Verso occidente e ritorno

località: rodi
regione: dodecanneso
stato: grecia (gr)

Data inizio viaggio: giovedì 27 maggio 2010
Data fine viaggio: lunedì 31 maggio 2010


27 maggio 2010 Rodi

Sono arrivato oggi a Rodi in avanscoperta. Il resto dell’equipaggio, del primo equipaggio, giungerà domani. Sono venuto per preparare la barca per tempo, in modo da poter salpare già dopodomani. Le tratte sono già state studiate a tavolino, con gioiosa aspettativa e con l’ausilio di Google Earth, durante le noiose giornate invernali Tutto stabilito, tutto scontato, dunque? Ma no, l’imprevisto condirà la crociera di Gattadapelare, anzj le crociere, perché tre equipaggi diversi si alterneranno nei prossimi giorni sulle onde di questo Egeo meridionale. La Gatta mi appare ancora sull’invaso e stento quasi a riconoscerla: riverniciata e lucida, senza più graffi, macchie, “ricordi” di abbordi, con la chiglia finalmente protetta da una antivegetativa nera dopo anni di astinenza. Anche la via d’acqua, ricordo di un varo sfortunato avvenuto a Naussa, malamente riparata più volte da me , è definitivamente chiusa e invisibile. Guardo con orgoglio e con amore la linea elegante di questa barca e penso che barche così non se ne fanno più. Armoniosa e ottima marinara, affronta le onde con la tranquilla consapevolezza della sua solidità e della sua stabilità. . Certo tutto ciò è a svantaggio della capienza e della velocità., ma regate non ne facciamo e gli equipaggi non superano mai i cinque membri.
Quando salgo a bordo, arrampicandomi sulla traballante scala messa a disposizione dal cantiere, mi appaiono la coperta ed il pozzetto in tutto il loro vetusto aspetto. E’ ora di un intervento risolutivo e coraggioso. Devo solo decidere quali materiali usare in rapporto con il costo finale. Mi piacerebbe, naturalmente, riavere tutto in teak, ma è il materiale più caro Le alternative sono il teak-dek (un materiale sintetico di imitazione), il sughero, o la vetroresina, come mi aveva consigliato Haluk, un tecnico turco, (vecchia conoscenza dei tempi in cui la barca era ormeggiata a Marmaris) ,che avevo invitato a Rodi l’ottobre scorso per fornirmi la sua consulenza. Aspetterò Gino, in arrivo domani, per discutere con lui sul da farsi.
Prendo accordi con il capocantiere per avere domani un elettricista, (un elettrologo come si dice qui, vocabolo altisonante che lascia pensare a parcelle di elevata consistenza) e un tecnico per finire di montare il pilota automtico. Faccio un po’ di spazio nella dinette e mi preparo la cuccetta per la prima notte in barca. Sogno già il dondolio della Gatta ormeggiata in qualche approdo solitario e nell’immobilità presente mi addormento senza cura alcuna.

28 maggio 2010 –Rodi

Dedico la giornata a preparare la barca. Il velaio mi porta le vele, lasciate ad ottobre alle sue cure, riparate e lavate. Viene anche l’”elettrologo” a visionare i lavori da fare (secondo me lavoretti, secondo lui opere magne). Alle 16 arrivano “le ragazze”. Si sono incontrate ad Atene, l’una proveniente da Vienna e l’altra da Roma, ormai assidue “gattonaute” e “temerarie” veliste. Il patto segreto che hanno stretto con Poseidon funzionerà anche quest’anno?Avremo calma piatta e andremo a motore o ci sarà un po’ di vento? Magari una brezza leggera che ci darà l’illusione di essere dei veri velisti? Staremo a vedere. Intanto, per un approccio più soft con la settimana che hanno innanzi, si sistemano in albergo.

29 maggio 2010. Rodi

Avevo programmato di partire il 30, ma non avevo che domani è domenica. Dunque, si farà il varo lunedì. Oggi arrivano Gino e Maria

30 maggio 2010. Rodi

Oggi con l’arrrivo degli “ispanici” l’equipaggio è al completo. Maria e Gino sono arrivati ieri sera e hanno trascorso la prima notte nel ventre della Gattadapelare. Ma pare che abbiano anche loro bisogno di acclimatarsi, tanto che hanno prenotato l’albergo per questa notte.
Insomma, l’unico vero “gattofilo” sono io. Ma è dato per scontato che lo skipper sia il “duro” della situazione, colui che non abbandona mai la nave. Dunque, questa notte dormirò da solo a bordo, e senza il soporifero dondolio delle onde sotto la chiglia.
Andiamo a Lindos.
Questo borgo, dall’architettura cicladica, fatto di casette bianche distese ai piedi dell’acropoli, merita la fama che qui porta molti visitatori. La sua origine è antica, più di quella della capitale, città che i suoi abitanti contribuirono a fondare. Da qui partirono in epoca antica i coloni che fondarono Gela nella Magna Grecia. La testimonianza della sua importanza è data dai resti dei numerosi tempi che sorgevano sull’acropoli.
Noleggiamo quattro asinelli e ci facciamo trasportare lassù. Dall’acropoli si domina un panorama straordinario. Ad est un’ampia baia ospita alcune barche a vela all’ancora. Più lontano, in direzione della capitale la costa si fa prima bassa e sabbiosa per poi tornare ad essere alta. Ad ovest, l’acropoli sprofonda a picco nel mare. I resti del tempio di Atena Linda dominano questo scenario. Sotto di noi una sorta di lago interno, collegato con il mare aperto da uno stretto passaggio, si vanta di essere il luogo dell’approdo dell’Apostolo Paolo. Più avanti alte scogliere cadono a strapiombo nel mare intensamente azzurro.Esse furono per queste scelte per girare il film “I cannoni di Navarone”, con David Niven, Gregory Peck, Anthony Quinn..
Trascorriamo qualche tempo sulla spiaggia prima di riprendere la via del ritorno. Dopo tanta visione di mare e tanta permanenza sulla terraferma sentiamo il bisogno prepotente di navigare. Le promesse di libertà suggerite dagli ampi panorami che abbiamo visto oggi ci hanno resi impazienti


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lunedì 31 maggio 2010

lunedì 31 maggio 2010

lunedì 31 maggio 2010


31 maggio 2010. Rodi (Mandraki)-Isola di Alimia. Miglia 32

Finalmente si vara. Gattadapelare abbandona l’angolo del carnaio dove ha passato l’inverno e rotola verso la vasca del varo. L’equipaggio aspetta all’ombra della chiglia di un barcone che le operazioni si concludano pronti a trasferire bordo bagagli e provviste acquistate al supermercato. Tra queste l’immancabile bottiglione di ouzo che segnerà le ore canoniche delle prossime giornate.
Quando, infine, sentiamo la barca libera di nuotare nel mare ci coglie una gioia profonda. E’ una sensazione quasi fisica che sale dal ventre e si fa strada verso la gola da dove vorrebbe uscire in un grido urlato al cielo. Yauuuh !!! La prua ora è volta a occidente. Dobbiamo scendere quasi tutta l’isola di Rodi per arrivare al nostro primo ormeggio, l’accogliete baia dell’isola di Alimià.
Procediamo con un leggero vento e mare poco mosso costeggiando Rodi ad un paio di miglia dalla costa. Troppo poco perché quando vediamo davanti a noi un gommone di appoggio a dei sub e scorgiamo il fondale riteniamo più prudente allargare verso dritta. L’ecoscandaglio esterno di Gattadapelare è fuori uso da anni. Ce ne uno all’interno, a fianco del tavolo da carteggio, ma è scomodo da utilizzare. E’ necessario che uno di noi sieda dentro la barca e legga ad alta voce le misurazioni, cosa che facciamo quando dobbiamo navigare attraverso un passaggio obbligato. Nel caso attuale è sufficiente puntare verso il largo senza scomodare alcun marinaio pigramente sdraiato sui cuscini del pozzetto. Nel tardo pomeriggio raggiungiamo la tranquilla baia di Alimia. Di quest’isola ho già raccontato nell’ultima crociera di Gattadapelare. Comunque per la cronaca di quest’anno è necessario un breve riassunto. Quest’isola, poco estesa e collinosa è oggi disabitata. Durante l’ultima guerra divenne una base navale tedesca e le poche case del villaggio in fondo alla baia, furono requisite e utilizzate dal comando della Marina germanica. Gli abitanti furono trasferiti nella vicina Halki e non tornarono mai più.
Oggi il villaggio è in totale abbandono, abitato solo da alcune pecore inselvatichite. Solo la chiesetta mostra qualche segno di utilizzazione. Come d’uso in questi casi una volta l’anno un pope viene a dirvi messa. Ormeggiamo sull’ancora nella zona più tranquilla della baia, dove sono già un paio di barche e ci prepariamo per la cena e per la notte. Poco prima abbiamo avvicinato una barca di pescatori legata alla grossa fune di un misterioso corpo morto, Da loro abbiamo comprato un bel barracuda Non credo che la sua carne sia particolarmente saporita, ma non avevano niente altro da offrirci, oltre ad una manciata di ricci.
Abbiamo nuovamente visitato le vecchie baracche dei marinai tedeschi i resti delle quali, sbocconcellati dal tempo, si trovano pochi metri più in alto della riva scogliosa. Abbiamo sostato davanti ai disegni sulle pareti fatti da bravi giovani artisti, oggi novantenni se sopravvissuti alla guerra ed al tempo. Disegni di monti e di villaggi nordici, di scorci alpini, forse bavaresi o tirolesi, ironici disegni raffiguranti grassocci “marmittoni” , bravi soldati Sweik, in attesa di notizie o di pacchi da casa. Disegni che trasudano nostalgia di casa e voglia di normalità, di pace, di oblio dalla guerra. Ci commoviamo di fronte alle sofferenze di giovani chiamati a combattere per un assurdo ideale, così lontani dai loro affetti, indifferenti alla azzurra bellezza di questi luoghi. Le sensazioni che proviamo trascendono dall’appartenenza a questa o quella parte belligerante. Gli ignoti artisti appartengono all’umanità ed esprimono sentimenti che ci accomunano tutti.
Ma la magia di quest’ isola disabitata ci distrae presto dalla melanconia e torniamo ad essere spensierati gattonauti




1° giugno 2010- Alimia

Salpiamo alla volta di Halki. Dobbiamo percorrere solo 6 miglia, ma appena giunti fuori della ben protetta baia dell’isola troviamo vento contrario e mare in continuo aumento. Vediamo le onde che avanzano, da lontano sempre più ornate di spuma. Lo scegliere tra un paio d’ore di schizzi e sobbalzi e la serena tranquillità offerta da Alimia ci è facile. Non abbiamo alcun motivo per affrettarci. Torniamo. Oggi facciamo i pigri e restiamo qui a goderci la bellezza di questa insenatura.
Ci rechiamo in fondo alla baia, dove sono i resti del villaggio e lo visitiamo. Qui dipinti di siluranti e di sottomarini ornano alcune stanze di quello che deve essere stato il quartiere generale della base. Mi tornano in mente alcuni versi di Guido Gozzano, versi che rivolto ed assaporo nella mente ….”odore d’ombra, odore di passato, odore d’abbandono desolato.” Gli unici abitanti delle case abbandonaste dall’uomo, le pecore, ci guardano e fuggono spaventate.
Ma Gattadapelare dondolando a qualche metro dalla ciottolosa spiaggia ci richiama al presente. Un buon brindisi con ouzo, e torniamo all’allegria di sempre. Ci spostiamo per raggiungere la primitiva postazione nell’angolo meridionale, il più protetto, della baia.
Mi metto a pescare e prendo dei bei pesci, a me già noti per la loro carne consistente e saporita. Pesco anche un altro pesce che non conoscevo, ma la cui foto ho visto pochi giorni fa a Rodi in un manifesto presso la stazione di polizia. Una delle poche parole greche che sono riuscito a capire lo definiva “epikindino”, pericoloso. Con cautela lo slamo, proteggendo la mano con un asciugamano e lo osservo. Ha il ventre biancastro che si gonfia alla mia manipolazione mentre gracida da una bocca ornata di una dentatura adatta a triturare i coralli. Si capisce che non è una specie autoctona, come anche i barracuda,tutti pesci arrivati nel Mediterraneo, oggi più caldo di ieri, attraverso il canale di Suez. Su esortazione delle “ragazze” viene rigettato in mare. Rimane ignota la sua pericolosità, ma ci ripromettiamo di informarci una volta tornati a casa.
(***Nota postuma: vedi notizie in merito a fine Diario di bordo.)

Arriva una barca con bandiera italiana e ci chiede acqua e fuoco. Sono da un paio di giorni in astinenza da pastasciutta. Noi anche. Noi abbiamo ciò che loro chiedono, ma sulla Gatta è finita la pasta. Dunque, ci sono le condizioni per creare un baratto. Si affiancano alla nostra barca, restando sulla propria ancora, e noi cuciniamo con turni separati per rispetto ai rispettivi punti del “dente” di cottura. Dopo la riverniciatura non abbiamo ancora messo, sulle fiancate della barca, la scritta del suo nome: GATTADAPELARE.
Quando i nostri vicini ne vengono a conoscenza riconoscono la barca per averla già vista da qualche parte in passato. Non è la prima volta che ciò accade. Ormai siamo in giro per l’Egeo, seppure per poche settimane l’anno, da oltre un decennio, e pochissime barche hanno il nome scritto, e ben evidente (oh! orrore !), sulle fiancate. Cosa disdicevole, pare, ma a noi piace così.

mercoledì 2 giugno 2010

2 giugno 2010. Alimia-Halki, 5 miglia

I vicini vogliono partire, ma le nostre barche nel corso della notte hanno ruotato assieme diverse volte. Le due catene sono ben intrecciate tra loro che solo dopo un lungo lavoro il nostro Gino e una skipper dell’altro veliero riescono a liberarci.
Halki è una piccola isola estremamente brulla, salvo una stretta valle che dall’antica Chora, abbandonata da anni, scende verso il paese sul mare. Altri insediamenti non ce ne sono ed il paese odierno ha vissuto in passato il triste fenomeno dell’emigrazione verso l’America dei suoi uomini in cerca di lavoro.

Oggi Halki vive una fase di tranquilla rinascita per essere stata scelta dagli inglesi, che qui hanno costituito una significativa colonia. Le vecchie e trascurate case in stile neoclassico, distese sulla riva, con le fondamenta quasi immerse nel mare la cui eccezionale trasparenza invita a scivolarci dentro desiderosi di galleggiarvi spensierati con lo sguardo perduto nel cielo senza nuvole, quelle case, sono oggi, sapientemente ristrutturate dai figli di Albione e sottoposte agli sguardi invidiosi dei rari turisti che scendono ad Halki trasportati da piccoli traghetti che collegano una volta al giorno quast’isola con Rodi. Da Rodi viene tutto, anche l’acqua potabile.. Avvicinandoci alla nostra meta, già da molto lontano vediamo una colonna di fumo che si alza nel cielo limpido. All’inizio riteniamo che sia dovuta all’usuale incendio della spazzatura, come spesso si vede girando per le isole, ma avvicinandoci ci appare proveniente da una nave ancorata in porto. Brucia, ironia della sorte, la poppa della nave cisterna che approvvigiona Halki di acqua potabile. Non osiamo attraccare al piccolo pontile galleggiante, destinato agli yach, perché è troppo vicino alla nave in fiamme e andiamo a metterci sull’ancora davanti ad una taverna fuori del paese. Poi, a piedi, raggiungiamo l’abitato proprio nel momento in cui il relitto viene trascinato via da un rimorchiatore


3 giugno 2010. Halki,

Trovo molto olio di motore in sentina e temo il peggio. Il meccanico ci tranquillizza: è olio uscito dal filtro forato dalla ruggine. Sono anni che non penso al filtro. Mi preoccupo solo di avere a bordo un paio di cinghie di trasmissione, dopo aver sperimentato cosa significa restarne senza, ma il filtro non mi ha dato mai alcuna preoccupazione. Da oggi ne avrò uno di rispetto. E il filtro del gasolio ? Anche quello non è stato mai cambiato. Ma questa è una barca a vela, perché è solo il motore a darci dei fastidi ? Comunque sull’isola non ci sono pezzi di ricambio e dobbiamo ordinarne uno a Rodi. Arriverà domani con il traghetto.
Costretti all’ozio trascorriamo la giornata tra sedute al kafenion e infruttuosi tentativi di visitare l’interno. L’unico pulmino che potrebbe portarci sull’unica strada dell’ isola che raggiunge l’unico monastero non può partire perché l’unico autista di Halki è malato.
Fortunatamente le taverne sono molto gradevoli, Si cena da ?a??a, la nostra Maria, ad un tavolo dipinto di blu, su una piccola piazza sotto l’immancabile albero fronzoso, in un contesto profondamente mediterraneo, anzi egeo.

4 giugno 2010. Halki-Diafani (Isola di Karpatos). Miglia 35

Aspettiamo impazienti l’arrivo del traghetto della 11,00 da Kamiros (Rodi) che dovrebbe portarci il filtro dell’olio, ma quando questo arriva ci dicono che il pezzo di ricambio non c’è. Questo significa che saremo bloccati qui per ancora un giorno almeno, il tempo per cercare un’altra possibilità a Rodi-città.
Ma il nostro meccanico è pieno di iniziative; trova un vecchio filtro chissà dove e ce lo monta con molte esortazioni ad averne a bordo sempre un altro di riserva. E così, partiamo, tardi, ma partiamo. Quasi sempre il tratto di mare tra la punta occidentale di Rodi e Karpatos è molto ventoso per l’effetto Venturi, ma oggi esso è in calma piatta e la traversata si svolge tranquilla, tra frequenti brindisi con ouzo e piacevoli conversazioni. Navigo a vista, sicuro di dirigermi sul porticciolo di Diafani che, anche se sono trascorsi dalla prima visita assieme a mia figlia Marzia, ricordo benissimo. Mi fece allora una gradevole impressione e immagino che poco o niente sia cambiato. Karpatos non è un’isola inserita nelle usuali proposte degli operatori turistici, inoltre la sua parte settentrionale è malamente raggiungibile dalla capitale per via delle strade non asfaltate. Dunque, un posto come piace a noi. Il capoluogo di questa parte dell’isola è Olimpos, un piccolo paese di 300 anime, posto sulla cresta del monte Profitis Elia. Arriviamo nel tardo pomeriggio e ormeggiamo all’inglese, oggi come allora, al molo presso la sua estremità. Non ci sono altre barche, tranne quelle dei pescatori e tutto mi appare immutato. Ho la piacevole sensazione che il tempo si sia fermato e con esso anche il procedere della mia vita verso l’ultimo scalo. E’ la ricerca di simile illusione che ci spinge, mi spinge, a ritornare sui luoghi del passato per ritrovare e riprovare le sensazioni di allora. E quando essi sono rimasti uguali a quelli del ricordo, facciamo quel dolce e melanconico viaggio a ritroso nel tempo a che ci illude, finchè dura questa illusione, di essere rimasti anche noi immutati.
Resto in barca a preparare la cena mentre il mio equipaggio va a scoprire il villaggio di Diafani – la Trasparente- che si distende lungo la riva ciottolosa. Una loro telefonata mi esorta a raggiungerli. Hanno scoperto una simpatica taverna e vogliono cenare lì. Dalla voce del telefonista traspare l’entusiasmo per il posto e ciò mi rallegra, perché sono l’artefice di questa proposta di crociera. Li raggiungo, dunque, camminando per l’unica strada costeggiante la marina e scopro che in realtà anche Diafani è mutata. Non ricordo ci fossero allora così tante taverne in paese; ne conto una mezza dozzina tutte provviste di grandi schermi televisivi; ci sono i campionati mondiali di calcio a ricordarci che nel mondo non ci sono più angoli avulsi dalla mondanità.

sabato 5 giugno 2010

5 giugno 2010. Diafani - Kasos. 37 miglia

Partiamo con la moderna versione della corriera di altri tempi. Il pulmino che ci porta ad Olimpos, è pieno. I passeggeri, una quindicina, sono per lo più abitanti del posto; tra essi anche un paio di turisti taciturni che scenderanno prima di arrivare al paese alto. Il mezzo si inerpica per la strada tutta curve, ma ad un tratto devia per .raggiungere uno sparpagliato gruppo di piccole case che sorgono in una largo altipiano dedito alle attività agricole. Qualche orto, alcuni campi coltivati a cereali, capre e pollame razzolante. Un’agricoltura povera, ma tanto importante da giustificare l’insediamento umano. Nel paese,- se così si può definire il punto in cui le abitazioni sono più vicine tra loro - dove il nostro autista scarica alcuni passeggeri, compreso il turista taciturno seduto nella fila accanto al quale non sono stato capace di attribuire alcuna nazionalità, c’è anche un rusticale, velleitario, kafenion. Qui, sotto un improbabile pergolato una anziana coppia di tedeschi, fa colazione leggendo un giornale acquistato chissà quando e chissà dove.
Dopo la breve sosta riprendiamo il viaggio e dopo infinite altre curve in bilico su dirupi e scogliere, raggiungiamo, infine, Olimpos.
Ci vengono incontro immagini di un tempo che fu. Anziane donne in costume acquistano verdure da un ortolano ambulante , una vecchina vestita di nero risale il ripido sentiero che si snoda tra le case più in basso. Porta sulle spalle un sacco, anch’esso nero che immaginiamo pieno di semplici cose. Mi ricordo di un’altra simile scena vista la prima volta che venni qui con mia figlia; un’altra vecchina ( o forse la stessa ?) saliva per il il sentiero che noi andavamo discendendo. Anche lei portava sulle spalle un sacco e la farina ch’esso conteneva le aveva imbiancato le spalle. Un’apparizione emblematica perché Olimpos è famoso per il suo pane, un pane cotto nei forni che quasi tutte le case possiedono, un pane buonissimo, greve, sapido, in forma di grandi pagnotte circolari dalla crosta profumata di ancestrale poesia. A Olimpos non esistono fornai; ogni famiglia è fa il pane da sè e se il visitatore ne vuole mangiare deve necessariamente rivolgersi ad una taverna. Oggi di taverne che ne sono una dozzina, ed anche di negozietti di souvenir, ma per le strette stradine che toccano le case del paese, non camminano greggi di turisti. Olimpos è un paese per un turismo sapiente, rispettoso della sua gelosa tradizione e dei suoi silenzi.Il paese è posto sulla cresta spartiacque del monte e si affaccia alto su una costiera di indescrivibile bellezza. Dalle terrazze, dai balconi, dalle aperture tra le case si scorge un panorama di azzurro e di sole che lascia scoprire, nella sottile bruma estiva, le coste di Creta, di Kasos, e di altre isole disperse nel mare degli dei. Camminiamo per i vicoli. Dai piccoli negozi escono donne in costume ad offrirci la loro merce. Una di queste mi sembra di riconoscerla. Ho a casa una foto di lei e di mia figlia insieme sorridenti mentre provano uno scialle. Le chiedo se e lei e la donna sorride: ricorda. Più avanti c’è una piazzetta e la chiesa e una modesta taverna dove la prima volta che fui qui ascoltammo, Marzia ed io, l’oste ed il suo figlioletto suonare quegli strumenti simili a violini che qui si chiamano lire. Il bambino ne aveva uno piccolo, quasi un giocattolo, adatto alla sua età. Qui facciamo colazione, noi della Gatta, su una terrazza immersa nella luce e nella quiete di questo unico paese egeo. Chiedo notizie di quel bambino che tanti anni fa suonava la lira e il padre ci dice che ora frequenta l’università sul continente, a Salonicco. Eppure tutto qui mi pare immutato, il borgo, le persone, le sensazioni che tutto ciò trasmette. Riprendiamo la strada del ritorno. Non c’è alcun servizio per tornare a Diafani e coraggiosamente ci incamminiamo per la strada asfaltata. Ci vorranno quasi un paio d’ore per percorrere i sette chilometri di distanza dal porticciolo dove la barca ci attende per salpare alla volta di Kasos. Ma per le “ragazze” la fortuna è dietro l’angolo, anzi la curva. Il camion della spazzatura le carica a bordo tra l’autista (ma è lo stesso del pulmino !!!) ed il suo aiutante africano. Per noi non c’è posto. Le vediamo partire sorridenti e un po’ perplesse con grandi e forse scaramantici saluti. Noi tre, Maria, Gino ed io, continuiamo la nostra discesa, ma attenti al sopraggiungere di altre auto. Un fuori strada guidato da un inglese (?) ci ignora volutamente e continua inseguito dai nostri malevoli commenti, ma un pick-up ci prende a bordo accogliendoci nel cassonetto e ci trasporta a Diafani affrontando le curve ed i tornanti con allegra incoscienza. Basta chiudere gli occhi o guardare altrove. La raccolta differenziata ha funzionato: le “ragazze” sono ad aspettarci al molo.Partiamo diretti a Kasos con mare tranquillo e scarso vento. Karpatos ci sfila sereno sulla dritta fino alla sua estremità meridionale. Qui il vento si fa più fresco perché i monti dell’isola si abbassano fino a scomparire in una pianura dove ha sede l’aeroporto e aprono la via ai venti. Poco prima di doppiare la punta per dirigere a nord-ovest sull’isola di Kasos rivediamo il relitto arrugginito di una nave che un’avaria spiaggiò tanti anni fa. Nel canale tra le due isole il vento rinforza e si mette al giardinetto dandoci finalmente il piacere di correre inseguiti dalle onde. Piove anche un poco, ma l’umore è alto anche perché aiutato dall’immancabile ouzo. Quando arriviamo a Fri, la capitale di Kasos è quasi l’imbrunire. Troviamo posto all’inglese tra altre tre barche, quasi alla testa del lungo molo. Kasos prende il nome da quello di un principe minoico di Creta che vi abitò per primo. Omero cita quest’isola nell’Iiade, come il luogo dove fu decisa la guerra di Troia Il paese non ci appare suggestivo e dopo averlo esplorato si conferma la prima impressione. Ci sembra triste, quasi squallido.
Kasos partecipò con Atene alla guerra contro i persiani. Fu covo di pirati e dominio di Venezia, ma il massimo splendore economico e commerciale lo raggiunse sotto la dominazione turca. Poiché la sua grande flotta commerciale passò al servizio della Grecia nel 1821 nella guerra d’indipendenza contro i turchi, questi si vendicarono massacrando gli abitanti e radendo al suolo Fri. Da allora non si riprese più e il ricordo della sua disgrazia sembra aleggiare ancora intorno a noi. In un’altra isola, che ebbe la medesima sorte, ho provato sensazioni simili. E’ Psara, ad ovest di Chios. Anch’essa patria dell’eroe nazionale Canaris, popolosa, ricca e fiorente prima di ribellarsi all’impero turco è oggi la larva di sé stessa.
Ceniamo in una taverna sul porto. Ci sono solo uomini e l’immancabile pope.







domenica 6 giugno 2010

6 giugno 2010. Kasos-Sitia (Creta) Miglia 42

Veniamo svegliati dai forti rumori di una gru che solleva enormi massi per prolungare il molo. La barca inglese che era più avanti di noi, a ridosso del cantiere, cambia ormeggio in una nuvola di polvere. Noi facciamo ancora un po’ di cambusa e partiamo per raggiungere l’ultimo porto di questo primo equipaggio di Gattadapelare. A Sitia, tra qualche giorno si imbarcheranno Gino e Gianfranco e torneremo a Rodi dove daranno il cambio al secondo, equipaggio. Gattadapelare anche quest’anno sembra un charter.
Con un mare poco mosso, ma con un buon vento navighiamo sereni verso il promontorio a nord-est dell’isola di Creta dopo il quale, in un’ampia insenatura si affaccia Sitia.Vediamo sfilare sulla destra le Dionesiade, isolette disabitate e poche miglia dopo arriviamo alla città, Il molo di Sitia è lungo e troviamo facilmente posto tra alcune altre vele e pochi pescherecci. La città conta diecimila abitanti e la sua architettura non è entusiasmante- Le costruzioni sono moderne e manca il fascino della Grecia pittoresca dei piccoli paesi isolani. La trovo molto cambiata da quando fui qui, con mia figlia, nel 1997. Oggi una lunga fila di ristoranti corre lungo il mare e ci sono tutte le altre caratteristiche della cittadina turistica. Si tratta prevalentemente di un turismo greco, più autoctono e da noi meglio accettato di quello internazionale, scontato e noioso.
Ceniamo in una taverna invitati ed accolti da una bella “direttrice di sala”di nazionalità russa, che non raccoglie le simpatie della parte femminile dell’equipaggio di Gattadapelare. Né Gino né io abbiamo nulla da eccepire. Anche l’occhio vuole le sua parte.
Prendiamo accordi per noleggiare una macchina per i prossimi tre giorni da trascorrere in giro per Creta.

7 giugno 2010- Creta (Iraklion)

Siamo diretti alla capitale dell’isola, Iraklion. La strada, ricca di curve, è ornata di cespugli di oleandro e si apre ogni tanto su suggestivi scorci di costa e di mare. Creta è la maggiore isola greca e la quarta più grande del Mediterraneo. Le sue dimensioni sono tali da non far avvertire alcun senso di restrizione.
Ad Aghios Nikolaus, una ridente cittadina costiera con vocazione turistica più internazionale di quella di Sitia, ci fermiamo a mangiare e raggiungiamo Iraklion nel primo pomeriggio. E’ questa una città non particolarmente affascinante, ma ospita un interessantissimo museo archeologico e, a pochi chilometri dal centro, gli scavi archeologici della città-palazzo di Knossòs. Ormai l’equipaggio ha le ore contate. Domani visiteremo palazzo e museo e dopodomani Maria e Gino riprenderanno l’aereo per Bruxelles. Poi sarà la volta di Gerlinde ed Elke.
Scendiamo in un albergo del centro e ce ne andiamo a spasso per le vie della città. A parte le vestigia veneziane del castello sul porto e dei resti dell’antico arsenale non c’è altro a ricordare l’importanza che questa città ebbe nella storia dei commerci passati. Una bella fontana dedicata all’ammiraglio veneziano Morosini, orna la piazza centrale di Eraklion a ricordo della realizzazione di un acquedotto cittadino.

8 giugno 2010 - Creta

Siamo andati a visitare Knossòs. Anche qui ho trovato una moltitudine di turisti che non c’era dieci anni fa. Il fenomeno ormai è ineluttabile e ho fretta di andare a luoghi ancora sconosciuti da vivere assaporandone l’autenticità. Tra pochi anni non ci sarà più un angolo di questo paese e di questo meraviglioso mare che non sarà snaturato dalla presenza di bermuda e camiciole hawaiane.
Tra i resti meno frequentati del palazzo di Minosse ci siamo lasciati trascinare dal mito più che dalla storia e ricostruzioni di Evans non ci hanno offeso, anzi ci hanno aiutato a comprendere meglio il fasto di quell’epoca lontana.
Anche la visita al museo archeologico è stata doverosa, ma altresì di grande interesse. L’arte pittorica e ceramica di quel popolo ne denunciano la natura gaudente ed elegante.
Alcuni vasi ed arredi possiedono caratteristiche di una sorprendente attualità, tali da farci pensare che essi siano i traghettatori della cultura minoica tra di noi
Nel pomeriggio cambiamo albergo. Ora siamo in riva al mare e dalle nostre camere godiamo di una bella vista sull’Egeo e sul sole che tramonta.

9 giugno Iraklion.

Un ultimo brindisi con Maria e Gino e poi li accompagnamo all’aeroporto. E’ il momento dei saluti e delle promesse, ma sappiamo tutti che pur essendo promesse di marinaio noi “gattonauti” le manterremo; il prossimo anno a Kastellorizo, l’isola greca più estrema e poi, lungo la Costa Turchese, risaliremo fino a lasciare la barca a Leros o a Patmos per il suo riposo annuale.
Curiosi di conoscere anche gli scavi di Festòs lasciamo la costa sull’Egeo per raggiungere il Mar Libico. C’è un laghetto, tra le colline dell’interno dell’isola, rinomato tra i cretesi per essere un luogo di delizioso riposo e per le trote cucinate in un paio di taverne del luogo chiamato Aghios Nikolaos. Il posto è all’altezza delle aspettative degli isolani, certamente gradevole e meta di gite domenicali, ma le trote hanno prezzi proibitivi che ci inducono ad ordinare pietanze meno preziose.
Festòs ripropone lo schema del “palazzo” minoico, ma qui gli archeologi hanno rispettato lo stato originario dei reperti. La posizione è eccellente, il palazzo è situato su di un altipiano che domina tutt’intorno una fertilissima pianura ricca di uliveti e vigneti. Qui di turisti non se ne vedono che pochi.
Dopo alcuni
chilometri
raggiungiamo sulla
costa Matala,
l’antica Matalon,
una cittadina
balneare, anch’essa
molto“turististicizzata”. Negozietti, taverne e caffè, ma anche una bella spiaggia in fondo ad un’ampia baia, dove il mare arriva con onde che ci appaiono diverse da quelle dell’Egeo.
Queste sono grosse e ben formate, cavalloni insomma, mentre quelle sono piccole e frequenti, nervose e con le creste biancheggianti di spuma. Dei cavallucci irrequieti.
Nella costa calcarea, che sull’altro lato della spiaggia si erge per alcune decine di metri, si aprono molte caverne fatte dall’uomo. In antichità abitazioni di vivi e più tardi, in epoca romana, sepolcri. Alcune di queste ricordano nella forma e disposizione delle nicchie le tombe etrusche nel tufo della nostra Toscana. Un luogo panoramico per un riposo senza fine accarezzato dall’eterno rumore del mare che sale fin lassù.
Torniamo verso sera ad Iraklion. In albergo veniamo accolti dallo spettacolo degli animatori del club italiano che ha occupato l’intera struttura.

10 giugno 2010- Iraklion
Le “ragazze” partono.














Ho trovato un appartamento in affitto poco distante dall’aeroporto, con licenza di raccolta di albicocche dal giardino che circonda la casa. Ne approfittiamo per rifornire abbondantemente la cambusa della Gatta
Aspettiamo per domani l’arrivo del terzo membro del nuovo equipaggio, Pino, reduce da Cuba.
Vado ritirare il nuovo salpancora ordinato al nostro arrivo ad Iraklion. Fortunatamente nei giorni scorsi non abbiamo mai avuto bisogno di ormeggiare sull’ancora.









giovedì 10 giugno 2010

10 giugno 2010- Iraklion


11 giugno 2010 Sitie

Pino ci comunica che arriverà nel pomeriggio e che ci raggiungerà a Sitia.
Noi lo precediamo in macchina e prepariamo la barca per la partenza di domani.
A sera siamo tutti e tre riuniti e di buon umore. Ci aspettano nove giorni di vela prima del nuovo cambio d’equipaggio.

12 giugno. Sitie-Kasos. Miglia 42

Mi faccio aiutare da un pescatore del vicino peschereccio per sostituire il salpa-ancopra.
Lavora una mezz’oretta solo sulla parte meccanica e si dichiara incapace ad effettuare i collegamenti elettrici. Lo ricompenso con cinquanta euro che lo lasciano scontento.
Via con un bel vento quasi al lasco e con mare poco mosso. La barca fila piacevolmente ed arriviamo a Kasos nel pomeriggio avanzato. Sul vasto largo in fondo al porto c’è velleità di divertimento. Una forte musica da discoteca ci accompagna per diverse ore nella notte. Pino, andato in esplorazione, è tornato, però, deluso. Poca gente e brutte donne.

13 giugno. Kasos-Diafani, 37 miglia.

Prima di partire facciamo cambusa nell’unico negozio che troviamo. Cerco del ghiaccio, indispensabile perché il frigo non funziona da anni. Non se ne trova, ma il barista in fondo al molo ce ne regala una grossa busta. In Grecia certi moti di generosità non sono rari e questo è un motivo in più per farmi amare questo gente che sento, e che è, amichevole nei confronti di noi italiani. Anche questa volta non so quanto spesso ho sentito il ritornello “stessa faccia, stessa razza” o la variante “mia fatsa, mia ratsa ”. Certamente i legami che accomunano i due popoli sono forti ed antichi. Dalla Magna Grecia, ad oggi attraversando il periodo della dominazione romana, dell’influenza dell’impero romano d’Oriente, dell’era bizantina, le culture, quella italiana e quella greca si sono intrecciate e amalgamante come nessun’altra al mondo.
Nel canale tra Kassos e Karpatos il vento rafforza e viene dal giardinetto, ma doppiata la punta dell’isola lo abbiamo al traverso fino all’arrivo a Diafani nel pomeriggio avanzato.
Poco prima di attraccare peschiamo un bel tonnetto.
All’inizio del paese, venendo dal porto, c’è un caffè gestito da un’italiana capitata qui alcuni anni fa e catturata dal fascino dell’isola. Seduti sotto il pergolato della piccola veranda soprelevata ci godiamo il piacere di non aver nulla da fare e chiacchieriamo del posto e dei destini.umani. Questa sera ci sarà festa lassù, ad Olimpos, una festa tutta paesana. Per la stagione e la difficoltà, comunque, di raggiungere il borgo da altri luoghi dell’isola, sarà certa la presenza di pochi turisti. Ma neppure noi ci saremo: non riusciamo a trovare alcun mezzo di trasporto che ci porti su. Il solo taxi di Diafani è già partito ed il pulmino di servizio sarà disponibile solamente domattina alle 7.30. Siamo molto dispiaciuti perché sarebbe stata un’occasione unica per vivere alcune ore in un mondo genuino e spontaneo tra gente impegnata a celebrare i propri costumi e tradizioni secolari che sono il cemento della loro esistenza orgogliosamente paesana
Si cena a bordo e si va a prendere il gelato dall’amica italiana.




14 giugno 2010. Karpatos (Diafani)- Rodi (Lindos). 50 miglia.

Non ci svegliamo in tempo per prendere il pulmino per salire ad Olimpos. Ma è un bene perché un ufficiale della locale capitaneria di porto, che immagino sia costituita solamente da lui, ci ordina di spostarci e andarcene alla ruota. Il mare si è alzato questa notte ed il traghetto delle 10,00 attraccherà sottovento al molo. Questo cancella la possibilità di andare ad Olimpos lasciando la barca sola sull’ancora. Ma sulla spiaggia, davanti alle taverne, c’è un piccolo pontile che vado ad ispezionare. Un pescatore che sta lavorando sulla sua barca mi dice che in testa ci sono almeno quattro metri d’acqua. Non sembra, ma comunque il fondo per la nostra Gatta c’è e andiamo ad ormeggiare li. Ma anche qui alle 11,00 arriverà il barcone che porta i turisti dalla capitale e questo ci costringe ad attraccare su un lato del pontile aspettandoci di toccare il fondo. Ma non accade nulla, qui onda non ce n’è e questo ci tranquillizza. Arriva di nuovo l’ufficiale ad osservarci e giunge alla conclusione che possiamo restare li. Non ha altrettanta fortuna una barca italiana che è arrivata ora e che deve filare l’ancora e restare al largo.
Alle 11,00 arriva il barcone a scaricare una ventina di turisti sloveni. Li aspetta un autobus sul quale ci viene permesso di salire anche noi, e così si sale, io per la seconda volta quest’anno, sull’ “Olimpo”.
Si ripetono le scene usuali: le donne in costume escono dai loro negozietti e si rivolgono a noi in uno stentato, ma fruttuoso italiano. Pino acquista ovunque qualche cosa, massimamente camiciole e t-shirt, e noi, schivi e sorridenti, stiamo a guardare da due passi di distanza.
Su una piccola, deliziosa terrazzetta all’ombra di un mulino a vento, restiamo a guardare il mare sotto di noi bevendo ouzo e assaggiando delle “pites” uscite calde calde dal forno acceso a poca distanza. Intorno un panorama di monti e di mare. Forse questo è l’Olimpo di Giove.
Per ridiscendiere a Diafani, optiamo, necessariamente, per una marcia a piedi, Prendiamo l’antica mulattiera che porta al mare e, coraggiosamente, ci incamminiamo per affrontare le due ore di percorso. I luoghi sono bucolici e arcaici. Ci dissetiamo ad una fonte, apparsa provvidenzialmente dopo aver finito le scorte di acqua minerale, raccogliamo erbe aromatiche, risaliamo e discendiamo chine sassose, finchè il sentiero non attraversa la strada carrabile. Qui l’asfalto ci induce al peccato di pigrizia; chiediamo il passaggio ad un pick-up e chiudendo, come sempre gli occhi per non vendere i baratri che ci aspettano ad ogni curva affrontata con allegra baldanza.
Per la cena l’amica italiana ci ha preparato un delizioso stufato di capra.

15 giugno 2010 Diafani-Lindos (Rodi). 46 miglia.

Usciamo dalla baia facendo attenzione al fondale che ci appare vicino con l’intenzione di dirigerci a nord per raggiungere Halki, ma appena fuori troviamo vento ed onda di bolina molto stretta. La giornata è ormai avanzata e l’idea di combattere per ore per raggiungere l’isola non ci piace. Meglio allargarci ad est e passare sotto l’isola di Rodi per raggiungere l’accogliente insenatura di Lindos. Costeggiando la parte sud dell’isola il mare si fa poco mosso, ma il vento ci arriva forte al traverso con raffiche potenti che fanno vibrare con forte rumore la randa terzarolata con due mani. Va avanti cosi fino a qualche miglio dall’arrivo a Lindo.
Nella baia ci sono cinque barche e scegliamo con cura il punto in cui calare la nostra ancora. Siamo stanchi, non scendiamo a terra.


mercoledì 16 giugno 2010


16 giugno 2010. Lindos-Rodi città. 45 miglia

I miei compagni salgono l’acropoli con i somarelli mentre io resto sulla spiaggia a leggere un giornale italiano vecchio di giorni. Notizie ormai superate che non emozionano più. Chissà cosa è accaduto nel frattempo e, soprattutto, chi se ne importa. Viviamo in questi luoghi una realtà avulsa dalle grazie e disgrazie del mondo che abbiamo lasciato partendo dall’Italia. Una realtà alternativa che ci affascina fino a drogarci. Sappiamo che i nostri doveri ci riporteranno tra breve all’altra realtà, ma comprendiamo come mai per mare si incontrano tanti, che noi della realtà tiranna definiamo, con un po’ di ironia e un po’ di invidia, alternativi, Gente che si è gettata alle spalle la vita di prima e gira libera per i mari senza altra patria che la propria barca. Si tratta di persone sole, quasi sempre uomini per lo più barbuti, talvolta accompagnati da un cane, ma anche di anziane coppie in pensione, su barche linde e pinte, ben ordinate, arredate con cuscienerie e tendine agli oblò, quasi sempre accompagnate da un gatto.
Qui a Lindos di turisti ce ne sono molti di più di due settimane fa. Arrivano continuamente barconi dalla capitale scaricando un campionario assai vasto di umanità che sfila davanti alla mia sdraio. Quando ritornano i miei amici ho già fatto il pieno di mondanità e sono pronto a riprendere il largo sul mare solitario. Mangiamo al tavolo e partiamo.
Oggi il vento non è così intenso come ieri e procediamo sempre al gran lasco, ma senza quel fastidioso vibrare della parte alta della randa, L’isola di Rodi ci protegge dal moto ondoso e solo quando doppiamo la sua punta orientale, dietro la quale si nasconde la città, ritroviamo un po’ di mare. Certamente non troveremo posto nel porto di Mandraki e dobbiamo rifare il pieno di acqua. La soluzione migliore è quella di trovare riparo nella prima ampia insenatura protetta a sud da un lungo molo cui attraccano le grandi navi e sulla quale si affaccia anche il bacino del “carnaio” che ha ospitato Gattadapelare per tutto l’inverno. Con onda e vento che entra non ci è possibile un comodo attracco nel bacino, così ci portiamo sul lato sottovento del porto e filiamo tutti i nostri cinquanta metri di catena su quattro metri di fondo per guadagnarci una tranquilla serata in città.
Nonostante ciò il timore che durante la nostra assenza l’ancora possa arare, non abbandona lo skipper, sempre ansioso.
Al nostro rientro tutto è a posto e la notte trascorre tranquilla.

17 giugno 2010 . Rodi-Isola di Simi, 23 miglia

Ci sveglia il perentorio urlo della sirena di una nave che per attraccare deve manovrare proprio nel nostro specchio d’acqua. Ci aliamo in fretta sull’ancora e ci infiliamo poi nel bacino del carnaio. Il vento è calato e non entra più l’onda di ieri sera che ci impediva di mantenere la posizione nel bacino. Fatto il pieno di acqua salutiamo il personale a terra e usciamo diretti a Simi. Simi è un’isola meta di escursioni di numerosi battelli provenienti da Rodi. E’ annoverata tra i migliori obiettivi turistici per un pubblico di mezza età che non vi rimane però più di qualche ora. E’ il motivo per cui il paese appare tranquillo, senza la confusione tipica di altri siti come Ios, Skiatos o Mikonos. Il porto è sempre pieno di barche, anche in questo periodo, ma a terra incontriamo poche persone. Omero ci racconta che Simi partecipò alla spedizione contro Troia con diverse navi, e la fama di possedere veloci imbarcazioni le procurò l’incarico di provvedere al servizio postale durante l’impero ottomano. Durante l’ultimo conflitto ha subito anche dei bombardamenti per colpire le navi italiane e poi tedesche che facevano base nella profonda insenatura attorno alla quale sorge il paese. Le sue case in stile neoclassico e decorate con colori pastello sono la caratteristica dell’isola. Di simili ne ho trovate solo a Kastellorizzo e qualcuna ad Halki. Per il resto le isole dell’Egeo presentano abitazioni di tipo “cicladico”, così come le conosciamo da tutte le classiche foto che enfatizzano la Grecia; case basse,imbiancate con porte e finestre vivacemente dipinte in blu, rosso, giallo ocra.
Gironzoliamo qua e là senza meta e trascorriamo diverse ore nei cafenion.
A sorpresa si aggiunge a noi un quarto ospite di Gattadapelare; è il famoso cugino di Pino che l’anno scorso ci dette “buca” e rinunciò all’ultimo momento di venite in crociera con noi. Gianfelice manifesta subito entusiasmo per questa sua nuova esperienza e noi lo accogliamo con simpatia.
Si cena a bordo con agnello al forno.
Dopo una serata trascorsa al tavolino di un rumorosissimo locale su un vicolo, nel frastuono inusuale di musica rock, torniamo grati alla tranquillità della nostra barca che ci attende paziente, stretta tra altre due, in sospetto di ancora incrociata con la barca inglese alla nostra sinistra.


venerdì 18 giugno 2010

18 giugno 2010 Simi-Turchia (Bozukkale) 11 miglia

Ed infatti la nostra ancora è incattivita con la catena di un’altra. Dopo diversi tentativi finalmente riusciamo a liberarci e ci allontaniamo in un mare in calma piatta. Passiamo davanti ad altre due barche, un grande catamarano ed un sloop, che hanno lo stesso problema e si girano l’un l’altra attorno, in mezzo al canale. Ma noi, ormai liberi, procediamo privi di pensieri molesti alla scoperta di una insenatura, Bozzukkale, nella costa turca a poche miglia di distanza. Nel portolano è descritta come gradevole e ben protetta.
Percorriamo le poche miglia che separano la Grecia dalla Turchia. Facciamo il cambio della bandiera di cortesia quanto stimiamo di essere nelle acque territoriali della Mezzaluna e poco dopo entriamo nella baia, un porto naturale circondato da un paesaggio montuoso. Al suo fondo si intravedono le rovine della città di Loryma. L’ ingresso del lato ovest è dominato dai resti ben conservati di una castro di epoca ellenistica le cui lunghe mura non dimostrano l’età che hanno. Siamo alla ricerca di una spiaggetta dove organizzare un barbecue. Ne troviamo una sulla destra, in verità non molto protetta, ma dobbiamo accontentarci, non ce ne sono altre a disposizione. Trasbordiamo a più riprese tutto il necessario e cuciniamo pollo alla brace. La spiaggia è sassosa e arida. Tengo continuamente sotto osservazione la nostra barca che è orientata dal vento parallelamente alla riva, ma con la poppa in direzione della scogliera che da un lato chiude la spiaggia. Mi sembra che l’ancora abbia iniziato ad arare e l’ansia dello skipper alimentata da quella dell’armatore mi spingono a risalire a bordo al più presto. Siamo veramente arando e ormai mi trovo ad una decina di metri dalla costa. In questi casi mi chiedo sempre cosa farei se il motore non si mettesse in moto. Mi è già capitato tre volte di essere stato tradito dalla motoristica della barca in frangenti assai difficili, ma all’ultimo momento siamo riusciti a salvare Gattadapelare. Sono esperienze che segnano l’animo e contribuiscono allo stato ansioso in cui l’armatore vive per tutto il tempo in cui è in crociera. La domanda scherzosa che si fa nei momenti conviviviali è quella che chiede come si riconosce un armatore dal resto dell’equipaggio quando si è a terra. La risposta è : “E’ sempre quello che non ride” . Comunque il motore è partito dopo interminabili secondi di preriscaldamento delle candelette durante i quali lo sguardo è rimasto fisso sui minacciosi scogli.
Ci spostiamo sull’altro lato della baia dove vediamo alcuni sloop ormeggiati al pontile di una modesta taverna. Veniamo accolti con molta disponibilità dal gestore e da alcune barche, maneggiate quasi tutte da corpulente turche in brache, colme di camice, t-shirts, asciugamani, tappeti e quanto altro possa interessare il turista. Pino fa acquisti..
Fa caldo e passiamo molto tempo immersi nell’acqua, appoggiati alle rocce, tra
numerose cicale di mare legate a delle cimette fissate agli scogli, pronte per essere ripescate dal taverniere per la cena.
La taverna si chiama “ Ali Babà” e non fa menzione dei 40 ladroni, ma dai prezzi del menù pensiamo che siano nascosti in cucina. La Turchia è diventata per il crocerista piuttosto cara, confrontata alla Grecia, e, comunque, sempre più a buon mercato dell’Italia. Le barche con bandiera italiana, in passato erano una rarità, ma ora, ogni anno che passa, ne incontriamo sempre più. In fondo la cosa ci disturba un po’ perché ci toglie la sensazione di essere noi ad aver il privilegio dell’ unicità della scoperta di questi approdi.
Mangiamo sulla terrazza della taverna assieme ad altri quattro equipaggi mitteleuropei, disdegnando le proposte di aragosta e vino Changaia che il taverniere, speranzoso prima deluso e disdegnoso poi, ci aveva sottoposto.
Notte serena trascorsa in un angolo accogliente di Turchia. Le donne commercianti dormono anch’esse nelle loro povere barchette sognando l’arrivo, domani, di numerosi Pini.


19 giugno 2010. (Turchia). Bozukkale- Serce Limani. 3 miglia

Accanto a questa baia ce n’è un’altra, più piccola e con due insenature contrapposte ognuna ospitante, sul fondo, una taverna. Ci sembra più attraente quella di destra dove già si trovano quattro barche a vela ormeggiate sui corpi morti e lì ci infiliamo. Anche altre piccole barche, alcune di pescatori locali, sono accostate alla riva e da esse se ne distaccano un paio per venirci ad offrire la solita mercanzia. Pino, naturalmente, acquista anche qui. Anche il taverniere si fa vivo e ci invita a mangiare da lui.
Le rive sono rocciose, scoscese, percorse da un sentiero sul quale scorrono scene di vita arcaica. Passa un uomo trascinando un somarello, poi un altro che porta sulle spalle, trattenendolo per le zampe, un capretto belante. E’ preceduto da un cane felice e scodinzolante. Alcune capre scendono per la balza ripida saltando sulle rocce fin sulla riva per leccarvi le incrostazioni dl sale . Belati, ragli, voci pacate. Una delizia per l’anima di noi cittadini.
A sera andiamo a terra a mangiare. Capitan Nemo, è il nome del taverniere e anche qui il sospetto che il nome non sia casuale. Il conto è salato (sempre relativamente, ma da giorni siamo abituati a spendere poco). Sono l’unico a protestare; il resto dell’equipaggio tace imbarazzato. Ai tavernieri turchi non lasciamo una buona impressione, ma sento di dovere di contribuire a calmierare il mercato della ristorazione nautica.
Quando tutti sono in cuccetta, Gianfelice ed io tardiamo un poco nel pozzetto ad ascoltare, nella notte meravigliosamente stellata, i rumori di questo approdo. Lo zoccolìo sulle pietre dei somarelli che si recano chissà dove e chissà perché ci lascia sul momento perplessi. Poi ne vediamo le sagome alla luce delle luna che sorge da dietro la montagna.
Un raglio ci augura la buona notte.

domenica 20 giugno 2010

20 giugno 2010. Turchia-Rodi (Mandraki). 11 miglia

i svegliamo in una giornata di assoluta calma. Tutto si specchia nell’acqua, la barca, le balze rocciose, le rade e striminzite querce. E’ l’ultimo giorno per questo equipaggio. Nel pomeriggio arriverà Marzia con i nipotini.
La traversata dalla Turchia alla Grecia la facciamo quasi tutta a motore. Gianfelice non ha avuto modo, in questi pochi giorni trascorsi a bordo, di assaggiare il piacere vero della Gatta, inclinata sul mare, che corre davanti al vento. Sarà per un’altra volta. Per oggi i giochi sono fatti.
Troviamo, inaspettatamente, posto dentro il porto di Mandraki, l’antico porto della città di Rodi il cui ingresso e delimitato da due colonne sormontate da due cervi in bronzo, indicano i punti in cui la leggenda dice essere poggiati i piedi del Colosso.
Vogliamo crederci anche se non è vero.
Aspettiamo l’arrivo del traghetto che porta Marzia e bimbi da Lipsi gironzolando per l’antico centro della città.
Alle 16, finalmente, il nuovo equipaggio di Gattadapelare è in porto. Ve lo presento: Marzia, il mitico secondo di tante veleggiate fatte con il padre in questo mare dove storia, sole, mito, vento e leggenda si accavallano, si intrecciano e si confondono nel formare un irripetibile, magico unicum nel quale, noi della Gatta, felicemente, anneghiamo. Maia, bambina sulla soglia della giovinezza, riflessiva e accorta aspirante timoniera ed,infine, il suo fratello minore, Sebastian, appassionato ormeggiatore, in costante attività con cime, sagole,scotte e nodi marinari.
Dopo cena, Gianfranco ci saluta. Il suo aereo parte domattina presto e preferisce trascorrere la notte in aeroporto. E’ stato un buon compagno di viaggio ed un ottimo co-skipper. Certamente un “gattonata”, cioè un crocerista adattabile e comprensivo per le romantiche carenze di questa barca.
Tutti gli altri a dormire in barca. Non proprio tutti, Gianfelice e lo skipper per ragioni di spazio, dormono nel pozzetto, impacchettati nei sacchi a pelo mentre Rodi è immersa in una cappa di umidità che si condensa e gocciola dal boma quasi come pioggia, sui nostri nasi scoperti.














Tratta del Terzo equipaggio


21 giugno 2010. Rodi-Alimia.32 miglia

La barca si allontana dal molo, da dove gli amici ci salutano, con il nuovo, giovanissimo equipaggio. I bimbi salutano di ritorno, ma i loro pensieri sono lontani dal mondo degli adulti. L’avventura riempie i loro cuori e crea il germoglio della passione che certamente li accompagnerà nella vita adulta. La passione per le ampie distese, per il vento sul volto e tra i capelli, per il sapore di sale sulle labbra, insomma l’amore per il mare vissuto attivamente nella gioia della libertà che i suoi orizzonti riescono a trasmettere.
Lasciamo il porto di Mandraki allargandoci molto prima di puntare verso Alimia. I bassi fondali che si spingono molto al largo della punta orientale dell’isola inducono alla prudenza anche se, probabilmente, potremmo passarci sopra senza danno. Ma siamo troppo pigri per scendere sotto coperta a leggere l’ecoscandaglio. E’ più comodo allontanarci. Non abbiamo fretta. Il mare calmo ed il vento lieve ci inducono procedere a motore. All’altezza di Alimia il vento rinforza da dritta per azione della costa e procediamo ora anche con la randa rimasta terzarolata dall’altro ieri. Quando il motore si ferma all’improvviso abbiamo un attimo di angoscia. Pensiamo subito ad un’avaria, tanta è la sfiducia che abbiamo per la motorizzazione navale, ma fortunatamente si tratta solo del serbatoio vuoto. Travasiamo il carburante di scorta – ne abbiamo sempre due taniche da 20 litri nel gavone di poppa- spurghiamo il tubo di carico dall’aria e ripartiamo. Ora il vento è di prua e le ultime miglia sono percorse con lentezza e fatica fino a doppiare la punta che racchiude a sud la ridossata baia dell’isola. Dentro entra un po’ di onda e vento e non ci fidiamo di metterci sull’ancora perché nella zona più riparata ci sono già tre barca alla ruota. Ma ho un’intuizione. Le barche da pesca che ho visto le altre volte erano legate sempre tutte assieme ad una grossa cima galleggiante che termina con un gavitello. Dunque sotto ci deve essere un grosso corpo morto in grado di trattenere anche la nostra barca. Oggi non ci sono pescatori attraccati e ne approfittiamo per assicurarci un ormeggio di tutta tranquillità. Sapere di potersi addormentare senza il timore di andare alla deriva per colpa di un’ancora che ara, è una delle grandi gioie dello skipper al termine di una giornata di mare.

martedì 22 giugno 2010

22 giugno 2010. Alimia

Il vento di ieri e di questa notte rimane costante. Non è forte e alza piccole onde nell’interno della baia che sciabordano sulla nostra prua. Scendiamo a terra con il tender e visitiamo ancora le baracche della guerra. Abbiamo l’intera giornata davanti a noi perché non ci azzardiamo ad uscire in mare aperto. Senza bambini a bordo non avremmo alcun timore ad affrontare il mare contrario che stimiamo essere solo mosso, ma non abbiamo alcun motivo di fretta e restare in barca a riposare non ci dispiace. Tentiamo di pescare a bolentino e catturiamo di nuovo un pesce-palla. Ce ne sono molti sotto la barca perché con i loro denti tritacoralli ci troncano continuamente le lenze e, in alcuni casi anche gli ami.Tuttavia qualcosa di buono la catturiamo e la cena si arricchisce di pesce fresco.


23 giugno 2010 Alimia-Halki. 5 miglia

Anche oggi il solito vento, ma stavolta non vogliamo subire passivamente un altro giorno relegati a bordo. Partiamo, dunque, decisi a raggiungere Halki e affrontiamo, subito fuori della baia, delle belle onde formate. Si procede, necessariamente a motore, a non più di tre-quattro nodi. Vento e mare proprio sulla prua. La barca ricade nel cavo delle onde sollevando dei bei baffi d’acqua con grande gioia dei bimbi, ma senza schizzi fin nel pozzetto. Vediamo il piccolo arcipelago di Halki che si avvicina lentamente e lo scoglio a pelo d’acqua, ma lasciato a debita distanza sulla nostra sinistra, che sembra non arretrare mai. E’ uno scoglio pericoloso soprattutto con il mare calmo perchè sporge solo di pochi centimetri sul pelo dell’acqua e di notte non lo si vedrebbe affatto.
Un paio d’ore dopo siamo ormeggiati all’inglese al pontile galleggiante insieme ad altre cinque barche.
Andiamo a mangiare sotto gli alberi della taverna di Maria e i bambini, felici, sono liberi di muoversi intorno in un paese privo di automobili. Halki non smentisce la sua natura di rifugio per nordici visitatori. Tutto scorre con pacifica lentezza.
Sulla sella del monte dietro il paese, a tre o quattro chilometri di distanza, si trovano i resti diruti di un castello veneziano. Saliamo fin lassù per visitare il paese fantasma, abbandonato in epoca storica, di cui un paio di case appaiono ricostruite sulle fondamenta delle vecchie. Ci sono anche le tracce di uno scavo recente che tradisce l’intenzione di qualcuno a tornare a vivere qui. Per il resto si vedono solo mozziconi di muro. Poco distante un cimitero di poche tombe abbandonate all’attacco del tempo e delle intemperie ci testimonia la fine di una società abbarbicata ai piedi del castro. Le cause di questo insediamento sono facilmente spiegabili con presenza del castello protettore del contado dagli attacchi dei pirati e dei saccheggiatori e dalla relativa fertilità di questa sella che ospita gli unici alberi dell’isola. Con la perdita d’importanza del castello dovuta ai mutamenti storici governati dal tempo ed il conseguente suo abbandono all’erosione dei secoli anche il villaggio è stato abbandonato. Il mare non è più messaggero di pericoli e diventa invece fonte di ricchezza. Nasce cosi la “skala”, cioè il borgo a mare.
Lasciamo la montagna al crepuscolo ripercorrendo i tornanti e le discese della strada deserta e nel buoio ormai incipiente ci avviciniamo alle prime luci che si vanno accendendo nel paese. Tutto è pace e silenzio. Cena da Maria.

24 giugno 2010 Halki.

Oggi siamo stati alla spiaggetta di fronte alla quale ormeggiammo la prima volta che siamo arrivati qui con il primo equipaggio. Accanto ad essa una gradevole taverna, gestita da un simpatico giovanotto inglese, ci offre un buon mangiare ed un panorama sul mare stupendo. Siamo ben protetti dal vento e l’acqua davanti a noi è calma fin dove lo sguardo si volge. Sullo sfondo il profilo montuoso di Rodi è parzialmente coperto da un isolotto disabitato che, ad un miglio da noi, chiude parzialmente la baia. Il braccio di mare, così racchiuso, pare un lago.
Per la sua piccolezza il luogo è affollato, ma di gente tranquilla che prende il sole. La minuscola spiaggia accoglie cinque o sei sdraio. Altre sdraio sono sul terrapieno più lontano e nulla disturba la quiete di questi ospiti di questo angolo di Egeo.
Restiamo fino al pomeriggio avanzato e poi con i bambini torniamo in paese. Ho promesso loro un gelato per lasciare alla madre la libertà di restare ancora un poco a perdersi nella dolcezza di quella spiaggia ormai deserta.
E’ arrivato un grande sloop italiano che ha attraccato vicino a noi. I miei piccoli mozzi danno spettacolo movendosi sul ponte di Gattadapelare con la naturalezza di chi è avvezzo a vivere in barca e arrampicandosi sull’albero suscitando trepidazione nello skipper vicino. Lo tranquillizzo seppure dopo aver esortato i piccoli a non arrampicarsi più in alto.


venerdì 25 giugno 2010



25 giugno 2010 Halki-Alimia 5 miglia

Dopo aver sciolto le decine di cimette con le quali Sebastian ha assicurato l’ormeggio della Gatta partiamo con comodo alla volta di Alimia. Quest’isola fino a qualche tempo fa era un insignificante puntino sulla carta nautica e ci attirava proprio per la sua modesta esistenza. Noi “gattonauti”, sempre alla ricerca di paesaggi dominati dalla natura, dove la contaminazione da turista è scarsa, avevamo sempre saputo che un giorno la nostra barca vi avrebbe calato l’ancora, Ora possiamo dire che Alima fa parte della storia di Gattadapelare, Questa di oggi è la quarta volta che entriamo nella sua accogliente baia. Troviamo nuovamente libera la trappa galleggiante dei pescatori locali e ad essa ci leghiamo con la piacevole sensazione di trascorrere nuovamente una notte tranquilla anche in caso di maltempo. non c’è minaccia di peggioramento. Il vento non è intenso ed il mare è poco mosso. Le previsioni dicono che domani troveremo più aria poche miglia prima di raggiungere la punta orientale dell’isola, e, comunque, a noi favorevole. Domani dobbiamo assolutamente essere a Rodi davanti al carnaio. Dopodomani Gattadapelare verrà alata e l’equipaggio si scioglierà. Lo skipper tornerà a Roma, gli altri resteranno ancora un po’ sotto il cielo greco, a Lipsi, la dolce e stregata isola di Calipso.
Nella baia entra un po’ di onda, ma noi siamo nella zona più tranquilla e inganniamo il tempo facendo nuotare i bambini tra la barca ed il tender. Altre tre barche condividono con noi il buio che scende sulla baia.
Andiamo in cuccetta sapendo che nulla disturberà il nostro sonno.

24 giugno 2010- Alimia.Rodi. 32 miglia.

Quando usciamo dalla baia c’è un po’ di vento da ovest che diminuisce d’intensità non appena ci lasciamo Alimia alle spalle e usciamo fuori dall’effetto Venturi generato con isolotti alla nostra dritta. Andiamo avanti a motore e con le vele portanti appena gonfie fino a poco prima di trovarci al traverso dell’isola di Simi. Ora il vento si fa più intenso e volendo orzare per dirigere verso la città di Rodi decidiamo di avvolgere il fiocco mantenendo il vento di poppa durante la manovra. Qualche problema con la vela che tende a “incaramellarsi” sullo strallo, che risolviamo con un po’ di agitazione, e poi ecco davanti alla nostra prua il biancore della città che si avvicina rapidamente.
Quando raggiungiamo il carnaio vediamo che non è il caso di ormeggiare nell’invaso troppo esposto all’onda che vi entra. Ci mettiamo allora sull’ancora lì davanti e scendiamo a terra con il tender.
Cena in città ed ultima notte assieme in barca. Ormai sentiamo chiusa la nostra avventura sulle onde di questo amato mare. Da questo momento le nostre azioni saranno guidate solo dalla necessità di jmettere a riposo la barca.

25 giugno 2010. Rodi.

E’domenica. Il carnaio è chiuso. Non c’è più onda che entra e andiamo ad ormeggiarci nel bacino di alaggio, nella speranza le condizioni meteo non cambino e ci costringano a rimetterci alla ruota.
Trascorriamo la giornata in città. Marzia e bambini si trasferiscono in albergo, Io resto a trascorrere la notte in barca. Il comandate à sempre l’ultimo a lasciare la nave.

26 giugno 2010- Rodi-Roma

Passo la mattina a sistemare le cose. La Gatta viene alata. Saluto l’equipaggio che resta ancora un giorno a Rodi e volo verso Roma.









Il veleno del pesce palla
La tetradotossina è un veleno molto più potente del cianuro, prende il suo nome dalla famiglia dei Tetraodontidae, i pesci palla, ma anche nei Diodontidae (pesci istrice). Venne isolata e denominata per la prima volta nel 1909 dallo scienziato giapponese Dr. Yoshizumi Tahara.
Un milligrammo di tetradotossina è sufficiente ad uccidere una persona: blocca la conduzione nervosa provocando paralisi, vomito, diarrea, convulsioni, blocco cardiorespiratorio.
Il primo caso registrato di avvelenamento da tetrodotossina, si ha nel diario di bordo del capitano James Cook.
Il primo sintomo di intossicazione è costituito da un leggero intorpidimento della lingua e delle labbra, che si manifesta da 20 minuti a 3 ore dopo l'ingestione del pesce avvelenato. Il sintomo successivo è costituito da parestesie a faccia ed estremità, e possono comparire anche mal di testa, dolore epigastrico, nausea, diarrea, vomito, e perfino difficoltà a camminare.
Il secondo stadio dell'intossicazione è costituito da una paralisi grave, che impedisce in alcuni casi di rimanere seduti. L'ultimo stadio è costituito dalla paralisi totale, che tuttavia non influenza le capacità cognitive: la vittima può essere cosciente e in alcuni casi completamente lucida fino a poco prima della morte, che in genere avviene in 4-6 ore, con un range stimato da 20 minuti a 8 ore.
Pesce palla e sushi: il fugu
pesci palla di solito non sono mortali.
Il fugu (pesce palla, in giapponese) è una specialità molto famosa in Giappone, nonché molto costosa, servita da cuochi diplomati, in grado di trattare le carni del pesce palla eliminando le parti velenose (le frattaglie
Il fugu è un pesce bianco, dalle carni delicate, chi lo ha assaggiato spesso non è rimasto molto soddisfatto... La sua fama, probabilmente, è più legata alla pericolosità piuttosto che alla bontà delle carni.
Il pesce palla è vietato in Italia dal 1992. Famoso il caso del 1977, allorché in Italia ci furono diversi casi di intossicazioni a causa di alcune code di pesce palla erroneamente inserite all'interno di una partita di rane pescatrici decapitate (code di rospo).