sfiorata da un turismo alternativo, saltuariamente raggiunta dai traghetti e scarsamente popolata. Per tutti, e soprattutto per Veronica, non poter visitare quest'isola che porta in sé il fascino di una fantasia millenaria sarebbe causa di un rimpianto che amareggerebbe una crociera fino ad oggi appagante tutte le aspettative che ci eravamo fatte nel corso dei mesi precedenti.
Troviamo Gino che ci aspetta sul molo con due buste di provviste. Ha comprato, dice, anche delle previsioni meteo migliori: mare forza quattro e vento a 10 nodi. Con queste informazioni incoraggianti prendiamo il largo e dirigiamo ad ovest.
Dopo qualche ora di navigazione tranquilla ecco Anafi, l'"illuminata"! Ci accoglie da lontano mostrandoci l'alto promontorio che in una notte di tempesta apparve, alla luce di un lampo, agli esausti Argonauti anelanti ad un approdo.
Sul colmo del monte, poco prima della cresta, un bianco santuario sembra pronto a scivolare sul fianco ripido della montagna per tuffarsi nel mare.
Navighiamo ora a motore costeggiando il lato meridionale dell'isola e raggiungiamo, infine, un'insenatura protetta ad ovest da una scogliera artificiale e con un corto ed alto molo adatto adatto solo per l'attracco dei traghetti. Non c'è possibilità di ormeggio a terra. Filiamo l'ancora "appennellata", cioè arricchita di un secondo ferro a due metri di catena da quello principale. C'è un po' di onda che entra aggirando la punta della scogliera e non vogliamo correre rischi in caso di peggioramento del tempo. In fondo all'insenatura, invero poco profonda, ci sono alcune case ed una taverna. Scendiamo a terra con il tender.. Il motore è fuori uso ed è necessario contrastare la forza del vento remando energicamente.
Ad Anafi c'è un servizio pubblico che collega l'immancabile Skala, il borgo a mare, con la solita Chora, il borgo in alto. E' rappresentato da un pulmino che si arrampica su per tornanti non protetti e che pare sospeso nell'aria, Sotto di noi la linea della costa, le case, la nostra barca si allontanano ad ogni curva.Il viaggio dura poco e termina su uno spiazzo subito fuori le prime case del paese. Skala non è grande, Una breve strada principale conduce ad un belvedere chiuso tra i resti di un mulino a vento ed una chiesetta. Incontriamo pochi abitanti. La veduta è stupenda. Intorno a noi l'immensità del mare è interrotta solo dal profilo di alcuni isolotti e dalla lontana linea di Santorini che dista ....miglia. Gattadapelare vista da qui appare piccola e abbandonata nella baia. Lungo la strada del paese si affacciano un paio di modesti negozi ed un paio di taverne. Sulla veranda di una di queste ceniamo con tante piccole porzioni di quei cibi saporiti che sono la caratteristica della cucina mediterranea orientale mentre sotto e davanti a noi il mare si mostra nella sua azzurra grandiosità. L'ostessa è cordiale e la cena a buon mercato. Alla fine ci dona anche un barattolo di incontaminato miele dell'isola.
Chiamiamo al telefono l'autista che ci ha condotto in paese per riportarci a Skala con il bus comunale. Ma le cose qui vanno in altro modo. In una piccola comunità il concetto della cosa pubblica si confonde con quello del bene personale. Alle 23 passate ci lascia sulla banchina senza voler alcun compenso.
Anafi, resterai nei nostri ricordi come un lembo di terra fuori dal tempo; mondo distante da quello in cui si agitano le nostre vite, isola di umanità dimenticata in cui i rapporti tra gli uomini non sono ancora costruiti sulla sola convenienza.
Gattadapelare ci aspetta alla ruota, ospitale come una casa vissuta. pronta a cullarci con l'ausilio delle onde che arrivano smorzate dalla scogliera che protegge la piccola baia da ovest. Ma saliti a bordo scopriamo che la barca riceve le onde al traverso e rulla fastidiosamente. Mettiamo allora un'ancora a poppa per obbligare lo scafo a restare allineato con il verso del mare e a beccheggiare moderatamente.

lunedì 7 giugno 2004

7 giugno. Anafi-Santorini. 25 miglia

Il tempo rimane bello. Vento e mare moderati. Facciamo colazione a terra. Siamo gli unici ospiti del bar-taverna. Quando spediamo l'ancora per dirigerci verso Santorini siamo combattuti da sentimenti contrastanti. L'eccitazione di raggiungere l'isola più bella e misteriosa dell'Egeo si mescola con la nostalgia per la modesta e sconosciuta Anafi che lentamente si allontana dietro la nostra poppa.
Il francese di cala Maltesana ci ha confermato che a Santorini è stata realizzata una marina. Sappiamo all'incirca dove si trova e dirigiamo così all'estremità di sud-ovest della grande parentesi di terra che costituisce l'isola.
Santorini misteriosa e leggendaria. Forse la mitica Atlantide citata da Platone. Forse causa della scomparsa della civiltà minoica. Certamente l'apocalittica esplosione del vulcano non passò inosservata alle genti abitanti le sponde del Mediterraneo di . 3500 anni fa. L'onda gigantesca, alta più di sessanta metri, spazzò le isole e distrusse i borghi e le città, i porti e le campagne che si affacciavano al mare.
Vediamo avvicinarsi la costa e con essa i segni di un'attività vacanziera che stona per la sua vacuità con la drammaticità dei lontani eventi che hanno plasmato l'isola e che vivono nelle nostre aspettative di viaggiatori esigenti.
La marina, che raggiungiamo nel primo pomeriggio, dopo una navigazione tranquilla, ha la forma circolare di un cratere. Una felice soluzione che si armonizza e richiama la configurazione geologica del paesaggio. Non troviamo grande affollamento di barche. La maggior parte di esse è rappresentata da piccoli pescherecci e gozzi. Ormeggiamo in completa tranquillità di vento e scendiamo a terra. Tranne me, che sono qui per la seconda volta, i miei compagni di viaggio sono impazienti di andare a scoprire quest'isola di cui hanno tanto sentito. Troviamo un alberghetto sulla costa subito sopra la marina e un telefono per procurarci una macchina a noleggio.
Oia è uno dei paesi di Santorini. Insieme a Thira che è il capoluogo se ne stanno aggrappati sul bordo di quello che fu il cratere del vulcano. Le case, piccole, bianche, accecanti nel sole del pomeriggio se ne stanno in bilico sull'abisso. A trecento metri sotto c'è il mare. Esso occupa la cavità lasciata dalla montagna che, svuotata nell'interno dalla fuoriuscita della lava, collassò e sprofondò a centinaia di metri negli abissi dell'Egeo. Il panorama che abbiamo davanti, mentre camminiamo pigramente per le stradine di Oia, è di una bellezza che lascia storditi. I resti del cratere formano di fronte a noi un'altra isola, Thirasia, che verso occidente cerca di racchiudere la conca blu-indaco del mare. Quasi al centro del cerchio di terre lo scoglio nero e vitreo di Neo Kammeni ricorda, con le sue fumaiole, che la fucina del dio è ancora accesa.
All'estremità del paese finisce anche la terra. Diverse persone si sono radunate qui, sedute sui muretti o ai tavolini dei bar e aspettano che il sole si dissolva nell'oro dell'acqua.
Ce ne torniamo in macchina verso Thira costeggiando il lato occidentale dell'isola che, in dolce pendio, consente l'esercizio dell'agricoltura e gli insediamenti delle infrastrutture. La strada taglia le falde della montagna che è sorta dal sovrapporsi in epoche diverse di lave e ceneri, così che anche i colori della terra mutano dal grigio al rosso, dal nero al verdognolo come su una disordinata tavolozza di un titanico pittore.
Le stradine di Thira sono quelle di un qualsiasi paese dove il turismo di massa ha ucciso la spontaneità delle genti. Siamo lontani mille miglia dalla sincerità di Anafi o Astipalea. Negozi, negozietti, si susseguono l'un l'altro esponendo tutti le stesse cose: souvenirs, cartoline, bigiotteria, foulards. Potremmo essere a Taormina, o Capri,o Miconos, o Portofino o altrove dove si concentrano i vacanzieri estivi e non ci accorgeremmo della differenza. Bisogna uscire fuori dai vicoli ed affacciarsi sul panorama di quest'isola per provare una sensazione di grande stupore, un moto di sacrale meraviglia che ci ammutolisce. La medesima sensazione provata davanti al Gran Canjon o di fronte alle rocce del Monument Valley.
La sera è ventosa e fresca. Mangiamo in un ristorante con vista e ce ne torniamo alla base. Le signore in albergo, Gino ed io in barca. Domani Veronica ci lascia

8 giugno. Santorini.

I resti di Akrotiri, questa Pompei cicladica seppellita dall'eruzione che polverizzò l'antica isola, sono protetti da un tetto di lamiera ondulata e assomigliano più ad un cantiere della metropolitana che ad un sito archeologico. Ma sono affascinanti proprio per la causa della loro conservazione. L'insieme è caotico e disturbato dai materiali di protezione dei reperti. I famosi affreschi che vi sono stati trovati sono nel museo cittadino. Prima di venire qui abbiamo accompagnato Veronica all'aeroporto. E' stata una buona compagna di viaggio, allegra e adattabile. E' il primo segnale che la nostra crociera sta mutando. Anche le "ragazze" non proseguiranno più il viaggio. Dopodomani prenderanno la via del ritorno volando da qui verso Vienna e Roma. Gino ed io abbiamo da affrontare tre giorni di vela con il vento a sfavore. Ma questo era prevedibile e da oggi la direzione del vento è tornata ad essere normale; viene, cioè, da nord mentre per giorni ha spirato da sud-ovest, ostacolandoci, piuttosto, le tratte che abbiamo fatto finora.
Trascorriamo le ore del mattino passeggiando per i vicoli del paese e visitando i due musei di Thira. Gli oggetti esposti sono pochi, ma belli e interessanti. Soprattutto gli affreschi delle scimmie azzurre e del pescatore. Le figure sono vive e colpiscono per la loro modernità. Lo stile è lo stesso di quelle ritrovate a Creta nel palazzo di Crosso: corpi snelli, vite sottili,e le fanciulle hanno capelli avvolti sulla nuca e ricadenti in maliziosi riccioli sulla fronte.
Troviamo un appartamentino proprio al centro del paese a strapiombo sulla caldera. Il prezzo è contenuto e siamo entusiasti della terrazza panoramica, tutta per noi. Seduti al tavolino, con gli il bicchiere di uzo ghiacciato in mano, aspettiamo il tramonto con occhi incantati. Restiamo in silenzio mentre la luce scema nel crepuscolo. Intorno a noi , dalle terrazze vicine e lontane, sopra e sotto la nostra, si vivono momenti di incontro o di riflessione, di allegria, di melanconia, di festa. Il grandioso panorama sottintende ciascuno di tali stati d'animo. Santorini resterà un ricordo indelebile.
Poi, il prosaico riemerge prepotente e finiamo la serata con una "cofana" di spaghetti al tonno sponsorizzati da Gerlinde.
Arriva il momento dei saluti. La nostra crociera continua, ma le "ragazze" vengono abbandonate su quest'isola. Forse un giorno il nostro peregrinare per l'Egeo sarà il soggetto di un poema epico e questo abbandono verrà cantato da un futuro Omero. Forse anche qui, come e Naxos, sorgerà un tempio a memoria del fatto.
Allontanandoci in macchina verso la nostra barca abbiamo, però, la sensazione che le "ragazze" non fossero così infelici di restare.

mercoledì 9 giugno 2004

9 giugno. Santorini-Folegrandos 22 miglia

Partiamo verso le 10. Vento da nord, inizialmente moderato, ma quasi di prua. E' nostra intenzione, una volta doppiata la punta sud dell'isola, di entrare nella caldera e passare sotto la casa delle signore. Una piccola deviazione cui dobbiamo rinunciare perché il vento rinforza notevolmente e dovremmo fare troppi bordi. Dunque, telefoniamo le nostre intenzioni e dirigiamo verso Folegrandos con andatura di bolina larga e vento a 13-15 nodi. Inizialmente l'andatura è gradevole, ma con il progredire della giornata il mare si fa più mosso e per via dello scarroccio siamo costretti a orzare sempre più. Fa freddino e le ultime miglia sono faticose. Stanchi e infreddoliti, infine, entriamo nella baia sul fondo della quale c'è il molo di attracco, siamo contenti di non dover più affrontare il mare.
Abbiamo qualche momento di ansia per via del salpa-ancora che si rifiuta di lavorare proprio nel momento in cui dobbiamo far posto ad un traghetto in arrivo, ma infine tiriamo un sospiro di sollievo e ci godiamo quegli attimi di sollievo che ogni velista conosce dopo una dura giornata di vento: stare seduti nel pozzetto e, appoggiati alla cuscineria, guardarsi intorno sorseggiando qualcosa.
Folegrandos si sta affacciando al turismo da poco tempo e in questa stagione si incontra poca gente. Si tratta di viaggiatori alla ricerca di luoghi belli e tranquilli, poco inclini alla vita mondana che si può incontrare a Mikonos o a Santorini. L'isola è brulla. Non si scorge neppure un cespuglio. La piazzetta della Chora, che raggiungiamo in autostop, è l'unico luogo ombreggiato da alcuni robusti alberi. Il paese è carino e si origina da un antico castro di origine veneziana. Il tutto piuttosto genuino senza negozi con i soliti souvenir ed è vissuto dai locali. Gli uomini siedono al di fuori delle taverne e parlano a voce alta. Gli infissi delle finestre sono vivacemente colorati, qualche grosso vaso sta a decorare gli usci delle case, anch'essi dipinti con colori netti e forti. Facciamo una breve passeggiata per i vicoli solitari e ci affacciamo su uno strapiombo. Sotto di noi il mare è biancheggiante di ochette e lontano si staglia il profilo di altre isole. Domani si va a Ios a nord-est di Folegrandos. Deve essere quella che dalla nostra postazione si intravede, nel buio della sera iincoombante, dopo Sikinos. Ceniamo in una semplice taverna e ce ne torniamo al porticciolo con un piccolo bus di linea. Gattadapelare ci aspetta paziente come sempre, accanto alle altre due sole barche a vela e ad una minacciosa, grigia, unità delle marina militare ellenica.

10 giugno- Folegrandos-Ios . 18 miglia
Tempo sempre bello. Vento scarso. Prima di partire alla volta di Ios andiamo a dare di nuovo un'occhiata alla Chora. Ieri c'era poca luce per fare delle belle foto. Oggi non dobbiamo percorrere molte miglia e vogliamo prendercela comoda. Quindi bighelloniamo qua e là fino all'ora di pranzo e dopo mangiato torniamo a piedi alla Skala. Si tratta di fare quattro chilometri di strada asfaltata in quasi totale assenza di traffico, ascoltando i belati delle capre e chiacchierando tra di noi di cose senza peso. Rilassati e soddisfatti delle nostre esperienze. Ma Gino è sotto l'influenza di una malefica fattura che lo colpisce sempre nello stesso oggetto: il telefonino. Dopo averne gettato uno in mare ad Astipalea (involontariamente, sia chiaro) ha abbandonato quello nuovo, oggetto di approfonditi studi ed esperimenti quotidiani, nella taverna dove abbiamo pranzato. E', dunque, costretto a tornare indietro quando eravamo quasi arrivati alla meta. Proseguo da solo il cammino accompagnato dai belati.
Lasciamo Folegrandos, Il vento è debole da nord e noi procediamo verso nord-est. Dunque di bolina larga, molto piacevole. Per timore di rimanere ridossati da Sikinos le passiamo sopravvento. Facciamo bene perché il vento rimane debole per tutto il pomeriggio. La costa di Sikinos è anch'essa brulla. Navighiamo molto vicino e ci godiamo lo scorrere del paesaggio semisdraiati nel pozzetto parlando del più e del meno.
Avvicinandosi a Ios e con l'avanzare del pomeriggio il vento aumenta, ma ora lo prendiamo al lasco perché per entrare nelle profonda insenatura in fondo alla quale c'è il porticciolo dobbiamo scapolare Sikinos e poggiare un po'. Nell'interno della baia il vento è piuttosto teso, ma con il mare piatto filiamo dolcemente ad otto nodi. Attracchiamo ad un molo davanti ad un paio di ristoranti. Quest'isola non mi ha mai fatto sognare. Il perché di questa mancanza di interesse non so indicarlo, ma me la sono immaginata così come è: piuttosto turistica e priva di un'anima genuina a compensare l'appiattimento delle iniziative commerciali. Salendo per la Chora, che abbiamo raggiunto in autobus, passiamo davanti a negozietti, discoteche, piano bar, che non ci ispirano. Quello che cerchiamo nel nostro vagabondare per i mari e le isole della Grecia, qui non c'è. E poi fa anche un po' freddo.
Ce ne torniamo al porto a mangiare in una trattoria, noi che preferiamo le semplici taverne di solitari approdi. La notte è calma.

11 giugno. Ios-Sifnos. 30 miglia

Si parte a mezzogiorno. Abbiamo fatto la conoscenza di una barca americana accanto a noi. Sono una coppia giovane. Hanno comprato lo scafo in Turchia e se ne stanno tornando negli Stati Uniti. Un bel lungo viaggio davanti a loro e una bella barca veloce. Infatti, partono un bel po' di tempo dopo di noi e ci raggiungono che ci siamo allontanati meno di dieci miglia da Ios. Ingaggiamo una breve, inutile, sfida puntando tutte le nostre speranze nelle nostre doti marinare. Per qualche miglio riusciamo a tenergli testa, fin quando loro non decidono di impegnarsi di più. Poi, li vediamo tagliare la nostra rotta e, poggiando per la loro, inesorabilmente si allontanano.
Come sempre all'inizio il vento è moderato. Si naviga di bolina, sempre più stretta per via dello scarroccio. L'umore è, come sempre, buono e chiacchieriamo di tutto senza reticenze e con la complicità di una amicizia senza pretese che anno dopo anno si è andata rinforzando nella condivisione di comuni esperienze e nell'amore per il mare. Nel pomeriggio inoltrato il vento rinforza molto. La centralina eolica è in avaria da molto tempo e, "a vista", stimiamo la velocità del vento in 15-20 nodi. Davanti a noi c'è un mare biancheggiante di ochette che si abbattono al mascone di destra schizzandoci rabbiosamente. Sentiamo freddo. Abbiamo messo anche motore per stringere ancora di più il vento, ma procediamo molto lentamente, con la sensazione di stare fermi. L'approdo scelto, già conosciuto l'anno scorso con Marzia, sembra non avvicinarsi mai. Quando, finalmente, entriamo nell'insenatura non troviamo quel rifugio tranquillo che mi aspettavo. Le raffiche di vento ci sconsigliano di scendere a terra con un tender a remi. Altre quattro barche hanno fatto la nostra stessa scelta. Tutti rimangono a bordo.
Ceniamo e restiamo a parlare nel pozzetto fino a quando la stanchezza della giornata non ci spinge a chiuderla

sabato 12 giugno 2004

12 giugno-Sifnos Paros (Naussa). 33 miglia

Questa mattina l'insenatura in cui abbiamo trovato rifugio ieri ci appare più serena. Il vento è cessato del tutto e il sole, finalmente, ci scalda un po'. I due promontori che racchiudono la baia si aprono verso sud, garantendo cosi una protezione dalle onde alzate dal meltemi, ma a causa della costa bassa il vento soffiava ieri sera anche nell'interno dell'insenatura con sgradevoli raffiche . Ormai abbiamo perso il gusto del vagabondaggio. Quella di oggi à l'ultima tappa e su di essa grava il pensiero del rientro in patria. Partiamo presto con la sensazione che si tratta, oggi, di uno spostamento tecnico. Salutiamo con un poco di tristezza mista all'impazienza di chiudere, infine, il percorso nautico di quest'anno questo Egeo che amiamo tanto e queste isole che sono ovunque quando volgiamo attorno lo sguardo Non c'è una bava di vento. Solo motore per cinque ore. Antiparos, poi Paros ci sfilano davanti. Numerosi traghetti entrano ed escono dal porto di Parika e ci costringono a restare allertati fino a quando, doppiata la punta ovest del golfo di Naussa, dominata dall'edificio del faro, entriamo, a mezzogiorno, nel golfo. Dirigiamo sul porticciolo del paese ed attracchiamo al solito posto, accanto alla barca di Janni.
Finalmente non fa più freddo. L'estate sembra essere entrata oggi nel mare di Grecia.

13 giugno.Naussa
Gino si prepara a lasciarmi. Ha fatto i bagagli e li ha sbarcati. E' ricomparso Michele, greco moderno, con il suo buon umore e il suo bonario sfottò su Gattadapelare. Li lascio sulla banchina mentre mi dirigo da solo verso il "carnaio", il cantiere, dove domani la barca sarà alata per il suo riposo estivo, forse annuale; chissà.
Trascorriamo alcune ore sulla spiaggetta di Monastiri in attesa dell'ora di imbarco di Gino per Atene. Gli addii sono sempre tristi quando si è trascorso un periodo felice. Sono ancor più difficili quando alle spalle c'è il ricordo del mare, di queste isole, di queste atmosfere che solo qui si creano, qui dove natura, storia e mito sono fusi in un unico, affascinante coacervo..

14 giugno. Naussa

Gattadapelare è nuovamente a secco, lontana dalle insidie delle infiltrazioni. Riposa, disarmata, sui suoi sostegni di legno, nel sole del Mediterraneo.
La lascio con dispiacere. Passerò la notte nella pensione di Maria. Naussa oggi è bellissima, finalmente calda.

15 giugno Naussa-Atene-Roma

Con il traghetto veloce delle 11 lascio Parikia. E' nuovamente ventoso. Il meltemi ha ripreso a soffiare forte. Facciamo lo slalom tra le Cicladi imbarcando e sbarcando turisti fino all'arrivo a Rafina, sulla costa nord dell'Attica. Autobus, aereo, auto. Sono nuovamente a casa. Oggi, dieci anni dopo da quando questo viaggiare per mare è iniziato, il piacere del navigare si è rafforzato nutrito dalle presenti esperienze e dai ricordi. Posso riassumere il mio stato d'animo in quattro parole: soddisfatto, ma non sazio.
Gattadapelare , paziente, sul suo invaso battuto dal vento, sono certo, condivide.