A spasso sulle Dolomiti : ITALIA

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Diario di viaggio ITALIA ITALIA
A spasso sulle Dolomiti

Dolomiti

Catinaccio e Scillar
foto inserita il
21 Oct 2006 17:05
Catinaccio e Scillar
Pagine 1
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A spasso sulle Dolomiti

Località: Dolomiti
Stato: ITALIA (IT)
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Data inizio viaggio: domenica 23 luglio 2006
Data fine viaggio: sabato 12 agosto 2006

Testo di Anna M.
Foto di Marco G.

Quest’anno come meta delle nostre vacanze estive abbiamo scelto di restare nel Bel Paese e di andare a fare due passi sulle Dolomiti.
Nonostante il tempo poco favorevole siamo comunque riusciti a fare parecchie gite. Purtroppo siamo consapevoli che la nostra amica nuvoletta adora viaggiare e di conseguenza non c’è volta che non decida di venire in vacanza con noi, quest’anno però, accidenti a lei si è portata appresso anche tutte le sue amiche! Se avesse piovuto un po’ meno avremmo preso meno acqua, evitato di usare tutto l’armamentario anti-pioggia e soprattutto, la vita in campeggio sarebbe stata più semplice. Già perché dopo anni di vacanze passate in albergo quest’anno siamo tornati al campeggio.

Quando si parla di Dolomiti ci si riferisce ad un’area geografica ben distinta situata nel nord-est dell’Italia. Il termine Dolomiti deriva dal nome, Dolomia, attribuito alla particolare roccia di questa zona.
Le montagne sono esattamente come si dice: spettacolari. Le possibilità di fare trekking, escursioni e via dicendo sono molteplici, c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Per questa nostra prima vacanza su queste montagne ci siamo limitati ai posti più conosciuti e questo significa anche più affollati, ma nonostante questo sono state delle giornate molto piacevoli e ricche di soddisfazioni.
Vuoi perché le zone sono proprio prese d’assalto dai turisti vuoi perché gli impianti di risalta riducono le montagne alla portata di tutti, camminare per i sentieri talvolta si riduce ad un continuo ‘permesso’, ‘mi scusi’, ‘grazie’. E’ pur vero che per lasciarsi alle spalle il popolo dei vacanzieri sedentari è sufficiente scegliere percorsi più impegnativi o più lunghi ma non si può certo dire che si rischia di non incontrare nessuno!
Sugli impianti di risalita c’è molto da dire. Ce ne sono veramente tanti, se da un lato è comodo trovarsi in quota senza fare nessuna fatica dall’altro tutti questi impianti riversano montagne di vacanzieri sedentari in vetta che si cimentano in sentieri non alla loro portata. Ben venga la gente che ha voglia di imparare a camminare in montagna, a muoversi ma teniamo sempre presente i nostri limiti. Spesso la gente dimentica che la montagna può anche tramutarsi in qualcosa di pericoloso se non adeguatamente equipaggiati e soprattutto preparati. Nessuno si sogna di andare al mare senza prima comperarsi un bel costumino. Avete mai visto qualcuno in spiaggia in mutande? Perché in fondo in montagna ci resta solo una settimana che senso ha investire in un bel paio di scarponi e in qualche caldo pile, ci si aggiusta con quello che si ha? Certo il costume costa molto meno di un buon paio di scarponi e via dicendo. Se poi questa persona non sa nuotare o a poca dimestichezza con l’acqua non si mette a fare i tuffi in piscina dal trampolino, non noleggia un motoscafo per andare a fare il bagno al largo… si guarda bene dal nuotare lontano dalla riva o dove l’acqua è troppo alta finché non si sente in grado di farlo. Perché questo non avviene in montagna? Non basta mettersi i calzoncini corti e un paio di scarpe da ginnastica, lo zainetto con cui il figlio porta la merenda all’asilo e via.. tutti trasformati in provetti escursionisti esperti. Ci sono percorsi che richiedono almeno un paio di calzature adatte, altri che necessitano di attrezzatura particolare! Non voglio apparire presuntuosa ma prima di scegliere un percorso consulto la cartina e mi documento. Non prendo una direzione perché un cartello la indica senza chiedermi che tipo di percorso è, soprattutto quando questo si trova a certe quote e in certi ambienti. Ho visto gente scendere, scendere perché la salita l’aveva fatta in funivia, da sentieri di pietraie e terra seduta per terra, strisciare letteralmente il fondo schiena sul terreno perché non riusciva a tenersi dritta, gente tenuta per mano fare passettini più piccoli di quelli di una formichina perché scivolava sul terreno, gente con le scarpe da tennis sulla neve e via dicendo.
Vivo sulle Alpi e vado a camminare quasi tutte le settimane, ho camminato sulle Ande, sulle montagne Rocciose e in altri posti ancora in giro per il mondo ma gente così ‘impreparata’ l’ho vista solo qui e sapete perché? Perché ci sono gli impianti di risalta. Comodissimi, ne ho usufruito anche io, ma è la testa della gente che deve essere prima di tutto formata, la montagna è bella ma va affrontata e vissuta nel modo giusto. Questo lato delle Dolomiti mi ha lasciato parecchio perplessa.

E altra nota dolente i telefonini… Ma è mai possibile che non si possa fare una gita senza usare il telefonino? Ma poi, le chiamate, ce ne fosse stata una degna di essere fatta. Avete presente quelle fatte sul treno per avvertire la famiglia che si sta arrivando a casa? Ma non è una vita che i pendolari vanno a casa la sera? Che usavano il piccione viaggiatore prima che inventassero i telefonini oppure le mogli vivevano lo stesso senza sapere minuto per minuto dove fosse il marito? E la tecnologia avanza e così ci tocca di sentire ‘ sono qui’ ‘c’è il sole’ ‘fa freddo’ e via dicendo…. Conversazioni utili solo alla società dei telefoni! Indubbiamente sono un oggettino utile e in caso di incidenti o altro possono servire ma queste futili conversazioni sono fastidiose e basta, a mio parere ‘profanano’ la montagna.

Guide e riviste:
Dolomiti – Istituto Geografico De Agostani
Guida Escursionistica 964 Dolomiti – Kompass
Hans Kammerer – Vie Ferrate nelle Dolomiti – Tappeiner
Goedeke/Kammerer – I 3000 delle Dolomiti – Tappeiner
ALP Grandi Montagne – n. 20 Pale di San Martino – CDA&Vivalda Editori
Meridiani Montagne – n. 13 Pale di San Martino – Editoriale Domus
Meridiani Montagne – n- 21 Catinaccio – Editoriale Domus
ALP Grandi Montagne – n. 23 Gruppo di Sella - CDA&Vivalda Editori
ALP Grandi Montagne – n. 31 Sassolungo - CDA&Vivalda Editori
Merdiani Montagne – n- 17 Tre Cime di Lavaredo – Editoriale Domus
ALP Grandi Montagne – n. 17 Tofane e Cinque Torri Scotoni - CDA&Vivalda Editori
Merdiani Montagne – n- 11 Tofane – Editoriale Domus

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domenica 23 luglio 2006 . San Martino di Castrozza

Dopo aver per benino riempito la nostra macchina ci incamminiamo alla volta delle Dolomiti. Il traffico in autostrada è irrisorio, ci sono parecchie macchine ma si viaggia bene e tranquilli, non ci sono code o rallentamenti tant’è che ce la facciamo ad andare a pranzare tranquillamente in una di quelle aree attrezzate lungo la val di Fiemme.
Nel pomeriggio facciamo una sosta al centro visitatori del parco presso Paneveggio, per visitare il recinto dei cervi. Un breve percorso che si snoda lungo il recinto consente di vedere i cervi in esso contenuti. Ci sono femmine, piccoli e maschi, alcuni coronati. Sono tranquilli e abbastanza incuranti della gente che affolla lungo la rete. Sono molto belli, peccato che siano in un recinto.
Questa è la zona della foresta di Paneveggio in cui cresce l’abete rosso, il cui, pregiato legno, è utilizzato per la costruzione di casse acustiche di strumenti musicali.
La foresta di Paneveggio, assieme al gruppo dolomitico delle Pale di San Martino e alla catena dei Logorai forma il parco naturale Panaveggio – Pale di San Martino. Si tratta di un area di particolare pregio soprattutto vista la sua diversificata natura, sia in termini paesaggistici che naturalistici.

La strada che ci porta a San Martino di Castrozza, arrivando dalla val di Fiemme prima al passo Rolle da cui si gode una fantastica vista sulle pale di San Martino. Il passo Rolle (m. 1980) e il valico che collega le altre valli dolomitiche con San Martino di Castrozza.
Qualcuno ha definire lo Spitzoppe (Namibia) il Cervino d’Africa per la sua somiglianza anche se di dimensioni e imponenza molto più contenuta. In virtù di queste similitudini possiamo azzardare a paragonare le Pale di S. Martino alle Torri del Paine in Cile. Si somigliano anche se queste ultime sono più imponenti.
San Martino di Castrozza (m. 1450) nasce come località turistica nel XIX secolo. Conserva un centro abitato in perfetto stile montano che con il susseguirsi di locali e negozi ne fa un centro vivace e gremito di turisti. Dopo le 16, le vie centrali del paese diventano isole pedonali per cui per raggiungere l’unico campeggio del paese, per noi che arriviamo dal passo Rolle occorre circunnavigare tutto l’abitato.
Il paese è comunque situato in una posizione molto favorevole dal punto di vista paesaggistico.
Il campeggio è carino, il fondo è composto prevalentemente di terra e ghiaia, non proprio il fondo migliore per una tenda. Il campeggio è piuttosto pieno ma ci sono molto stagionali e molte roulotte ‘fisse’. I bagni sono puliti e ben organizzati, c’è anche la musica di sottofondo che rende ulteriormente piacevole fare la doccia! Adiacente al campeggio c’è un ristorante convenzionato con il campeggio (viene effettuato uno sconto sul conto ai campeggiatori) che proviamo la sera stessa e un piccolo market.
Sistemata la nostra roba ci avviamo a piedi, tanto non è lontano, in centro al paese. Essendo domenica i negozi di alimentari sono chiusi. Di aperto troviamo i negozi di souvenir, qualche negozio di abbigliamento o roba varia, bar e ristoranti.

Campeggio: SASS MAOR – www.campingsassmaor.it – via laghetto, 48 – S. Martino di Castrozza – 9, 00 € per persona e 10,00 € per piazzola
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lunedì 24 luglio 2006 . Giro delle Pale di San Martino

Con oggi diamo inizio alle nostre escursioni dolomitiche. Prima tappa il supermercato, fortuna che apre presto (alle 7) così abbiamo il tempo per passare a comperare il necessario per il pranzo. Dopo di che andiamo a prendere gli impianti di risalta che da San Martino di Castrozza portano al Rifugio Pedrotti.
Il primo impianto, una specie di ovovia/seggiovia porta fino al Col Verde e da qui si prende una funivia e si sale fino all’altopiano del Rifugio Pedrotti (A/R 16,50 normale – A/R 14,70 soci CAI). E’ ancora presto e non c’è molta gente che sale, noi e qualcun altro con il necessario per una bella scalata.

L’itinerario di oggi, comunemente detto ‘Giro delle Pale’ è, oltre ad essere uno dei percorsi classici di questa zona, un percorso che consente di ammirare alcune delle pareti più importanti di questo massiccio.
Prima di iniziare il giro vero e proprio facciamo una veloce scappatine su Cima La Rosetta (m. 2743). Si trova a due passi dall’arrivo della funivia e non raggiungere la sua sommità è proprio un peccato considerato che la vista che si gode dalla punta è molto bella.
Fatta questa prima deviazione di percorso ritorniamo alla partenza della funivia e proseguiamo per il vicino Rifugio Pedrotti alla Rosetta (m 2581). Lasciato il rifugio ci dirigiamo, in questo strano paesaggio, verso il passo di Roda (m 2572). Il sentiero inizia a scendere con molti tornanti (troppi) arrivando così al Col della Fede (m 2278) passando sotto la cima di Roda: impressionante! Si prosegue verso il passo di Ball (m 2443) che per raggiungerlo si deve attraversare un piccolo tratto nelle rocce attrezzato con funi d’acciaio, niente di particolare. Dal Passo si scende poi velocemente al rifugio Pradidali (m 2278). Sono impressionata dall’imponenza di queste montagne e da questo ambiente austero che le circonda. Ci si sente piccoli piccoli a camminarci così vicino.
Visto che non è ancora ora di pranzo proseguiamo per il lago Pradidali. Lago è una parola grossa perché non ne è rimasto molto di questo lago. Proseguiamo poi la nostra salita in mezzo a questo particolare paesaggio roccioso arrivando così al passo della Fradusta e poi al Passo Pradidali Basso (m 2658) dove ci fermiamo finalmente per il pranzo. Il cielo intanto si è annuvolato e non promette niente di buono. Infatti abbiamo giusto il tempo di pranzare e incamminarci che inizia a piovere. Fortunatamente piove a tratti e nemmeno troppo forte così riusciamo ad arrivare in tempo alla partenza della funivia prima che abbia inizio il diluvio.
Mentre, in funivia, lasciamo questo posto e la pioggia comincia a cadere copiosamente ripenso a questo splendido giro: abbiamo camminato molto ma i paesaggi, le vette che si possono ammirare lungo la via sono veramente spettacolari e ripagano della fatica.
Com’è arrivato il temporale se ne è andato. Abbiamo dovuto sostare un po’ alla partenza della seggiovia perché a causa del forte temporale tutti e due gli impianti erano fermi. In ogni caso arriviamo alla macchina che la pioggia ha completamente smesso di cadere e il cielo piano piano sta tornando azzurro.
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martedì 25 luglio 2006 . Giro del Passo Mulaz

Lasciata la nostra auto al Passo Valles (m. 2031), raggiungibile passando per il Passo Rollè, ci incamminiamo sul sentiero che sale alla Forcella di Venagia da cui si gode una bella vista sulla Cimon della Pala. Impressionante il panorama. Si ignora il sentiero che scende in val Venagia e si prosegue sul sentiero che porta al passo della Venegiotta (m 2303). Dove un gregge di pecore pascola tranquillamente. Il sentiero prosegue tra sali-scendi vari attraversando ampie conche fino a salire in una zona di rocce che porta ad una forcella da cui si vede per la prima volta il rifugio Mulaz. Alcuni tratti di questo sentiero sono attrezzati ma nulla di chè. Un punto è anche piuttosto suggestivo perché sembra quasi di passare sotto un’arcata di roccia.
Dalla forcella una piccolissima deviazione porta sul Sasso Arduini (m 2582). Ovviamene Marco non se la fa scappare! Proseguiamo verso il Rifugio Mulaz (m 2571) dove una coppia sta gustando il pranzo sulle panche davanti al rifugio. Il colle Mulaz è a due passi quindi decidiamo di andare a pranzare in prossimità del colle (m 2619). La vetta del monte Mulaz (m 2906) è li che ci tenta. Poco sotto la vetta due stambecchi passeggiano tranquilli. Oh.. finalmente un po’ di fauna perché il Trentino vanta il numero più alto di camosci ma noi non ne abbiamo ancora visto nessuno.
Decidiamo di pranzare e di aspettare per vedere il tempo cosa decide di fare, visto che in niente è di nuovo tutto coperto. E come volevasi dimostrare, non abbiamo ancora finito i nostri panini che inizia a piovere, e a grandinare. Fortuna che non dura molto e che abbiamo sempre con noi il necessario ‘anti pioggia’. Veramente io sembro un po’ una tartaruga, visto che ho sempre con me anche il necessario per il ‘grande freddo’! In ogni caso, visto che il cielo continua ad essere scuro, e a tratti qualche goccia di pioggerellina si fa sentire, abbandoniamo il proposito di arrivare sulla cima del monte Mulaz e prendiamo al via del ritorno, che non è affatto breve.
Seguiamo il sentiero che scende dal passo Mulaz in val Venegia dove incontriamo una strada forestale. Questo sentiero fatto di innumerevoli tornanti è molto panoramico. C’è da dire che questa zona sembra proprio essere uscita da qualche album di fotografie. Queste montagne e queste valli sono veramente strepitose.
Arrivata alla pista forestale io e Marco ci dividiamo. Visto che la giornata si è ripresa, se fossimo andati sul monte Mulaz avrebbe sicuramente diluviato! Dicevo, visto che il cielo è di nuovo libero dalle nuvole io proseguo per la val Venagia su questa strada panoramica percorrendo prima la pista forestale e poi la strada che collega questa valle alla strada statale o provinciale che sia. Marco invece, risale dapprima alla forcella di Venegia per poi ridiscendere al Passo Valles per recuperare la macchina. Qualcuno doveva andare a recuperare la macchina!
La val Venagia è molto bella, incontro molte famiglie e molte comitive. È una valle tranquilla ci sono una serie di alpeggi e malghe.
La sorta di anfiteatro che compongono le Pale in questa valle è molto suggestivo, tant’è che scendendo spesso mi volto in dietro a godermi il panorama.
La passeggiata è piacevole fin tanto che non arrivo al primo parcheggio, da qui il traffico di auto sulla strada rende meno piacevole la camminata. Ci sono due parcheggi per chi arriva in auto in valle. Uno all’inizio della valle e uno più avanti, entrambi a pagamento. Un bus navetta gratuito collega non solo questi parcheggi ma anche la sede del parco di Panaveggio.

Rientrati a San Martino ci fermiamo in centro per due commissioni, e neanche a farlo apposta un mega temporale fa la sua comparsa. L’ombrello ovviamente non ce l’abbiamo quindi ci ripariamo sotto il porticato più vicino nella speranza che il temporale passi in fretta.
Quando finalmente il temporale finisce riprendiamo la via di casa. Una brutta sorpresa ci attende in campeggio. Quel simpaticone del nostro vicino di piazzola molto gentilmente si è scavato una bella canalina per far colare l’acqua, peccato che la canalina riversi l’acqua nella nostra piazzola a ridosso della nostra tenda!!! E dire che lui ha una roulotte posata su 4 zampe se anche un po’ di acqua passa sotto non gli faceva mica venire il mal di pancia!!!
Fortunatamente l’acqua nella tenda non è entrata ma decidiamo comunque di spostarla perché non sappiamo quanto ha intenzione di metterci il terreno a riassorbire questo bel laghetto.
Per cena ci consoliamo al vicino ristornate convenzionato con il campeggio, due bei piatti di polenta, funghi, salsiccia e un formaggio locale.
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mercoledì 26 luglio 2006 . Campitello di Fassa

Tempo nuvoloso e nebuloso, ma lo avevamo visto dalle previsioni del tempo esposte all’ingresso del campeggio. Volevamo provare a salire sulla punta Mezzana ma il tempo oggi non è per niente indicato e le previsioni non promettono bene nemmeno per i prossimi giorni così decidiamo di proseguire il nostro itinerario e spostarci in val di Fassa, chissà che li il tempo non sia un tantino migliore!

E’ da quando siamo qui che Marco frigge dalla voglia di andare a mettere il naso allo spaccio aziendale della Sportiva, come non accontentarlo visto che oggi la macchina la guida lui? Così, deviazione a Ziano di Fiemme. Beh.. lo avete mai visto un bambino in un negozio di giocattoli? Immaginatevi la stessa cosa ma in un negozio di scarponi.. Inutile dire che siamo usciti con due belle borse. Ci sono donne che hanno scarpe per ogni occasione, beh.. Marco ha un paio di scarponi per ogni occasione!
Fatta questa deviazione che ha aumentato il nostro bagaglio e alleggerito il nostro portafoglio ci dirigiamo in Val di Fassa. Siamo indecisi se fermarci al campeggio di Campitello o di Canazei. Campitello di Fassa è un paesino carino, il campeggio è praticamente centrale e visto che ci pare un bel posto decidiamo di fermarci. Le piazzole sono molto grandi e il fondo è di erba. Ne scegliamo una che ci piace e ci sistemiamo. Tra i servizi del campeggio ci sono anche due freezer che, per chi come noi, non è dotato di frigo elettrico tornano molto utili. Sono anche previste delle lavatrici a gettoni e un asciugatrice, una cucina a gas e un fondo a microonde, insomma più di così…

In paese c’è un supermercato, l’ufficio informazione, parecchi locali, ristoranti e pizzerie, una rosticceria che fa dei veri e propri manicaretti e un’altrettanta panetteria che vende tanti buoni dolcetti.

Per tutta la val di Fassa sono disseminati i cosiddetti ‘semafori intelligenti’. Un cartello segnaletico ne annuncia la presenza e indica anche il limite di velocità che bisogna rispettare per avere il verde. Se si arriva più veloce scatta il giallo ed il rosso così l’automobilista si ferma. Di solito sono posti nei centri abitati e il limite di velocità è quello dei 50. Spesso si vedono anche le pattuglie dei carabinieri fermi subito dopo questi semafori.

Campeggio: Miravalle – Vicolo Camping 15 – Campitello di Fassa – www.campingmiravalle.it – 9,50 € per persona – 9,50 per piazzola
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giovedì 27 luglio 2006 . Catenaccio: Ferrata Passo Santner

Gran giorno oggi… la mia prima ferrata! Per Marco sarà una passeggiata visto che lui arrampica ma per la sottoscritta che di queste cose non ne ha mai fatte è la prima volta! Sono anche un po’ preoccupata perché sono una che patisce le zone esposte e gli strapiombi, speriamo di non morire troppo di paura!!!
La zona del catenaccio è stata per lungo tempo frequentata solo da taglialegna e da pastori, così dice la guida. E’ un’area di particolare bellezza con pareti, strapiombi rocciosi, torri e guglie mozza fiato. A mio modesto parere una delle zone che conserva un fascino e una bellezza particolari, uniche.

Lasciata la macchina a Malga Frommes saliamo con la seggiovia (A/R 9 € CAI - 10 € non soci CAI) fino al rifugio Fronza (2339 m). Sotto i nostri piedini bellissimi pascoli verdi e tante mucche. Dal rifugio si sale subito, su sentiero attrezzato, un salto di roccia. Il sentiero prosegue verso sinistra, in direzione del passo Santner e all’attacco dell’omonima ferrata. L’inizio non è male. Si sale per gradoni all’interno di canaloni e cengie. Il percorso mi piace, anche se mi ritrovo a pensare ‘chissà cosa mi aspetta’. Tutto mi affascina e mi cattura. In alcuni punti le rocce sono molto levigate dall’usura, impressionante! Così arrancando per questi canalini, salendo per una scala a pioli in ferro, attraversando un canalino innevato arrivo alla parte terminale del percorso che è attrezzato con corde fisse, e finalmente al passo Santner (2741 m). Inutile dire ero moooolto soddisfatta. Per me è stata una bella esperienza e soprattutto un bel divertimento.
Così tutta eccitata mi avvio verso il rifugio Santner. Una piccola costruzione posta poco distante dal passo Santner La vista dal Passo è molto bella.
E adesso inizia la parte noiosa del percorso. Dal passo scendiamo fino al rifugio re Alberto I (2621 m) posto nella conca del Gartl. C’è anche un bel laghetto, ma il pezzo forte del paesaggio sono le torri del Vajolet che svettano in tutta la loro maestosità e bellezza. Sono impressionanti, ricche di fascino e di non so che. Fatto sta che mi incanto a guardarle. Ci sono moltissimo arrampicatori appesi alle sue pareti, un po’ li invidio, ma non è roba per me!
Pranziamo seduti in una bella posizione panoramica che ci consente di vedere il progredire delle scalate sulle verticalissime pareti delle Torri. Dopo pranzo visto che è in arrivo una comitiva molto numerosa di ragazzi adolescenti prendiamo la via del ritorno. L’area intorno al rifugio si sta facendo un po’ troppo affollata. Scendiamo così fino al rifugio Vajolet e Preuss (2243 m). Il sentiero passa in mezzo a delle roccette e in alcuni punti è attrezzato con corde fisse. Incontriamo anche un ‘microbo’ come lo battezza Marco. È un bambino tedesco di non più di 5-6 anni, accompagnato dal padre e da un uomo molto più anziano, forse il nonno. Vederlo scendere per il sentiero è uno spettacolo. Sembra un camoscetto. Un’abilità e una destrezza da fare invidia a tantissimi adulti. Che non mi vengano più a dire che i bambini non camminano in montagna perché questo ‘microbo’ manda all’aria tutte queste convinzioni.
Durante la discesa siamo allietati da della buona musica classica. Effettivamente la gente che vediamo introno al rifugio Vajolet e Preuss è un po’ troppa per non giustificare qualche evento particolare.
Arrivati al rifugio scopriamo che dobbiamo scendere ancora un tantino prima di imboccare il nostro sentiero. Bella fregatura, più si scende ora più mi tocca salire dopo per tornare la punto di partenza, ossia al Rifugio Fronza, che sta esattamente dall’altra parte di queste pareti rocciose. Seguiamo quindi per un breve tratto la strada della Gardeccia, che fortunatamente non è aperta al transito delle auto, e imbocchiamo il sentiero per il passo delle Coronelle. Si attraversano zone di pascoli e massi per arrivare in una zona detritica erbosa. Infine si sale su un terreno roccioso al Passo delle Coronelle (2416 m). Mentre saliamo in lontananza vediamo il ‘microbo’ salire per il nostro medesimo sentiero. Mamma mia se cammina questo pargoletto!
L’ambiente intorno al passo è proprio aspro e severo. Da qui si scende per un ripido canalone e si prosegue verso il rifugio Fronza (2339 m) dove riprendiamo la seggiovia e torniamo a casa.
Che giornata fantastica. Sono molto stanca ma anche molto soddisfatta.
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venerdì 28 luglio 2006 . Gruppo del Sella: Pitz Boè

Dopo la mia performance di ieri che mi ha lasciata come souvenir un po’ di indolenzimento vario e qualche livido qua e là (mah!?!), decidiamo, per la giornata di oggi, di fare un giretto rilassante. Veramente il mio concetto di rilassante differisce un po’ da quello di Marco ma visto che il giro l’ha scelto lui il concetto di rilassante applicato è il suo!
Il giro scelto si trova all’interno del gruppo del Sella, un’area che pare emergere da queste montagne sorretta da grandi pareti e torri. Da sotto si possono ammirare queste ripide pareti, ma salendo ed entrando al suo interno pare di essere in un altro monto. Quasi sulla luna. Quasi un isola che invece di emergere dal mare emerge dalle rocce.
Lasciamo la nostra auto sul passo Pordoi (2239 m) che collega la valle di Fassa con la val Cordevole. Da qui prendiamo la funivia (A 7,00 €) che porta al Sass Pordoi (2950 m). Nonostante l’impianto abbia appena aperto c’è già parecchia gente che sale. Ma questo si sapeva quando l’accesso a queste zone è agevolato dagli impianti la folla è sempre molta.
La nostra meta è il Pitz Boè. Scesi dalla funivia ci incamminiamo in discesa verso il rifugio Forcella Pordoi (2829 m). Il paesaggio intorno a me è stranissimo, un ampio terrazzo detritico che pare più un paesaggio lunare che di montagna.
Dal rifugio proseguiamo verso il Pitz Boè trascurando il bivio che porta al rifugio Boè. Il sentiero attraversa questi paesaggi detritici per poi salire su una serie di gradoni rocciosi per arrivare infine alla cima del Pitz Boè (3152 m). In alcuni punti il sentiero è attrezzato ma nulla di particolare. La giornata di oggi purtroppo non è come quella di ieri. La nebbia va e viene e a tratti ci offre qualche squarcio di vista sulla Marmolada. Il panorama, a detta delle guide è grandioso, noi non possiamo ammirarne che piccoli squarci. Sulla punta c’è anche un piccolo rifugio (Piz Fassa) e parecchi gracchi e fringuelli alpini che svolazzano in cerca di briciole lasciate dai turisti.
Visto che il tempo non migliora e fa anche un tantino freddo ci incamminiamo verso il rifugio Boè scendendo così dall’altro versante di questa montagna. In fretta giungiamo al rifugio Boè (2871 m).
Dopo pranzo prendiamo la via del ritorno. Dal rifugio prendiamo il sentiero che conduce alla Forcella Pordoi e da qui il sentiero che scende direttamente al Passo Pordoi. Il sentiero si presenta inizialmente molto dritto. Molte persone come noi, hanno scelto di non scender in funivia ma di scendere a piedi. Alcune di queste, forse era meglio che prendevano la funivia, visto che per loro la discesa sarà sicuramente stata un esperienza da non ripetere. Il sentiero è ripido e scivoloso, perché è formato da questa terra detritica, ma con un buon paio di scarponi non ci sono problemi a scendere velocemente per questo sentiero ben tenuto.
Anche questa zona è molto bella, strana, ma bella.
Abbiamo giusto il tempo di tornare in campeggio che inizia a piovere. Anche questa sera ci tocca il temporale pre-serale. Ma le previsioni, appese all’ufficio informazioni, non promettono niente di buono per la giornata di domani.

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sabato 29 luglio 2006 . Canazei

Ci svegliamo con il rumore della pioggia che cade sulla tenda. Oggi niente gite…è tutto nebuloso e piovoso non ci resta che fare un bel giro a Canazei. Dal centro di Capitello, subito dopo il ponte, in direzione Canazei, si prende una stradina pedonale che costeggiando prima il fiume e correndo parallela alla strada statale permette di raggiungere il centro di Canazei con una tranquilla passeggiata senza usare l’automobile. In traffico a Canazei è un tantino caotico e critico quando c’è il sole, figuriamoci con la pioggia!

Canazei si trova a pochi passi da tre dei più belli e famosi passi dolomiciti: il Sella, il Pordoi e il Fedaia. D’estate è gremita di turisti così come d’inverno. A mio parere l’eccessivo sfruttamento turistico ha fatto perdere un po’ del fascino alpino di questo paese, ma rimane pur sempre un bel posto.

Le vie del centro sono affollate, purtroppo piove non c’è altro da fare e quindi si sono riversati tutti in paese. Diamo un occhiata alle vetrine, negozi di souvenir, articoli sportivi, prodotti tipici e quant’altro. Per pranzo ci prendiamo una piadina crudo e stracchino e una crépes al cioccolato in un negozietto non lontano dal centro. I negozi chiudono nella pausa pranzo e riaprono intorno alle 16.
Più tardi facciamo ritorno a Campitello e andiamo ad informarci, presso l’ufficio informazioni sugli orari del bus navetta che portano in val Duron. La nostra destinazione di domani è il gruppo del Sassolungo. Si tratta di una piccola area dolomitica, per estensione, ma molto spettacolare e particolare per la loro verticalità. Queste montagne dominano letteralmente sulla Var Gardena, la val Duron e la val di Fassa e la vista che si gode dalla loro sommità è spettacolare. Il passo Sella le divide dal vicino gruppo del Sella.
Oggi è stata una giornata un po’ così, se non altro ci siamo riposati abbiamo anche salvato un piccolo topolino. Abbiamo visto una piccola arvicola correre per il campeggio e fermarsi nella piazzola vicino alla nostra. Gli abbiamo fatto qualche foto e siamo rimasti un po’ ad osservarlo immobile in mezzo all’erba poi abbiamo deciso di catturarlo e di spostarlo in un’area dove nessuno gli avrebbe fatto del male. Non se a tutti i campeggiatori facesse piacere vederlo scorazzare per il campeggio. Con l’aiuto di un contenitore lo catturiamo e lo liberiamo in un prato lontano dalle tende. Au revoir mon ami!!
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domenica 30 luglio 2006 . Gruppo del Sassolungo: Sassopiatto

Fatta colazione, prendiamo i nostri zaini e ci incamminiamo a piedi in paese. Oggi non dobbiamo nemmeno usare la macchina. In piazza e per le vie del centro stanno allestendo il mercatino delle pulci, articoli di antiquariato mescolati a cianfrusaglie e roba varia.
Il bus parte esattamente dov’è posto il divieto di circolazione per la val Duron. Un servizio privato di trasporto, percorre la val Duron fino al rifugio Micheluzzi (A 7€). Ci sono due mezzi pronti per partire e due autisti. Alcune persone e tanta flemma sudamericana, ma di sud-americani non ce n’è nessuno. I bus smetteranno il loro servizio alle 9.30 ma sono sole le 7 quindi di viaggi ne faranno più d’uno. Un signore e una signora che vogliono prendere i bus necessitano però, di fare prima una piccola commissione in paese e chiedono all’autista di ritardare la partenza del primo bus. I negozi comunque a quest’ora sono ancora chiusi e di conseguenza l’attesa non pare essere poca cosa. Questo atteggiamento fa innervosire Marco che non sopporta di dover aspettare, oltre l’orario di partenza, per i comodi altrui. Intanto arriva un altro gruppetto di persone e l’autista decide di far salire le persone sul fuori strada per partire. Ci accomodiamo tutti compresa la signora il cui marito si è incamminato per la commissione, che continua a ripetere che dobbiamo aspettare il marito. Fortunatamente l’autista ha più sale in zucca della signora e gli fa presente che visto che l’auto è al completo lui sarebbe partito La signora ripete per l’ennesima volta che dovevamo attendere il marito. L’autista non cede e le fa presente che fra mezz’ora ci sarebbe stata un’altra corsa. Lei insiste ma alla fine scende e finalmente partiamo. Non commento sul fatto che la gente ha sempre delle belle pretese, fosse stato l’unico mezzo ma ne sarebbero partiti altri. Pretende che 6-7 persone, quali eravamo, stessero tutte ad aspettare l’apertura dei negozi perché loro avevano dimenticato i bastoncini in albergo, beh.. mi sembra una bella pretesa!
Comunque a dover di cronaca sono riportati degli orari di partenza ma ci sembra che siano piuttosto indicativi visto che siamo partiti ben oltre l’orario di partenza
La strada sterrata porta, in poco tempo ma alla costo di 7 euro (questo è un po’ un furto) al rifugio Micheluzzi (1880 m). Da qui prendiamo un sentiero, neanche troppo ben segnato e in alcuni casi piuttosto ripido, che porta al rifugio Sassopiatto (2300 m). Lasciamo però questo sentiero poco prima di essere arrivati al rifugio, in prossimità di Malga Sassopiatto, per proseguire verso la sommità del Sassopiatto. La nostra meta di oggi.
Ci sono molti alpeggi e molti animali al pascolo in questa zona e finalmente vediamo anche qualche marmotta scorazzare per i prati.
Saliamo la via più comune e facile per raggiungere la vetta. C’è anche la possibilità di salire per una via ferrata ma non da questo versante. Il sentiero, ben tracciato, inizialmente su piani erbosi sale poi su terreno roccioso e detritico per arrivare finalmente sulla vetta (2964 m).
Il tempo non è dei migliori e ogni tanto si rannuvola. La vista è fantastica, spazia su tutte le montagne circostanti fino all’alpe di Siusi.
Pranziamo sull’affollata vetta e nel pomeriggio prendiamo la via del ritorno. Invece di riprendere la medesima via della salita arrivati nei pressi di Malga Sassopiatto prendiamo l’affollatissimo sentiero che porta, quasi in piano, al rifugio Pertini (2300 m) e da qui alla Forcella Rodella (2318 m). Da qui è possibile scende al passo Sella oppure, per chi come noi arriva da Campitello, andare a prendere la funivia del Col Rodella (2484 m – solo discesa 5,70 €) che porta direttamente a Campitello. Questo sentiero, vuoi perché praticamente in piano e privo di qualsiasi difficoltà è molto affollato, famiglie con bambini, ragazzi in mountain bike. C’è un bambino che non ha nessuna intenzione di camminare e urla come se lo stessero sbranando. I genitori cercano di calmarlo, ma si calma solo in braccio. Non sembra affatto al ‘microbo’ che abbiamo incontrato qualche giorno fa, e dire che questo è perfino più grande. Beh, non invidio affatto i genitori a doverselo scorazzare in braccio.
Certo la salita al Sassopiatto passando per questo sentiero presentava un dislivello minore ma la val Duron andava comunque vista e non solo da lontano. Personalmente preferisco questo tipo di giro, salire da una parte e scendere da un’altra. Mi consentono di vedere più posti invece di fare avanti e indietro con lo stesso percorso. Non sempre sono possibili ma se capitano li scelgo volentieri.

Dall’alto numero di impianti di risalita che ci sono in questa zona è facile dedurre che d’inverno sarà un brulicare di sciatori.
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lunedì 31 luglio 2006 . Giro del Sassolungo

Oggi percorreremo un itinerario ad anello, proprio come piace a me, definito tra i più spettacolare delle Dolomiti. Vedremo...
Lasciamo la nostra macchina nel parcheggio della seggiovia o cestovia o cosa diavolo è al Passo Sella (2180 m). La nostra intenzione è di utilizzare questo impianto di risalita per arrivare alla Forcella del Sassolungo (2681 m) ma poiché il prezzo poco ci aggrada (A 10,00 €) decidiamo di farla a piedi. Il dislivello non è molto e in un’oretta siamo a destinazione. Salendo incontriamo altre persone che hanno fatto la nostra stessa scelta, tra cui una famigliola con due bambini, tra i 6 e i 10 anni che tranquillamente procede verso il colle.
Sul colle c’è anche un piccolo rifugio. Come volevasi dimostrare, tutto dove arrivano gli impianti arrivano montagne di turisti, abbiamo poco da lagnarsi visto che ci siamo anche noi! Sul colle la gente e tanta e anche sul sentiero che porta al rifugio Vicenza.
Ci fermiamo a fare colazione e mentre mangiamo i nostri deliziosi croissant arriva anche la famigliola che avevamo superato salendo.
Il nostro giro prosegue scendendo al rifugio Vicenza, è un normale sentiero come tanti in questa pietraia ma è molto affollato. Marco si ricorda di un intervista che ha letto, fatta al gestore del rifugio Vicenza, circa gli incidenti in montagna. Da anni, riportava l’elicottero non viene per prelevare scalatori o alpinisti in difficoltà ma semplici turisti che si slogano caviglie cadenndo scendendo dalla forcella al rifugio. Beh, non stentiamo a crederlo. Ad un certo punto ho anche rischiato di prendermi un bel sasso sulla capoccia. Un gruppo di ragazzi, decisamente stufi di stare dietro a qualcuno che procedeva lentamente decide di scendere fuori dal sentiero, questo ha causato uno spostamento di pietre e una mi è atterrata proprio davanti al naso. Mi è andata bene, se mi fosse finita sulla testa non mi avrebbe fatto affatto piacere. Che razza di incoscienti! Ma come dargli torno, già io cammino alla velocità delle lumache morte ma qui qualcuno cammina alla velocità dei bradipi morti e sepolti. Niente da dire sul fatto che ognuno ha la sua velocità ma la gente dovrebbe mettersi nei panni di chi sta dietro e se questi procedono più in fretta fargli strada. Per lo meno io la penso così. Non mi piace costringere chi mi sta dietro ad andare al mio passo, ognuno ha il suo.
Comunque arriviamo al rifugio Vicenza che pare di essere in un bar in centro tante persone ci sono. Ma abbiamo già avuto modo di notare che qui i rifugi di incassi ne fanno parecchi.

Dopo pranzo riprendiamo la via del ritorno. Poco sotto il rifugio lasciamo l’ampio sentiero per prendere un sentiero più stretto che passa a mezza costa su piani erbosi. Veramente sembra un po’ una scorciatoia ma la prendiamo lo stesso, e come noi tanti altri. Il sentiero si abbassa poi per congiungersi in un altro sentiero e proseguire prima in paesaggio roccioso per poi attraversare un boschetto. Lungo il percorso, anche qui fatto di tanti sali e scendi incontriamo e superiamo di nuovo la nostra famigliola. Stanno facendo uno strano gioco con le parole, non riesco a carpirne le regole ma ne capisco lo scopo. Intanto che si gioca i bambini camminano e la giornata procede. Li intrattengono camminando, d’altra parte non si può pensare di farli camminare tutto il giorno in perfetto silenzio assorti nei loro pensieri. Mi fa piacere vedere famigliole di questo tipo. La montagna è molto bella, va vissuta e limitarsi a viverla solamente fin dove arrivano i mezzi è una limitazione pazzesca.
Intanto proseguiamo il passando per il Pian Sosaslònch (2044) e arrivando al rifugio Comici. Da qui proseguiamo facendo poi una deviazione nella zona della città dei Sassi. Bella fregatura, invece di proseguire in piano verso il Passo Sella decidiamo di deviare, con una leggerissima salita, seguendo dei tabelloni disseminati in questa zona denominata Città dei Sassi. Si tratta di pannelli informativi, sulle montagne, sulle rocce, sulla fauna. La zona non è altro che un’area disseminata di tantissimi sassi, da qui il nome ‘Città dei Sassi’.
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martedì 1 agosto 2006 . Campitello di Fassa

Ci svegliamo con la pioggia, anche oggi avevano ragione quelli delle previsioni del tempo. Accidenti a loro che ci azzeccano sempre. Visto che a Canazei ci siamo andati l’altro giorno oggi decidiamo di andare in auto fino al Passo Falzarego. Marco sta accarezzando l’idea di andare in punta alla Marmolada. Il tempo non è per niente bello così non possiamo nemmeno fare due passi senza prendere la pioggia.
Gironzoliamo così tutto il giorno. La nebbia è bassa e le montagne non si vedono, fa freddo ed è tutto così triste e malinconico. Mentre il mare d’estate ha un nonsoché di affascinante e malinconico la montagna con la nebbia bassa e il brutto tempo è solamente malinconica e triste.
La giornata comunque passa e speriamo di riuscire a fare qualcosa domani. Abbiamo ancora tante mete e tanti giri in programma!
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mercoledì 2 agosto 2006 . Catinaccio d’Artemoia

Se non altro per il momento non piove. Il tempo non è granchè perché le nuvole affollano il cielo ma per il momento non piove.
Oggi torniamo nella zona del Catenaccio, che a mio modesto parere è una delle più belle zone che ho visto.
Con la macchina andiamo fino alla partenza dei bus navetta che risalgono la valle del Vajolet. Questi partano dal parcheggio della seggiovia del vicino abitato di Pera ( A 5,00 € - A/R 7,00 €).
Il bus ci scarica nei pressi del rifugio Gardeccia (m 1940). Tramite una strada di servizio si sale fino ai rifugi Vajolet e Preuss. Rispetto all’altro giorno oggi pare deserto. È vero che è ancora mattina presto ma non c’è anima viva in giro. Da qui si prosegue con una mulattiera fino al rifugio Passo Principe (m 2601). Il rifugio non capisco se è aperto o chiuso, a me pare un po’ abbandonato. A questo punto ci dividiamo. Il tempo minaccia pioggia e a me l’idea di trovarmi a ‘trafficare’ in mezzo alle roccie con la pioggia od un temporale non piace affatto. Così io proseguo per il passo d’Artemonia (m 2769) mentre Marco prosegue per la vetta del Catinaccio d’Artemonia (m 3004) attraverso la ferrata ovest. Arrivato in punta scenderà dall’altra parte con un'altra ferrata e ci ritroveremo poco sotto il passo d’Artemonia. C.v.d. non ha piovuto ma sono più che sicura che se fossi andata anch’io avrebbe piovuto a dirotto. Arrivata sul colle mi sono sistemata su un cucuzzolo poco distante verso il passo del Larsec, in una posizione che mi consentiva di vedere un pezzo della discesa. Intanto è arrivata anche un’altra ragazza che avevo incontrato salendo in compagnia di un ragazzo e di un uomo più avanti negli anni. Anche lei è sola, mi chiede notizie della ferrate e mi chiede se aspetto qualcuno. Lei aspetta il fratello e il padre.
Intanto vedo Marco spuntare così gli vado incontro lungo il sentiero. Da qui scendiamo nella conca di Antermoia. Ah.. se volete qualche notizia sulla ferrata, beh.. non c’ero quindi non posso fare commenti.
Dicevo, invece di tornare indietro scendiamo per la conca d’Antermoia passando per il bellissimo laghetto d’Antermoia (2498 m) per fermarci a pranzare nei pressi del vicino rifugio d’Antermoia (m 2497).

Visto che la strada e tanta subito dopo pranzo ci incamminiamo verso il passo di Dona (m 2516) da qui proseguiamo verso il pian delle Gialine. Non so in dialetto locale cosa voglia dire esattamente ‘Gialine’ ma dalle mie parti, letto com’è scritto significa galline. Mah…
Proseguiamo in questo piano, praticamente deserto, incontriamo solamente una ragazza molto cicciotta con un altrettanto zaino sulla schiena seduta su un sasso a riprendere fiato. Non so quale che sia la sua meta ma non la invidio affatto. Lo zaino è enorme e lei pare stravolta e sfinita e, per arrivare al rifugio più vicino l’aspetta una bella salita.
Lasciamo il sentiero che prosegue per la val di Dona e prendiamo un piccolo sentiero, rovinato dalle piogge dei giorni scorsi, che percorre la val d’Udai. Non incontriamo nessuno se non nella parte terminale dell’itinerario. Questa piccola valle è molto verde mi piace parecchio. Ad un certo punto percorriamo una strada sterrata che poi lasciamo per prendere in direzione del Pian dei Bai, da qui arriviamo alla borgata di Ronch (m 1484) e non ci resta che scendere fino alla strada statale per andare poi a recuperare la nostra macchina a Pera (m 1326).

In alternativa dal rifugio di Antermoia si poteva prendere un altro sentiero che portava, attraverso un percorso attrezzato, in Gardeccia e da qui o scendere a piedi per la strada o riprendere i bus navetta.
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giovedì 3 agosto 2006 . Campitello di Fassa

E anche oggi piove, ma oggi fa sul serio. Sembra che qualcuno abbia aperto dei rubinetti in cielo. L’acqua cade con un’intensità e una forza che sembra debba sommergere tutto. Come tanti rimaniamo in tenda a come si dice ‘difendere il forte’. Il terreno non riesce ad assorbire l’acqua che cade e in niente si formano tante pozze d’acqua. Qualcuno, esasperato dal brutto tempo, nonostante tutta l’acqua che cade smonta e se ne va.
La pioggia va avanti per gran parte del giorno e verso sera finalmente smette. I nostri vicini di tenda, due fidanzatini giovani giovani arrivati qualche giorno fa, alla loro prima esperienza insieme in campeggio, non hanno retto alla prova. Smontano tutta la loro roba ad eccezione della tenda. La partenza la rimandano al giorno dopo, ma intanto uno dei due passerà la notte in macchina. Ahi ahi ahi… qui il campeggio e la pioggia hanno fatto un bel pasticcio.
C’è da dire che oggi la pioggia ha messo a dura prova tutti. Basta guardarsi intorno e vedere le miriadi di piazzole vuote. Il campeggio pare deserto. Chi resta sta cercando di limitare i danni della pioggia. Chi sposta la tenda, come noi, chi silicona parti della roulotte, insomma ce n’è per tutti.
Più tardi riprende a piovere. Cenare in campeggio è fuori discussione, anche se sono a disposizione dei gazebi al riparo e una saletta al chiuso. Questa pioggia e questa neve hanno fatto scendere di molto le temperature, così andiamo a cena in pizzeria.
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venerdì 4 agosto 2006 . Cortina d’Ampezzo

E come avevano predetto le previsioni durante la notte le temperature sono scese ancora e la neve ha fatto la sua comparsa. Le vette sono innevate e non solo quello. L’aria è fredda e pare di essere in autunno. Alla fine decidiamo che è ora di spostarsi a Cortina. Basta pioggia e basta freddo. Raccattiamo tutta la nostra roba e ci mettiamo in macchina.
Fa una certa impressione salire al passo Pordoi e vedere la neve lungo la strada. Certo si tratta di una spolveratine ma intanto è neve. Le vette invece mostrano un insolito abito invernale. Le temperature sono scese, speriamo che il tempo si rimetta e la neve se ne vada così possiamo continuare a fare i nostri giri. Insomma è ancora presto per utilizzare le racchette da neve!!!
Raggiungiamo Cortina passando per il passo Falzarego, dove tira un vento fortissimo.
La viabilità di Cortina non è che sia delle migliori, non ci sono ingorghi o code ma si fanno sempre dei giri lunghissimi per arrivare da una parte all’altra del paese.
La posizione di Cortina, contornata dalle montagne, che oggi sono anche innevate (cavoli se ha nevicato!!) ne fa un angolo di mondo molto bello e suggestivo. La città conserva infatti un fascino irresistibile ed è meta di moltissimi turisti sia in inverno che in estate. E’ anche un posto molto mondano scelto da molti vip per le loro vacanze. La cittadina è carina, nel pomeriggio, dopo aver sistemato la nostra tenda in campeggio passeggiamo anche noi per le vie del centro. I negozi in centro rispecchiano la mondanità del paese. Sulla via principale sono disseminate parecchie statue di persone ritratte nella loro quotidianità che ad un occhio distratto possono apparire come vere. Sono molto realistiche e ben fatte.

E’ un mondo diverso rispetto a quello di Campitello, così come la gente in campeggio. La maggior parte sono stagionali o gente che viene da anni. Mentre a Campitello la stragrande maggioranza della gente lasciava il campeggio durante il giorno, qui tutti si conoscono e tutti passano parte del loro tempo in campeggio. Un tipo diverso di turismo. Ci sono nonni con i nipotini, famiglie intere o solo mogli con i figli, e tanti adolescenti che scorazzano per il campeggio fino a tarda ora nella notte senza curarsi di abbassare la voce o evitare di rompere le scatole agli altri. Lo ammetto sono poco tollerante nei confronti della gente che fa rumore o chiasso. Il campeggio di per se non sarebbe stato male ma certe sere sembrava di dormire in piazza Castello a Torino tanto era il via vai di gente che passeggiava per i vialetti del campeggio e io non vado di certo a letto con le galline! Per non parlare poi delle innumerevoli programmi televisivi ascoltati gratuitamente. Come per i cellulari la gente non vive più senza il televisore!
Anche questo campeggio è dotato di tutti i confort, freezer e lavatrici. L’altro era indubbiamente qualitativamente migliore ma anche questo si difende bene. All’ingresso c’è anche un piccolo negozietto ed un bar ma, poco lontano, dopo i trampolini in un’area industriale, abbiamo scovato un discount che vende di tutto, o meglio tutto quello che serve a noi.

Campeggio: Dolomiti – Via Sacus, 1 – Cortina D’Ampezzo – 7,50 € adulti – 9€ piazzola
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sabato 5 agosto 2006 . Piccolo Lagazuoi

Per oggi abbiamo scelto un itinerario nella storia: il Lagazuoi, la montagna che è stata teatro di contesa tra gli italiani e gli austriaci durante la prima guerra mondiale.
Lasciamo la nostra macchina al Passo Falzarego (m 2107) e prendiamo il sentiero che porta sul Lagazuoi.
Sulle cime c’è ancora neve, sembrano più paesaggi autunnali che estivi e dopo poco che camminiamo mi accorgo di aver dimenticato la macchina fotografica in macchina. He he he, fortuna che me ne sono accorta all’inizio e la strada da fare per tornare alla macchina era poca.
Come consiglia la guida percorreremo il sentiero che percorre la galleria degli italiani per poi scendere dal sentiero degli austriaci; così non facciamo torti a nessuno. In alternativa si poteva scendere sul sentierone tracciato dalle piste da sci.
Dal parcheggio della funivia (ebbene si, è possibile arrivare quasi in punta al Lagazuoi anche in funivia) prendiamo il sentiero che va in direzione della montagna e delle piste. Lasciamo poi questo largo sentiero per prenderne uno che ci porta alla Cengia Martini (m 2400) da dove ha inizio il percorso in galleria. Non è richiesto alcun tipo di armamentario se non un casco e una pila. Le gallerie, ovviamente non sono illuminate e coprono una lunghezza di poco più di un chilometro per circa 300 metri di dislivello. Il tragitto nelle gallerie è affascinante, la galleria è attrezzata con una corda fissa e una scalinata. a tratti alcune finestrelle permettono di vedere il mondo fuori. In alcuni punti alcuni pannelli illustrativi spiegano l’uso di alcune gallerie e alcuni locali. Ci sono anche alcune ricostruzioni come la baracca dei soldati. Se si spegne la luce della pila per un secondo e si rimane in silenzio, si può immaginare solo in minima parte cosa potesse voler dire vivere in queste gallerie per tanto tempo.
Si sbuca definitivamente dalla galleria a Punta Berrino (m 2556) devo il sentiero passa in mezzo alle trincee. Proseguiamo in direzione del rifugio Lagazuoi (m 2752) punto di arrivo anche della funivia. Il tempo non è affatto bello e fa un sacco freddo. A tratti nevischia e pensare che siamo ad agosto!
Dal rifugio proseguiamo, seguendo la cresta, per l’affollatissima cima del Lagazuoi Piccolo (m 2788). Il panorama dalla cima, anche se il tempo non è dei migliori, è comunque interessante.
Poco oltre la cima si imbocca il sentiero degli austriaci. La guida lo descrive come un sentiero un tantino esposto e poco adatto alle persone che soffrono di vertigini. Nella parte iniziale del percorso il sentiero attraversa una cengia un po’ esposta, la neve che è caduta ha lasciato una patina bianca sul sentierino in alcuni tratti gelata. Prima di procedere dobbiamo però attendere che una comitiva di ragazzini raggiunga la fine del sentiero. Sono tutti ben equipaggiati con l’armamentario da ferrata, un animatore tiene per mano una ragazzina che appena intuisce che il percorso è finito esordisce dicendo che lei sarebbe scesa in funivia. Povera, che esperienza!
Il sentiero nella parte iniziale è esposto ma ci sono delle corde fisse. La neve caduta in questi giorni di certo non aiuta. E’ comunque un bel sentiero, molto panoramico. Il sentiero scende poi su terreno ghiaioso per attraversare un’ultima parte nelle rocce con una scala e un bel ponte sospeso in ferro. Molto suggestivo! Si incontrano ancora delle trincee e si prosegue per l’ormai vicino Passo Falzarego.
E anche questa è stata a mio avviso una delle gite più belle che abbiamo fatto.
La zona, a dover di cronaca, è tutta un museo a cielo aperto. Un pieghevole distribuito presso l’ufficio informazioni sito nel piazzale delle funivia, dov’è anche possibile noleggiare casco e pila per chi non ce l’avesse, spiega e racconta la storia di questi luoghi, del Lagazuoi, dei Forte Tre Sassi e della zona delle 5 Torri.
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domenica 6 agosto 2006 . Tre cime di Lavaredo: ferrata Monte Paterno e ferrata Torre di Toblin

Le Tre di Lavaredo sono forse le montagne più famose delle Dolomiti. Con la loro imponenza e verticalità queste tre giganti affascinano e incantano.
Per poterne ammirare al meglio abbiamo scelto l’itinerario che porta sul Monte Paterno. Anche su questa montagna vi sono testimonianze della guerra, quali gallerie e vie attrezzate costruite durante la guerra.
In auto lasciamo il nostro campeggio presto, il cielo sembra più sgombro di nuvole ma non si può ancora dire che il bel tempo sia tornato. L’aria è fresca e una leggera brezza ci fa sperare che non ci sia vento in quota.
In auto passiamo per il passo Tre Croci e proseguiamo in direzione del Lago di Misurina praticamente deserto. Da qui prendiamo, sempre in auto, la strada privata che ci porterà fino al rifugio Auronzo (m 2330). Ovviamente il transito o il parcheggio, mettetela come volete, in questa zona non è affatto gratuito, costa la bellezza di 20 euro.
Arrivati al rifugio, senza ancora essere scesi dall’auto, abbiamo già capito che la lieve brezza qui è un ventaccio e che le temperature sono tutt’altro che estive. Così non mi resta che tirare fuori, berretto, guanti e giacca e di incamminarci verso il rifugio Lavaredo e da qui verso il monte Paterno.
La strada, non transitabile, che collega i due rifugi è praticamente in piano. Passiamo sotto le tre cime che viste dal basso verso l’alto risultano ancora più verticali e impressionanti. Arrivati al rifugio Lavaredo (m 234$) proseguiamo per la forcella Lavaredo (m 2454) dove lasciamo il sentiero che conduce al rifugio Locatelli per prendere il sentiero che porta all’attacco della ferrata del monte Paterno.
La ferrata incomincia in prossimità di una galleria buia. Mentre mi sistemo tutto l’armamentario due coppie di una certa età si avviano verso la galleria. Non sono ne equipaggiati per una ferrata e tanto meno dotati di una pila. Immagino che si siano spinti fin qua per curiosità. All’inizio del percorso un cartello indica l’attrezzatura necessaria per effettuare il percorso in sicurezza. E mentre sono li che mi sistemo vedo uscire uno di questi signori seguito dalle altre tre persone con una mano sulla testa (o pelata, come direbbe Marco) che preme un fazzoletto. Avrei voluto fermarlo e chiedergli se secondo lui io ero così masochista da andare in giro con una mezza anguria di plastica in testa se non fosse stato più che necessario!!!
Prima di iniziare il nostro percorso in galleria una coppia tedesca, padre e figlio, ci chiedono di scattargli una fotografia. È la loro prima ferrata insieme. Capisco e condivido l’emozione e l’entusiasmo.
Il percorso inizia con una galleria, non illuminata, che procede con una piccola curva a gomito abbassandosi parecchio. Il percorso poi prosegue, secondo me, in maniera spettacolare, attraversando la parete come su balconate per arrivare alla forcella Passaporto (m 2530) da cui si gode una bella vista. È un tratto di percorso che mi è piaciuto veramente tanto.
Il sentiero prosegue per poi salire in un canalone detritico fino alla forcella del Camoscio (m 2650). Da qui inizia l’ultimo tratto attrezzato che porta in cima al Monte Paterno (m 2744). Il vento invece di mollare è aumentato e fa un freddo del diavolo.
Come detto, dal monte Paterno la vista è spettacolare e Marco fa un bel po’ di foto.
Per scendere al rifugio Locatelli, ogni volta che lo pronuncio mi viene in mente lo stracchino!!! Dicevo per scendere al rifugio ci sono due alternative, una più lunga, attraverso la forcella dei Laghi e di Cengia e una più breve che scende dalla forcella dei Camosci direttamente al rifugio. Entrambe sono due vie attrezzate.
Visto che fa proprio freddo decidiamo, come molti di percorrere la via breve anche perché stando alla guida il percorso passa in galleria e a me l’idea di andare a mettere il naso anche in questa galleria mi prende parecchio.
Il percorso è ben attrezzato da subito, in alcuni punti è un po’ esposto, in discesa fa sempre più effetto che in salita, così mi ritrovo a pensare a quella povera ragazza che abbiamo incontrato salendo. Povera, e pensare che salire si sale sempre è scendere che è un'altra musica… In un passaggio, non particolarmente esposto, aveva paura e il fidanzato, o marito, invece di aiutarla e incoraggiarla, come tutti gli uomini, aveva perso la pazienza e gli stava dando la benedizione. Non potevo che essere solidale con lei, poveretta, capivo benissimo come si sentisse. Nemmeno io sono un esempio di coraggio in fatto di montagna e il mio maritino certe volte si comporta esattamente come il suo fidanzato o marito. Comunque scendendo mi sono trovata a pensare a lei, in un punto la mia bassezza mi ha creato qualche problemuccio perché avevo, veramente le ho ancora da allora non sono ancora cresciute, le gambe troppo corte e non riuscivo ad arrivare agli appigli. Che ci volete fare anche i puffi vanno in montagna e poi incontrano di queste difficoltà.
Della galleria manco l’ombra. Abbiamo seguito fedelmente il percorso segnato, cosa che di solito riesce difficile a Marco, ma deve essere stato modificato perché non siamo passati nemmeno vicino a niente che sembrasse un ingresso di galleria. Che bella fregatura, se sapevo scendevo dall’altro sentiero.
Pranziamo poco distante dal rifugio e poi andiamo a prenderci un bel the caldo perché i panini anche se erano nello zaino sembravano appena usciti dal frigorifero che non abbiamo!!!
Nel pomeriggio Marco decide di fare una scappatina sulla Torre di Toblin, io di ferrate per oggi ne ho avuto abbastanza e mi cerco un posto riparato dal vento, poco sotto la torre. Anche questa montagna presenta due vie di salita attrezzate e, a detta della guida, e poi di Marco quando è sceso, è un buon punto panoramico. In tempo di guerra questo era un punto di osservazione austriaco infatti il percorso di salita in parte è stato attrezzato seguendo questo sentiero. Così ho letto perché me ne sono rimasta comodamente sotto a godermi il panorama e un po’ di meritato relax. A dover di cronaca, per rimanere nella storia, il monte Paterno invece era in mano italiana.

Dal rifugio Locatelli torniamo al rifugio Lavaredo percorrendo il sentiero più alto che attraversa a mezza costa la montagna, tanto per non perdere troppo dislivello. Da qui riprendiamo la strada di questa mattina e ritorniamo al rifugio Auronzo e alla nostra auto. Man mano che il pomeriggio si inoltra il freddo e il vento vanno aumentando. Se non altro da quanto siamo a Cortina non abbiamo ancora preso la pioggia. Tanto freddo ma niente pioggia!
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lunedì 7 agosto 2006 . Giro delle 5 Torri

Oggi facciamo un giretto intorno alle 5 Torri, si tratta di un giretto perché oggi è la giornata dedicata al relax. Altra immersione nella storia e dire che a me non è mai piaciuta come materia.
Furono gli italiani, temendo un attacco austriaco, a ergere una postazione difensiva proprio intorno alle 5 Torri. Le trincee e alcune strutture sono state recuperate e ora sono visitabili, un vero è proprio museo all’aperto che non solo consente di immergersi nella storia ma anche di ammirare da vicino questi picchi.
Anche oggi si preannuncia una giornata piuttosto ventata e fredda, alla faccia dell’estate!
Lasciamo la nostra auto in un piccolo parcheggio lungo la strada che porta al Passo Falzarego, ben oltre il bivio per la seggiovia che porta al rifugio Scoiattoli. Questo sentiero balconata ci conduce senza troppa fatica, passando inizialmente per un tranquillo bosco dove scorgiamo uno scoiattolino, fino al rifugio Scoiattoli (m 2255). Da qui proseguiamo in direzione delle 5 Torri che ergono dinnanzi a noi. Sinceramente spuntano un po’ come fossero tanti pezzi di lego messi alla rinfusa su un tappeto d’erba e di sassi da un bambino fantasioso.
Non si può dire che seguiamo un vero e proprio itinerario, gironzoliamo tra le varie trincee e le varie postazioni curiosando di qua e di là. Ci sono molte persone che stanno arrampicando, infatti abbiamo letto che ci sono molte vie e molte palestre per chi ama questo tipo di sport. Passiamo in mezzo a questi enormi ammassi di pietra per poi ritornare al punto di partenza.
Una breve sosta al rifugio per gustare una tazza di limonata calda e poi di nuovo in marcia verso la macchina. Sui prati davanti al rifugio un coniglio pascola indisturbato fin tanto che viene visto da alcuni bambini che tentano, invano, di catturarlo. È più veloce e più furbo e si nasconde subito sotto la balconata del rifugio.
Di fronte a noi ci sono le Tofane, la nostra meta di domani. La spruzzatina di neve che le aveva ricoperte è solo in parte andata via.
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martedì 8 agosto 2006 . Tofana di Rozes

In dialetto locale con il termine “tofò”, da cui si pensi derivi il nome Tofana, si soleva indicare un tipo di terreno roccioso molto friabile esattamente il tipo di terreno che caratteristica questo massiccio.
Le Tofane sono tre, la Tofana di Rozes, quella di Mezzo e quella di Dentro. Sarebbe nostra intenzione farci una scappatine su tutte ma oggi cominciamo con la prima, la Tofana di Rozes, una delle vette più imponenti che dominano questa zona. Oggi domina in mezzo alla nebbia, se ieri c’era il vento e faceva freddo oggi non è da meno, bella prospettiva!
Lasciamo la nostra auto nel parcheggio adiacente al rifugio Dibona (m 2083) e da qui ci incamminiamo sull’ampio sentiero che porta, salendo per diversi tornanti, ai ruderi del rifugio Tofana o ex Cantore (m 2542). La punta della Tofana di Rozes è tranquillamente immersa nella nebbia e il tempo non da cenni di miglioramento, io detesto camminare verso una meta immersa nelle nebbia, mi sembra di fare fatica gratuita. Intorno al vecchio rifugio Tofana ci sono molti altri ruderi costruzioni di un tempo, il vento essendo quasi su un colle soffia che è una meraviglia! Forse è per il sibilo del vento e per il fatto che non ci sono altre persone ma sembra un posto abitato dai fantasmi con un nonsochè di sinistro.
Proseguiamo per il vicino rifugio Giussani (m 2561) in perfetto funzionamento. Sarà perché è ancora mattina presto ma non c’è anima viva. Dal rifugio parte il sentiero che porta in punta alla cima di Rosez. E’ possibile raggiungere la vetta anche passando per una via ferrata, oltre che, ovviamente con diverse vie di arrampicata. L’attacco però, di queste vie parte da un’altra parte. Il sentiero, della così detta via normale, sale ai piedi delle montagna zizagando qua e la tra le rocce. La spruzzatina di neve che è caduta nei giorni scorsi, è ancora li, un po’ è già sciolta certo, ma quella che è rimasta e incollata alle pietre gelata. Sulla vetta (m 3225) la croce di vetta e tanta nebbia.
Pranziamo seduti al riparo in una delle costruzioni diroccate intorno al rifugio ma poi siamo costretti ad andare a prendere una bella cioccolata calda nel rifugio per scaldarci un pochino.
Non si capisce il tempo cosa voglia fare a tratti sembra che voglia migliorare a tratti peggiorare, fatto sta che quando usciamo dal rifugio decidiamo di fregarcene del tempo e di fare il giro intorno alla Tofana e meno male perché la giornata piano piano si è ripresa e il tempo è migliorato parecchio. Ometto gli insulti che Marco ha rivolto al tempo quando ha visto che la Tofana era sgombra dalle nebbie. Ho omesso anche di fargli conoscere il mio personale commento, che sarebbe stato “hai visto tu che vuoi sempre partire presto.. quelli che sono arrivati su dopo pranzo hanno beccato il bel tempo” tanto per non peggiorare la situazione!
Comunque è andata bene lo stesso. Nel pomeriggio siamo scesi per il sentiero che porta nella val Travenanzes. Una bellissima valle verde con corsi d’acqua e cascate molto suggestive. Per non allungare troppo il percorso bisogna fare attenzione e prendere il bivio che porta alla sciara del Minighel. È una zona molto suggestiva, si passa fianco a fianco di una parte rocciosa verticale, per poi arrivare ad una cascata. Bellissimo!
Dal fondo valle si risale poi fino alla forcella Col dei Bos. Da qui si possono seguire due strade per tornare al rifugio Dibona, una un po’ più altra che passa esattamente sotto la Tofana, dove ci sono i vari attacchi per le vie di arrampicata o la ferrata, o una più bassa. Noi scegliamo la più alta. Ci sono anche delle gallerie in questa zona, sempre residui bellici anche questi.
Anche questo è stato un giro molto bello.
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mercoledì 9 agosto 2006 . Campitello di Fassa

Oggi dobbiamo decidere cosa fare. Il tempo oggi non è granchè, ma domani sembra migliorare. Dopo quattro giorni di camminate un giorno di completo relax ci vuole. Le mie gambettine iniziano a lamentarsi e se non gli concedo un po’ di sosta mi hanno fatto sapere che intendono rivolgersi ai sindacati e mettersi in sciopero.
Ci sarebbe ancora da fare il giro alle altre due Tofane. I giorni a nostra disposizione stanno quasi per finire e Marco sta friggendo perché vuole andare sulla Marmolada. Conta e riconta, considerando anche che le previsioni annunciano un miglioramento per domani e poi tanti saluti al bel tempo per qualche giorno alla fine decidiamo di rinunciare alle altre due Tofane. In fondo sono li da molto mica andranno via proprio adesso! Sarà per un’altra volta, un altro viaggio. In fondo le Dolomiti non sono dall’altra parte del mondo e tornarci non sarà difficile.
In teoria varrebbe lo stesso discorso per la Marmolada ma Marco frigge dalla voglia di andarci sopra. È vero che i ghiacciai sono in regressione ma la sua frenesia va ben oltre.

Così impacchettiamo di nuovo tutta la nostra roba e ritorniamo a Campitello di Fassa. Decidiamo di fare una strada differente rispetto a quella che abbiamo fatto per arrivare fino a qui, tanto per vedere dei posti nuovi. Da Cortina prendiamo la strada che porta al passo Falzarego ma giriamo prima verso Selva di Cadore. Anche queste valli sono molto belle e particolari. Mi sembrano un tantino meno affollate delle altre valli, forse sono meno conosciute ma sono altrettanto belle.
Ci fermiamo a pranzare nei dintorni dei Serrai di Sottoguda. Io ci sono stata molti anni fa con i miei genitori. Non mi ricordo molto di quel viaggio in camper ma mi ricordo questo posto. I miei non sono camminatori quindi il viaggio di allora aveva un taglio molto diverso da quello di quest’anno.
Proseguiamo poi per Malga Ciapela e inizia a piovere. Da qui partono le funivie che portano in cima alla Marmolada. Eh no.. non è per questo tipo di salita che Marco frigge tanto. Lui non vuole andare semplicemente sul ghiacciaio vuole andare su Punta Penia!
E’ la secondo volta che arrivo la passo Fedaia e al lago e anche questa volta piove a dirotto.
A Canazei facciamo una sosta per il noleggio dei ramponi e della piccozza. Poiché non aveva affatto messo in conto di fare questa salita tutto il necessario per l’occasione è rimasto tranquillamente a casa nell’armadio.
La sottoscritta non ha nessuna intenzione di andare su un ghiacciaio viste le sue inesistenti capacità alpinistiche e la sua poca famigliarità e destrezza con il ghiaccio, così consulto la cartina per scegliermi un giro alternativo per non stare tutto il giorno ad aspettare.
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giovedì 10 agosto 2006 . Marmolada/Rifugio Viel del Pan

Giovedì 10 agosto 2006 – Campitello di Fassa – Marmolada/Rifugio Viel del pan
Sebbene abbia piovuto per gran parte della notte, il buon Dio ha pensato a me e a quanto avrei dovuto sopportare il frignamento di Marco per non essere andato sulla Marmolada. Certo che gli uomini quando si mettono in testa una cosa… Dicevo, il buono Dio, ha pensato a noi e ha fatto smettere di piovere. Certo il tempo non è granchè ma si può andare a fare quanto ci siamo prefissati.
Lascio Marco e la machina davanti alla partenza della cestovia, o come diavolo si chiama questa cosa, che lo avrebbe portato a Pain dei Fiacconi (m 2626). Insieme a lui salgono una coppia di francesi e una comitiva di italiani. Oltre al resto dell’armamentario si è portato anche la sua corda e gli raccomando di aggregarsi a qualche gruppo. Non mi va proprio l’idea che vada solo rischiando di cadere in qualche crepaccio, meglio che si aggreghi a qualche cordata.

Il giro che ho scelto io si trova sull’altro versante della valle. Niente di particolare. Ho scelto qualcosa di facile facile dove non dovrei correre il rischio di perdermi visto che la cartina se l’è fregata lui. Attraverso il lago (m 2040) sul ponte e mi porto dall’altra parte della valle, dove parte un sentiero che mi porterà al Rifugio Viel del Pan (m 2432). Il sentiero inizialmente sale, per poi piegare, mantenendosi abbastanza in piano, in direzione del rifugio. A tratti pioviggina, dovrebbe esserci una bella vista sulla Marmolada, visto che sono proprio di fronte ma la nebbia copre tutto. Incontro anche un bel gruppo di capre che si presta a fare qualche foto con degli sfondi molto suggestivi. Oggi mi è toccata la macchina fotografica ‘seria’. Marco ha preso quella digitale più compatta per questioni di praticità e comodità, mentre a me è toccata la reflex digitale, roba seria. La tratto con molta cura perché se la rovino o la scasso mi sa che chiede il divorzio.
Viste le piogge dei giorni scorsi e la leggera pioggerellina che sta cadendo il sentiero in terra battuta in alcuni tratti è anche un po’ fangoso. Accipicchia mi infango tutti gli scarponi!!!
Ovviamente il giro è corto e sono presto la rifugio Viel del pan. Proseguo per il sentiero che prosegue per la Fradarola da dove arriva una seggiovia o funivia da cui a sua volta arriva la stragrande maggioranza delle persone che ho visto al rifugio. Tornata al rifugio mi parcheggio sulle panchine poste davanti al rifugio che offrono una bella vista panoramica sulla Marmolada. Il tempo comunque si sta rimettendo e piano piano le nebbie si diradano. Riesco a fare parecchie foto della Marmolada e anche a vedere la punta, o almeno immagino che sia la punta.
Dopo pranzo prendo la via del ritorno e arrivata alla macchina aspetto Marco. Arriva tutto felice e contento. Mi racconta la sua salita, del gestore del rifugio Capanna Punta Penia (m 3343), del suo pranzetto a base di polenta, e io poverina mi sono mangiata un misero panino al prosciutto, delle persone che ha conosciuto e della discesa. È molto soddisfatto della sua gita. La prossima volta che torniamo da queste parti ci vuole ritornare passando per la via ferrata. Infatti è possibile salire alla vetta per una via ferrata e ridiscendere per il ghiacciaio.
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venerdì 11 agosto 2006 . Ferrata della Roda di Vael

Siamo indecisi se smontare e andarcene a casa o fermarci un giorno ancora e fare un altro giro. Il tempo non invita a scegliere questa seconda possibilità ma alla fine decidiamo di provarci lo stesso. Caricati gli zaini in macchina e tutto l’armamentario ce ne andiamo di nuovo nella zona del Catenaccio.
Lasciamo la macchina, a Vigo di Fassa, nel parcheggio della funivia che ci porta al rifugio 2000 Bellavista. Da qui ci incamminiamo verso il rifugio Ciampedie (m 1998) è proseguiamo in direzione del rifugio Roda di Vael. Inizialmente si passa sulla strada che è la pista da fondo per poi abbandonarla prendendo un sentiero che passa nel bosco. Anche qui le piogge hanno reso il sentiero a tratti molto fangoso. Da qui proseguiamo, in perfetta solitudine, perso il rifugio. Una cartello che indica un alpeggio (m 2028) ed il rifugio ci fa abbandonare il sentiero. Si tratta di una ‘furba’ deviazione segnalata dal proprietario dell’alpeggio che vende prodotti tipici.
Dalla malga il sentiero inizia a salire rapidamente per arrivare sul pianoro dove sorge il rifugio Roda di Vael (m 2283). Sul piazzale un gruppo di scout intona diversi canti, non sono ancora pronti per partecipare ad un festival canoro! Dal rifugio proseguiamo sul sentiero che conduce al passo del Vajolon. Il sentiero attraversa un lungo tratto in piano per poi salire, con diversi tornanti, in una zona di detriti e pietre. C’è un po’ di neve per terra e alcune persone hanno delle difficoltà a procedere. Se invece delle scarpe da ginnastica si fossero messi delle scarpe più adatte non avrebbero avuto di questi problemi.
Procediamo oltre e dopo aver attraversato un altro tratto in piano si giunge al Passo del Vajolont (m 2550) dove inizia l’attacco della ferrata. Ci sono molte persone che stanno salendo. Ci sistemiamo il nostro armamentario e ci incamminiamo anche noi. La via di salita è tutta attrezzata con corde fisse per tutta il percorso. Il tempo non promette niente di bello, infatti arrivata in punta alla Roda di Vael (m 2806) il panorama non si vede. Nebbia totale, bella fregatura, tanta fatica per niente. Invece di fermarci a pranzare, preferiamo scendere, si sa mai che poi inizi a piovere. La prima parte della discesa e su sentiero ben tracciato. Poi si scende in mezzo a delle roccette con sentiero attrezzato con corde fisse. Si prosegue scendendo nel canalone ignorando il bivio della via ferrata del Masarè, ferrata, recita la guida, con qualche tratto molto difficile quindi non adatta a scarsoni come me, non a caso sono salita dall’altra ferrata che era molto più facile.
Infine, seguendo sempre questo sentiero si arriva al Rifugio di Roda di Vael. Non riusciamo ad arrivare al rifugio senza tirare fuori il necessario antipioggia. Accipicchia poteva aspettare ancora un po’. L’ora di pranzo è passata da un pezzo e la pioggia non cenna a smettere così entriamo nel rifugio e ci concediamo un bel thè accompagnato da una superba fetta di torta di Lynz.
Ritorniamo, sotto la pioggia, per la medesima via dell’andata evitando l’inutile deviazione alla malga, tanto non avevamo intenzione di fermarci a fare shopping.
La pioggia non accenna a smettere, domani mattina decideremo il da farsi. Intanto la nostra roba è tutta bagnata e non sarà facile farla asciugare con le temperature che di notte scendono parecchio. Domani vedremo.
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sabato 12 agosto 2006 . Rientro

Il tempo non promette molto. Ha piovuto per parte della notte. Facciamo un po’ il punto della situazione e alla fine decidiamo di anticipare la partenza di un giorno. La nostra roba è ancora tutta bagnata e umida, durante la notte non è asciugata, il tempo promette altra pioggia, tanto vale tornarcene a casa.
Così pian pianino smontiamo la tenda e carichiamo la nostra macchina. Ho la brillante idea di suggerire a Marco una variazione di percorso per il ritorno, così tanto per vedere ancora qualcosa. Suggerisco quindi di andare a Canazei e da qui proseguire verso Ortisei, ossia transitare per la Val Gardena e quindi andare a prendere l’autostrada un po’ più in su.
L’idea non sarebbe stata male se non chè, l’attraversamento di Canazei in macchina ha messo a dura prova in nostri nervi per non parlare poi della Val Gardena e di Ortisei. Mentre Marco brontolava io guardavo con aria innocente fuori dal finestrino, in certi casi è meglio tacere che ribattere!! Eh eh eh he
La coda più lunga poi l’abbiamo fatta in autostrada, da prima di Bolzano fin quasi a Trento, da panico. Fortuna che poi il resto del percorso è stato tranquillo.
È così sono finite anche queste splendide vacanze.

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Catinaccio e Scillar

Catinaccio

Marmolada

Marmolada

Pale di San Martino

Pale di San Martino

Pale di San Martino

Sassolungo

Sassolungo

Gruppo del Sella

Tofane

Tre Cime di Lavaredo

Tre Cime di Lavaredo

Tre Cime di Lavaredo
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