﻿<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><rss version="2.0" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" xmlns:trackback="http://madskills.com/public/xml/rss/module/trackback/"><channel><title>ViaggiScoop.it, I viaggi di adrimavi</title><link>http://www.viaggiscoop.itviaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi</link><description>I miei viaggi inseriti su www.viaggiscoop.it</description><dc:language>it-IT</dc:language><managingEditor>info_noreply@viaggiscoop.it (Viaggiscoop.it)</managingEditor><webMaster>info_noreply@viaggiscoop.it (Viaggiscoop.it)</webMaster><copyright>Copyright 2004-2026 ViaggiScoop.it</copyright><generator>ViaggiScoop.it RSS generator v1.1</generator><image><title>ViaggiScoop.it</title><url>http://www.viaggiscoop.it/image/logo_RSS.gif</url><link>http://www.viaggiscoop.itviaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi</link><width>103</width><height>26</height></image><item><title>La penisola Antartica, Vernadsky, Neko Harbour, Lemaire Chanel, Penisola Antartica</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/antarctica/antartica/diario_di_viaggio_antartica_8700.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/antarctica/antartica/diario_di_viaggio_antartica_8700.ashx"&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;ANTARTICA, Antarctica&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Confinato in fondo al mondo, al di l&amp;amp;#224; di un oceano tempestoso, esiste un meraviglioso continente ricoperto dai ghiacci: l’Antartide. 
Ho cominciato a sentire un fascino irresistibile verso questo luogo sperduto leggendo i libri delle avventurose e drammatiche spedizioni di temerari esploratori come Amundsen, Scott e Shackleton. 
Il sogno &amp;amp;#232; diventato realt&amp;amp;#224; il giorno 21 novembre 2009 quando da Half Monn Island, dall’altra parte del mondo rispetto a Bra, dove vivo, il rompighiaccio Fram, su cui sono imbarcato, salpa alla volta dell’Antartide...
Ho sempre sentito dire che la forza d’attrazione dell’Antartide sta nella sua inacessibilit&amp;amp;#224;. La mia sar&amp;amp;#224; una motivazione meno esaltante, ma l’Antartide conquista perch&amp;amp;#233; &amp;amp;#232; bello anche col brutto tempo. I giorni sono per lo pi&amp;amp;#249; nebbiosi, le luci tetre e uggiose, i cieli drammatici e tuttavia sono avvincenti allo stesso modo di quando c’&amp;amp;#232; il sole, se non di pi&amp;amp;#249;.
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/antarctica/antartica/diario_di_viaggio_antartica_8700.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;La penisola Antartica&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>ANTARTICA</category><pubDate>Sun, 21 Feb 2010 21:11:09 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/antarctica/antartica/diario_di_viaggio_antartica_8700.ashx</guid></item><item><title>La penisola Antartica, Vernadsky, Neko Harbour, Lemaire Chanel, Penisola Antartica</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/antarctica/antartica/diario_di_viaggio_antartica_8701.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/antarctica/antartica/diario_di_viaggio_antartica_8701.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/8701/86314.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;ANTARTICA, Antarctica&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Confinato in fondo al mondo, al di l&amp;amp;#224; di un oceano tempestoso, esiste un meraviglioso continente ricoperto dai ghiacci: l’Antartide. 
Ho cominciato a sentire un fascino irresistibile verso questo luogo sperduto leggendo i libri delle avventurose e drammatiche spedizioni di temerari esploratori come Amundsen, Scott e Shackleton. 
Il sogno &amp;amp;#232; diventato realt&amp;amp;#224; il giorno 21 novembre 2009 quando da Half Monn Island, dall’altra parte del mondo rispetto a Bra, dove vivo, il rompighiaccio Fram, su cui sono imbarcato, salpa alla volta dell’Antartide...
Ho sempre sentito dire che la forza d’attrazione dell’Antartide sta nella sua inacessibilit&amp;amp;#224;. La mia sar&amp;amp;#224; una motivazione meno esaltante, ma l’Antartide conquista perch&amp;amp;#233; &amp;amp;#232; bello anche col brutto tempo. I giorni sono per lo pi&amp;amp;#249; nebbiosi, le luci tetre e uggiose, i cieli drammatici e tuttavia sono avvincenti allo stesso modo di quando c’&amp;amp;#232; il sole, se non di pi&amp;amp;#249;.
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/antarctica/antartica/diario_di_viaggio_antartica_8701.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;La penisola Antartica&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>ANTARTICA</category><pubDate>Sun, 21 Feb 2010 21:11:18 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/antarctica/antartica/diario_di_viaggio_antartica_8701.ashx</guid></item><item><title>alla scoperta del paese del mate de jerba , Colonia de Sacramento, Montevideo, Punta del Este, Cabo Polonio, Barra de Valizas, Costa dell&amp;#39;Uruguay</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/uruguay/diario_di_viaggio_uruguay_8704.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/uruguay/diario_di_viaggio_uruguay_8704.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/8704/86326.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;URUGUAY, Sud America&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una piacevole e inaspettata sorpresa aspetter&amp;amp;#224; quel viaggiatore che percorrer&amp;amp;#224; &amp;amp;quot;on the road&amp;amp;quot; la strada costiera, da Colonia de Sacramento fino a Cabo Polonio. A grandi attrattive come Montevideo e Punta del Este, seguono scorci incantati quali Colonia de Sacramento e Casapueblo, fino ad incontrare la natura selvaggia di Cabo Polonio e le dune di Valizas. Tutte queste diverse bellezze fanno da sfonfo all&amp;#39;Uruguay.
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/uruguay/diario_di_viaggio_uruguay_8704.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;alla scoperta del paese del mate de jerba &lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>URUGUAY</category><pubDate>Sun, 21 Feb 2010 21:42:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/uruguay/diario_di_viaggio_uruguay_8704.ashx</guid></item><item><title>I piccoli gioielli del Granducato di Lussemburgo, Citt&amp;#224; del Lussemburgo, Esch-sur-S&amp;#251;re, Vianden, valle della Mosella </title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/lussemburgo/diario_di_viaggio_lussemburgo_8703.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/lussemburgo/diario_di_viaggio_lussemburgo_8703.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/8703/86322.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;LUSSEMBURGO, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/lussemburgo/diario_di_viaggio_lussemburgo_8703.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;I piccoli gioielli del Granducato di Lussemburgo&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>LUSSEMBURGO</category><pubDate>Sun, 21 Feb 2010 21:34:41 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/lussemburgo/diario_di_viaggio_lussemburgo_8703.ashx</guid></item><item><title>Con gli occhi a mandola, Tokyo, Hakone, Hiroshima, Kyoto, Nara, Honshu, Kansai</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/giappone/diario_di_viaggio_giappone_8702.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/giappone/diario_di_viaggio_giappone_8702.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/8702/86318.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;GIAPPONE, Asia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marco Polo descrisse l’isola di Cipango, senza neanche averla vista ma solo per sentito dire, come &amp;amp;lt; una terra talmente ricca che i tetti delle case sono d’oro &amp;amp;gt;. 
La  distanza geografica, insieme a quella culturale e la totale chiusura del popolo giapponese verso l’occidente alimentarono queste e altre favolose dicerie.

Tuttavia, ancor oggi, il Giappone resta un viaggio nell’Oriente pi&amp;amp;#249; vero ed estremo. La millenaria cultura e la raffinata cucina, i paesaggi e i giardini, i templi e i palazzi, gli antichi villaggi e le citt&amp;amp;#224; avveniristiche, tradizioni e riti, continuano ad affascinare il viaggiatore, soprattutto quello italiano, per natura estroverso e chiassoso, i cui comportamenti stridono cos&amp;amp;#236; tanto con le abitudini del popolo nipponico che ne esaltano le differenze.

Insomma si intuisce fin da subito che il Giappone stupisce per le sue diversit&amp;amp;#224; pi&amp;amp;#249; ancora che per i suoi paesaggi o i suoi templi… poi i giapponesi hanno una qualit&amp;amp;#224; unica e non appena uno pensa che abbiano gi&amp;amp;#224; fatto il massimo per strabiliarti ti stupiscono ancora.
Ecco altre cose che sorprendono. 
E&amp;#39; un gesto di maleducazione starnutire o soffiarsi il naso in pubblico. I giapponesi quando sono raffreddati coprono il naso con una mascherina come quella usata dai medici in sala operatoria. Se ne incontrano tanti, sappiate quindi che non la usano per l’inquinamento.
Le citt&amp;amp;#224;, le stazioni, le strade, i bagni tutto in Giappone &amp;amp;#232; pulito anzi pulitissimo. All’esercito degli addetti alla pulizie che ogni giorno lustrano tutto quello che si pu&amp;amp;#242; lustrare! C’&amp;amp;#232; da dire che nessuno butterebbe mai della carta per terra, lattine e tanto meno mozziconi di sigaretta.
Una cosa &amp;amp;#232; certa: in Giappone non si muore di sete. A ogni angolo si trovano distributori di bibite fredde e bevande calde. I prezzi sono economici, di solito sui 100-140 yen, ovvero 0,80-1,20 euro circa. 
L&amp;#39;inchino &amp;amp;#232; il loro modo di salutare, a seconda della maggiore o minore accentuazione esprimono &amp;#39;apprezzamento, rispetto o rammarico. 
Non bisogna aprire le porte del taxi perch&amp;amp;#233; lo fa’ il taxista, ma non scendendo dalla macchina, ma restando comodamente seduto, tramite un pulsante.
Si pu&amp;amp;#242; fumare all’interno dei locali pubblici, ma non per strada, se non in rare piazzole riservate agli incalliti del fumo.
L’antenna della televisione di Tokyo &amp;amp;#232; una copia della Torre Eiffel di Parigi.
Fanno il bagno dopo essersi lavati.
Per mangiare non usano le posate ma le bacchette.
Non esistono gli indirizzi civici. Eppure le poste funzionano in modo strabiliante.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/giappone/diario_di_viaggio_giappone_8702.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Con gli occhi a mandola&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>GIAPPONE</category><pubDate>Sun, 21 Feb 2010 21:25:58 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/giappone/diario_di_viaggio_giappone_8702.ashx</guid></item><item><title>Coast to Coast: San Francisco - New York, New York, California, New York</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/nord america/stati uniti d'america/diario_di_viaggio_stati uniti d'america_6178.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/nord america/stati uniti d'america/diario_di_viaggio_stati uniti d'america_6178.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/6178/56449.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;STATI UNITI D&amp;#39;AMERICA, Nord America&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/nord america/stati uniti d'america/diario_di_viaggio_stati uniti d'america_6178.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Coast to Coast: San Francisco - New York&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>STATI UNITI D'AMERICA</category><pubDate>Thu, 18 Dec 2008 19:13:41 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/nord america/stati uniti d'america/diario_di_viaggio_stati uniti d'america_6178.ashx</guid></item><item><title>Fiandre, Vallonia e birra, Bruges, Fiandre e Vallonia</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/belgio/diario_di_viaggio_belgio_6179.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/belgio/diario_di_viaggio_belgio_6179.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/6179/56460.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;BELGIO, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/belgio/diario_di_viaggio_belgio_6179.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Fiandre, Vallonia e birra&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>BELGIO</category><pubDate>Thu, 18 Dec 2008 19:24:01 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/belgio/diario_di_viaggio_belgio_6179.ashx</guid></item><item><title>L&amp;#39;artico d&amp;#39;inverno: Kangerlussuaq e la magia dell&amp;#39;aurora boreale, Kangerlussuaq, GROENLANDIA</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/nord america/groenlandia/diario_di_viaggio_groenlandia_4955.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/nord america/groenlandia/diario_di_viaggio_groenlandia_4955.ashx"&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;GROENLANDIA, Nord America&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si pensa alla Groenlandia e subito la si associa, a dispetto del nome “terra verde”, a una sconfinata e monotona distesa bianca e proprio cos&amp;amp;#236; appare dal finestrino dell’aereo. La calotta glaciale, nonostante la si osservi dall’alto, mostra gi&amp;amp;#224; tutta la sua imponenza. Il manto di ghiaccio ricopre la Groenlandia per 2400km, con uno spessore di circa 700mt. Prima di giungere a Kangerlussuaq, man mano che l’aereo si prepara all’atterraggio, si rivelano i particolari di questa superficie che dall’alto sembrava completamente piatta e invece &amp;amp;#232; molto crepacciata e seraccata. Kangerlussuaq &amp;amp;#232; l’hub aeroportuale della Groenlandia essendo il suo aeroporto dotato di una pista abbastanza lunga da consentire ai voli internazionali di atterrare e di decollare collegando il paese con il resto del mondo. Questo non deve trarre in inganno perch&amp;amp;#233; la citt&amp;amp;#224; &amp;amp;#232; invece inaspettatamente piccola, conta, infatti, appena 600 abitanti. In inverno il centro vitale &amp;amp;#232; l’aeroporto. L’hotel, il ristorante, i negozi, il cambio, le previsioni meteo, il bar, la sala giochi, il night,  l’agenzia di viaggio, il capolinea dell’unico bus del paese, tutto si trova all’interno dell’area aeroportuale. 
Kangerlussuaq sembra una citt&amp;amp;#224; dormitorio, le case sono dei capannoni, &amp;amp;#232; asettica, indifferente, fredda, senza anima e sembra il set cinematografico di un film dell’orrore.
Viste le premesse, al di l&amp;amp;#224; dell’inevitabile transito per raggiungere le altre localit&amp;amp;#224; della Groenlandia, che cosa spinge a venirci? Almeno due sono i motivi! Il “ghiacciao Russel” e la “luce del nord”. Ecco svelato l’arcano. D’inverno, in particolar modo, &amp;amp;#232; famosa in tutto il mondo per essere uno dei posti sulla terra dove pi&amp;amp;#249; facilmente si manifestano le aurore boreali, uno dei fenomeni pi&amp;amp;#249; impressionanti che possa offrirci la natura. A marzo se il cielo &amp;amp;#232; terso, sgombro da nubi e il freddo abbastanza intenso, lo spettacolo &amp;amp;#232; visibile pressoch&amp;amp;#233; tutte le notti. Il massimo di frequenza aurorale si registra, infatti, in una fascia compresa tra 60&amp;amp;#176; e 70&amp;amp;#176; di latitudine. Per questo ci troviamo a Kangerlussuaq, ognuno di noi nutre la segreta speranza di vedere l’aurora boreale.

Il “ghiacciao Russel”, vera e propria reliquia dell’era glaciale, si raggiunge dopo circa 25km, avanzando verso l’interno, su piste immacolate di neve e ghiaccio, grazie a mezzi speciali adatti a questo genere di percorso. Si tratta di Iveco Turbostar (come quelli utilizzati dalle spedizioni di Overland) a quattro ruote motrici e pneumatici montati con catene.
Nevica quando partiamo, ci&amp;amp;#242; nonostante i raggi del sole ogni tanto si insinuano tra le nubi, rischiarando il paesaggio. Il passaggio pi&amp;amp;#249; delicato del tragitto &amp;amp;#232; il superamento di un lago ghiacciato che l’autista affronta a velocit&amp;amp;#224; molto moderata, un’ultima impervia salita e si &amp;amp;#232; infine di fronte alla falesia laterale del ghiacciaio. Fa’ molto freddo, siamo vestiti come sul Monte Rosa pur essendo a livello del mare, troviamo momentaneo rifugio in due igloo costruiti da alcuni cacciatori. Qui la nostra guida, Jesper, approfitta per spiegarci come la neve una volta fosse l’unico materiale di costruzione a disposizione degli inuit, in particolare durante la caccia sul pack. L’ice-stock, lo strumento utilizzato per farli, &amp;amp;#232; un bastone con una punta adatta a rompere e lavorare il ghiaccio. Molte sono le tradizioni scomparse, ammette malinconicamente, solo una ancora resiste ed &amp;amp;#232; la caccia. Dopo i mesi bui invernali, la caccia primaverile &amp;amp;#232; un evento liberatorio. La cattura della balena, in particolare, continua ad essere ben radicata e finisce sempre con una grande festa. A tutta la comunit&amp;amp;#224; ne &amp;amp;#232; riservato un pezzo. Della balena non si butta niente oltre alla carne per mangiare (i cui scarti vanno a saziare i cani), il grasso viene bruciato per produrre luce, i fanoni e la pelle utilizzati per fabbricare piatti, utensili, vestiario e giocattoli, i tendini usati per cucire. Gli inuit (eschimesi della Groenlandia), gli abitanti della terra che vivono pi&amp;amp;#249; a nord, cacciano civilmente, ammazzano per sopravvivere, non come purtroppo gli viene tante volte rimproverato dalle associazioni animaliste. Bastoni e uccisioni scriteriate non fanno parte della loro cultura. In Groenlandia non si spara alle femmine e ai piccoli. &amp;amp;#200; un etica ben fondata.
Si riparte e inizia la breve camminata sul ghiacciaio gi&amp;amp;#224; di per s&amp;amp;#233; non facile &amp;amp;#232; resa ancor pi&amp;amp;#249; difficile da un sottile strato di neve fresca che copre la superficie ghiacciata. Scivolate e capitomboli si susseguono pur calzando tecnici scarponi con tanto di suola in vibram. Per fortuna si &amp;amp;#232; su un terreno completamente piatto. Spazzata via con una mano la neve che ricopre il ghiacciaio ci si rende conto di come si sia proprio sul manto di ghiaccio, stiamo calpestando la calotta glaciale (il ghiaccio senza la terra sotto come spiega Jesper). Lo spazio assume contorni indefiniti, davanti a noi il regno del gelo e della desolazione, se proseguissimo toccheremo luoghi incontaminati e davvero isolati. Se ci s’incanta a guardare l’orizzonte il paesaggio sembra sparire in un turbine bianco.

Insigni scrittori con la loro penna hanno cercato di descrivere la “Luce del Nord”; per Nansem &amp;amp;#171;va al di l&amp;amp;#224; di qualunque cosa si possa sognare&amp;amp;#187;; per il norvegese Theodore Caspari &amp;amp;#171;Nessuna matita pu&amp;amp;#242; disegnarla, nessun colore pu&amp;amp;#242; dipingerla e nessuna parola pu&amp;amp;#242; descriverla in tutta la sua bellezza&amp;amp;#187;. Ma non scrivere dell&amp;#39;Aurora Boreale, dice una metafora, &amp;amp;#232; come negarsi una fetta di cielo. 
Luned&amp;amp;#236; 12 marzo, periferia di Kangerlussuaq, &amp;amp;#233; da pi&amp;amp;#249; di un’ora, che aspettiamo, a una temperatura di -17&amp;amp;#176;C, imbacuccati nel nostro materiale tecnico di gorotex, che si manifesti l’aurora boreale. Camminiamo sulla neve, su &amp;amp;#232; gi&amp;amp;#249; per una strada, per alleviare il freddo. Ancora un’altra mezzora e ancora niente, eppure le condizioni sono quelle ottimali. Il freddo diventa stridente, il morale sempre pi&amp;amp;#249; affranto, tutti, silenziosamente, non desideriamo altro che ritirarci nel tepore delle nostre camere d’albergo. All’orizzonte tenue luci indugiano ad accendersi, Beppe me le fa’ notare, ma nessuno vuole illudersi, assaliti come siamo dalla demoralizzazione. Ormai in procinto di rientrare, Beppe si gira un’ultima volta verso quel debole bagliore quando esclama ad alta voce: l’aurora, l’aurora! All’improvviso uno spettacolo senza uguali, centinaia di drappeggi verdi e bianchi, di tanto in tanto con riflessi arancione, iniziano a svolazzare, in cielo, proprio sopra alle nostre teste, e come se se si fosse aperto il sipario di un teatro e fosse incominciato lo spettacolo. L’euforia, l’eccitazione risvegliano i nostri sensi addormentati dal freddo, dimentichiamo l’oppressione del gelo polare spalanchiamo gli occhi e restiamo impotenti davanti a cos&amp;amp;#236; tanta bellezza. Ora la volta celeste splende interamente di queste luci che si manifestano per tutto il cielo in diverse e stravaganti forme: raggi, drappeggi, archi, incandescenze, pieghe, spirali, corone e ancora veli scintillanti, fuochi fluorescenti, figure danzanti, nastri di luce, onde impetuose continuano a passare e ripassare in cielo, sempre con maggior impeto, pi&amp;amp;#249; o meno intense, ora tremolanti e l’attimo dopo brillanti. L’incantesimo non si attenua, neppure dopo due ore, indifferenti delle prime avvisaglie di congelamento, siamo come bimbi che vedono per la prima volta uno spettacolo pirotecnico di fuochi d’artificio. L’aurora compare in innumerevoli varianti e con incredibili giochi di luce per cui ogni volta il fascino si rinnova. 

Anche se il fenomeno oggi &amp;amp;#232; scientificamente ben spiegato, grazie ai contributi di numerosi scienziati che hanno fatto luce sui misteri che l’aurora celava, dissolvendo cos&amp;amp;#236; tutte le superstizioni che la loro inspiegabile origine aveva cr&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/nord america/groenlandia/diario_di_viaggio_groenlandia_4955.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;L'artico d'inverno: Kangerlussuaq e la magia dell'aurora boreale&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>GROENLANDIA</category><pubDate>Sun, 24 Feb 2008 11:00:02 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/nord america/groenlandia/diario_di_viaggio_groenlandia_4955.ashx</guid></item><item><title>SVALBARD: ai confini del pianeta, isola di Spitsbergen, Spitsbergen, Svalbard</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/norvegia/diario_di_viaggio_norvegia_6177.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/norvegia/diario_di_viaggio_norvegia_6177.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/6177/56443.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;NORVEGIA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/norvegia/diario_di_viaggio_norvegia_6177.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; 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e dai paesaggi a noi consueti. Il grande nord inizia a 66&amp;amp;#176;33’ di latitudine (Circolo Polare) e finisce a 90&amp;amp;#176; del Polo Nord; cos&amp;amp;#236; almeno &amp;amp;#232; segnato sulle carte geografiche, ma in realt&amp;amp;#224; &amp;amp;#232; un luogo senza confini che richiama la sfera dell’immaginazione a mitiche spedizioni e che oggi offre al viaggiatore avventure entusiasmanti, in aree poche frequentate dal turismo.

Groenlandia. Ilulissat. Inverno. Primi di marzo. Quattro giorni da trascorrere a 69&amp;amp;#176;23’40’’ di latitudine nord, ben 280 chilometri oltre il “circolo polare artico”, in un luogo sperduto del pianeta. 
A bordo di un Dash-7, l’aero a doppia elica che collega Kangerlussuaq a Ilulissat, con lo sguardo incollato ai finestrini per tutti i 45 minuti di volo, indifferenti dell’assordante rumore del bimotore, la Groenlandia appare per quel che &amp;amp;#232;: “un mondo ghiacciato”. Sulla destra, del senso di marcia, la calotta glaciale, immensa distesa bianca che si perde in lontananza; proprio sotto la banchisa di ghiaccio, che ancora ricopre la parte di mare pi&amp;amp;#249; prossima alla riva, spezzata qua e l&amp;amp;#224;, segni dell’arrivo della bella stagione; a sinistra il mare aperto, libero dal pack, dove galleggiano enormi isole di ghiaccio, gli iceberg. Il fascino che la Groenlandia esercita &amp;amp;#232; qui rinchiuso: i ghiacci, i paesaggi e l’estreme condizioni atmosferiche.  
In questo brandello urbano ai confini dell’universo, d’inverno, s’arriva solo con l’aereo, …e non sempre. Ilulissat prima ancora di essere un ben determinato luogo fisico (69&amp;amp;#176; di latitudine e 51&amp;amp;#176; di longitudine) &amp;amp;#232; un luogo, secondo i punti di vista, sublime e spietato, smodato e limitato, fausto e apocalittico. Un piccolo paese sperduto tra i ghiacci Groenlandesi, dove la gente vive la propria scialba vita con dignit&amp;amp;#224; e spiccato senso comunitario. L’inverno buio, gelido e tetro miete annualmente le sue vittime. La piaga dell’alcolismo in primis e, poi, i suicidi, che si diffondono sempre pi&amp;amp;#249; fino a diventare la prima causa di morte tra i giovani, colpiti da forme depressive per la mancanza di luce e svaghi, oppressi dagli angusti confini entro cui si svolge la loro esistenza, frustrati dall’impossibile realt&amp;amp;#224; ambientale. Ecco perch&amp;amp;#233; il 13 di gennaio, tutti gli anni, la piccola comunit&amp;amp;#224; sembra risvegliarsi a nuova vita, quando il sole ritorna a fare capolino dopo la lunga notte artica (2 mesi di buio totale). Si gioisce e si festeggia sulla collina di Sermermiut. Quella che per noi &amp;amp;#232; un’anomala bizzarria per i giovani soprattutto &amp;amp;#232; una triste condizione di vita. Se non si cede all’alcool si fa’ l’amore. Ilulissat pullula di bambini e asili infantili. Ilulissat, “la citt&amp;amp;#224; degli iceberg”, (in lingua inuit) convive oltre che con i ghiacci con una comunit&amp;amp;#224; di quasi 6.000 cani, cos&amp;amp;#236; numerosa da superare i 4.700 abitanti della citt&amp;amp;#224;. Sono gli eskimo, razza pura, dato che non &amp;amp;#232; possibile portare alcun cane in Groenlandia, proprio per preservare questa specie, forte da sopportare le intemperie del clima e resistere a lunghi digiuni. Di vitale importanza nell’economia della citt&amp;amp;#224;, servono a trainare le slitte nel periodo invernale, in particolare per andare a cacciare. I cani da slitta fanno parte del paesaggio. Si sentono abbaiare e ululare di continuo. Vivono legati a delle corde all’incirca di sei metri e il loro spazio vitale &amp;amp;#232; un misero fazzoletto di terra. Solo ai cuccioli e alle femmine, in attesa, &amp;amp;#232; consentito girare liberamente per la citt&amp;amp;#224;. I cani vecchi, ormai inutili, sono lasciati deliberatamente, senza collare, affinch&amp;amp;#233; diventino facile preda degli accalappiacani comunali che li abbattono a colpi di fucile. Le case hanno tutte colori sgargianti: blu, azzurro, rosso, arancione, giallo, verde; questo per alleviare le lunghe notti e le cupe giornate di brutto tempo. Le strade sono un continuo saliscendi e finiscono ai bordi della citt&amp;amp;#224;. L’unica asfaltata, al di fuori dei limiti cittadini, &amp;amp;#232; quella che porta all’aeroporto. Il manto stradale ghiacciato per tutta la giornata le rende pericolose non solo per i pedoni (attenzione a camminare); ma per le auto stesse, molti sono i mezzi ammaccati che sbandano a causa della scivolosit&amp;amp;#224;. Esiste una sola industria e si trova al porto. Si tratta della Royal Greenland, che lavora gamberetti e altro genere di pesce, dando lavoro alla maggior parte della popolazione. Il porto &amp;amp;#232; semi gelato e ci sono delle barche ancora bloccate dal ghiaccio. Da annoverare tra le citt&amp;amp;#224; pi&amp;amp;#249; sperdute del pianeta, Ilulissat &amp;amp;#232; da visitare non solo per la forma d’arte eccelsa dei suoi iceberg, che capeggiano nell’antistante baia, ma per l’insolito stile di vita, o anche, semplicemente, perch&amp;amp;#233; fa pensare
Ecco allora il punto: luogo idilliaco o luogo nefasto? Ilulissat che posto occupa nel villaggio globale? Sta per aprirsi al mondo o &amp;amp;#232; esattamente il contrario? Ognuno avr&amp;amp;#224; la sua personale risposta. Quella di Silver, il cui vero nome &amp;amp;#232; Silverio Scivoli, ex Corvi, “mitico” gruppo degli anni sessanta, titolare dell’agenzia Tourist Nature, insieme al figlio Crhistian, personaggio carismatico, la sua risposta la diede tempo fa’, …lui vi vive ormai da trenta lunghissimi anni.

La baia davanti alla citt&amp;amp;#224; &amp;amp;#232; quella famosa di Disko, il pack che si scioglie &amp;amp;#232; il segno del risveglio della natura e dell’ormai prossimo arrivo della primavera, ma soprattutto il mare non &amp;amp;#232; pi&amp;amp;#249; imprigionato dal ghiaccio e questo significa che &amp;amp;#232; possibile effettuare la gita in barca fino a Iluminaq. Per arrivarci &amp;amp;#232; gioco forza passare in quel braccio di mare che centinaia e centinaia di iceberg, staccatisi dalla calotta glaciale, raggiungono dopo aver disceso per circa 30 km, il Kangia Icefjord, il fiordo di Ilulissat. Quando il fronte del ghiacciaio Sermeq Kujalleq, che vanta la maggiore produzione di iceberg di tutto l’emisfero settentrionale, viene a contatto con l’acqua marina, la temperatura pi&amp;amp;#249; calda del mare provoca il distacco di blocchi di ghiaccio, dando origine a monolitici iceberg. Paradosso della natura l’acqua &amp;amp;#232; una sostanza che allo stato solido pesa meno che allo stato liquido, per questo gli iceberg galleggiano. Una volta in mare aperto le correnti li spingono verso sud…, proprio da qui part&amp;amp;#236; l’iceberg che a sud di Terranova, la notte fra il 14 e 15 aprile 1912, affond&amp;amp;#242; il Titanic.
Questi iceberg dalle dimensioni e forme stravaganti, tutti insieme, formano il pi&amp;amp;#249; strano e meraviglioso dei musei a cielo aperto, costituito da migliaia di monumenti di ghiaccio: obelischi, macigni, colonne, cime, pinnacoli. Ogni iceberg &amp;amp;#232; in s&amp;amp;#233; un’opera unica. Qui, per un attimo, l’era glaciale sembra ancora realt&amp;amp;#224;. Non si pu&amp;amp;#242; immaginare la grandezza che raggiungono; alti cento metri e pi&amp;amp;#249;, lunghi un chilometro e pi&amp;amp;#249;. Le onde del mare vi si abbattono come frangenti contro gli scogli. Vi passiamo vicino quasi a sfiorarli, mi domando se non sia pericoloso dato che sotto la parte emergente si nasconde una massa sette volte maggiore di quella visibile. Sinistri pensieri mi assalgano quando vediamo in lontananza un blocco di ghiaccio crollare in acqua, spezzando quello che fino allora era stato l’unico rumore: lo schioppettio della nostra imbarcazione. Capisco, finalmente, perch&amp;amp;#233; gli inuit hanno quasi cento parole diverse per definire il ghiaccio, costituito com’&amp;amp;#232; da una miriade di striature e infiniti colori: bianco, grigio, blu, indaco, azzurro, celeste, turchese, verde chiaro, prugna, lilla, rosa.
La banchisa di ghiaccio (il pack) &amp;amp;#232; ancora particolarmente unita e spessa in prossimit&amp;amp;#224; della costa tanto che l’imbarcazione non riesce ad avanzare cos&amp;amp;#236; si &amp;amp;#232; costretti a passare pi&amp;amp;#249; al largo. Nel corso del&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/nord america/groenlandia/diario_di_viaggio_groenlandia_4375.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;ILULISSAT E BAIA DI DISKO&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>GROENLANDIA</category><pubDate>Sun, 04 Nov 2007 11:39:21 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/nord america/groenlandia/diario_di_viaggio_groenlandia_4375.ashx</guid></item><item><title>IL RUGGITO DELLE CASCATE VITTORIA, VICTORIA FALLS</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/zimbabwe/diario_di_viaggio_zimbabwe_4376.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/zimbabwe/diario_di_viaggio_zimbabwe_4376.ashx"&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;ZIMBABWE, Africa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A forza di viaggiare per il mondo mi sono fatto un’idea di quanto sia stata previdente “madre natura” nel corso dei millenni distribuendo uniformemente in vari luoghi della terra, quasi a voler accontentare tutti, una delle sue tante e straordinarie bellezze. Le famose cascate Vittoria sono cos&amp;amp;#236; il contributo dello Zimbabwe alla lista delle meraviglie del mondo.  Non importa se a piedi lungo i sentieri, dall’alto con l’elicottero o dal basso in barca, quale che sia la maniera in cui si visitano le Cascate Vittoria non deludono mai. Della grandiosit&amp;amp;#224; e bellezza si legge in tutte le guide. Ma vederle di persona &amp;amp;#232; tutta un’altra cosa… Si resta immediatamente stregati dal loro fascino rimasto pressoch&amp;amp;#233; intatto a quello della loro scoperta. Sono state sapientemente risparmiate alla spregiudicatezza edilizia e turistica rimanendo cos&amp;amp;#236; in un contesto ambientale e naturale primordiale. Non sar&amp;amp;#224; difficile avvertire le stesse emozioni provate da David Livingstone nel 1855, quando le scopr&amp;amp;#236; e cos&amp;amp;#236; le descrisse nei suoi diari: L&amp;#39;incensante ruggito delle cateratte, il loro flusso perpetuo rompono il silenzio della foresta […] spalanco gli occhi e mi trovo di fronte all&amp;#39;Eden; il sole del mattino ammanta d&amp;#39;oro queste colonne d&amp;#39;acqua che sembrano fumo con i colori ardenti di arcobaleni doppi e tripli. Resoconto non casuale in quanto le cascate erano gi&amp;amp;#224; note alle popolazioni locali con il nome di Mosi-oa-Tunya, il fumo che tuona, ma Livingstone le ribattezz&amp;amp;#242; con il nome dell&amp;#39;allora Regina d&amp;#39;Inghilterra, la Regina Vittoria. Tuttavia una cosa manca rispetto a come dovevano essere un tempo, se la flora &amp;amp;#232; rimasta intatta purtroppo la fauna &amp;amp;#232; completamente sparita, essendo stata recintata l’intera aria per l’incolumit&amp;amp;#224; dei visitatori, perci&amp;amp;#242; oltre al frastuono delle cascate non si sentiranno i rumori degli animali, il barrito dell’elefante o il ruggito del leone tutta al pi&amp;amp;#249; si sentir&amp;amp;#224; il ronzare delle zanzare.

Pochi minuti di cammino bastano per lasciarsi alle spalle la modernit&amp;amp;#224; e iniziare a sentire, in principio un bisbiglio appena percettibile, poi un sibilo sempre pi&amp;amp;#249; vicino e chiaro, infine un impetuoso clamore quello delle cascate, appunto, per il momento non ancora visibili, ma ancora nascoste dalla vegetazione. La loro spettacolarit&amp;amp;#224; &amp;amp;#232; dovuta proprio alla particolare geografia del luogo nel quale sorgono, una gola profonda e stretta, in cui il fiume Zambesi, che fin qui si fa strada attraverso paesaggi selvaggi d’improvviso non trova pi&amp;amp;#249; la terra ed intralci e si getta nelle gole. Il fronte delle cascate &amp;amp;#232; molto lungo, pi&amp;amp;#249; di un chilometro e mezzo, mentre la loro altezza media &amp;amp;#232; di 128 metri. Lo Zambesi non &amp;amp;#232; in piena, ma proprio per questo le nuvole di vapore sono meno intense del solito permettendo buona visibilit&amp;amp;#224; e ottime fotografie. Dopo quindici minuti di cammino si raggiunge Danger Point il punto pi&amp;amp;#249; orientale delle cascate, da dove imboccando un sentiero secondario si pu&amp;amp;#242; raggiungere un belvedere sullo Zambesi Bridge, il ponte che collega lo Zimbabwe con lo Zambia. A Danger Point (punto di pericolo), senza alcuna protezione a differenza degli altri punti panoramici, la vista spazia dal fiume Zambesi, 100mt pi&amp;amp;#249; in basso, fino a tutta la gola che si vede longitudinentalmente. Da qui si prosegue verso ovest. Le rocce affiorano tra una cataratta e l’altra dando origine a diverse cascate che un sentiero, con tante brevi diramazioni, permette di ammirare portando a dei punti panoramici posizionati esattamente davanti ai singoli salti d’acqua. Non saltatene neppure uno perch&amp;amp;#233; cascate spumeggianti e forre verdi sono visibili di volta in volta in prospettive sempre nuove e diverse. Dalla parte dello Zimbabwe, naturalmente, le vedute sono sulla sponda del fronte dello Zambia. All’incirca a met&amp;amp;#224; percorso si prosegue in mezzo alla foresta pluviale, il caldo umido non cessa, ma almeno non si sente pi&amp;amp;#249; battere il sole a picco sulla testa. I raggi del sole penetrano nella gola che a contatto con le nubi e gli spruzzi d’acqua originano incantevoli arcobaleni. Il fragore delle cascate accompagna lungo tutto il percorso e quando non si vedono si sentono. Giunti alla statua di Livingstone subito dopo si trova la scalinata che scende a Cataract View, spettacolare belvedere che a dispetto degli altri &amp;amp;#232; ubicato pressappoco a met&amp;amp;#224; gola. Sembrer&amp;amp;#224; davvero di trovarsi di fronte all’Eden terrestre.

Se la fauna &amp;amp;#232; pressoch&amp;amp;#233; assente, l&amp;amp;#224; dove sarebbe pi&amp;amp;#249; ovvio trovarla, in mezzo alla selvaggia vegetazione delle cascate, appena fuori del cancello dell’uscita ci imbattiamo in cinque grossi babbuini e altri ancora ne vediamo nel parcheggio antistante l’elegante Victoria Falls Hotel. Queste grosse scimmie girano indisturbate per la citt&amp;amp;#224;, finch&amp;amp;#233; qualcuno non gli corre dietro, bastone in pugno, per spaventarle, quando si fanno troppo ardite e s’avvicinano minacciosamente all’entrate dei ristoranti o degli alberghi. A met&amp;amp;#224; pomeriggio, al Pavarottis, beneficiamo dell’aria condizionata dei suoi ambienti, un vero toccasana per i nostri fisici disidratati dall’opprimente umidit&amp;amp;#224; patita durante la visita alle cascate. All’interno del centro commerciale &amp;amp;#232; ben lampante la crisi monetaria del dollaro zimbawese; per invogliare i clienti a pagare in dollari (moneta forte) il prezzo di un prodotto s’abbassa anche fino al 65% del suo valore. I prezzi sono esposti, per tanto, sia in dollari zimbawesi che in quelli americani, risparmiandovi di fare i sempre complicati calcoli dei cambi con la calcolatrice. Il dollaro zimbawese d’altronde non vale niente, le banconote riportano addirittura stampata una data oltre la quale la moneta non ha pi&amp;amp;#249; nessun valore. Se proprio si vuole cambiare in moneta locale il suggerimento &amp;amp;#232; di farlo al cambio in nero, con gli annessi e connessi che un simile gesto implica. Consumata una bottiglia di coca cola e mangiato uno spuntino la nostra visita prosegue ora per il centro cittadino di Victoria Falls.

Per strada, oltre ai gi&amp;amp;#224; citati babbuini, s’incontrano animali domestici come gli asini, le pecore, i cani e i gatti tutti alla ricerca spasmodica di cibo tra le immondizie. Al kurio market le litanie infinite dei venditori ambulanti ci accompagnano per tutto il mercato, se rivolgete un semplice - How much? - a qualcuno sarete inseguiti finch&amp;amp;#233; non acquisterete la merce per sfinimento. La ferrovia che taglia in due il paese raccoglie lungo i binari la maggior quantit&amp;amp;#224; di rifiuti, bottiglie d’acqua, lattine, carte di sigarette e di caramelle oltre al fetore di feci di animali e umane. Nella citt&amp;amp;#224; in piena espansione commerciale le strade luride, ad eccezione delle cascate e dei parcheggi dei lussuosi alberghi, sono il prezzo da pagare di una florida economia che alla sporcizia locale accumula e aggiunge quella causata e portata dall’occidentale. Forse &amp;amp;#232; anche per questo che la popolazione locale &amp;amp;#232; meno cordiale rispetto ad altre zone dell’Africa perch&amp;amp;#233; a forza di avere a che fare con l’uomo abbiente, ricco e facoltoso ne ha assorbito i difetti ed &amp;amp;#232; divenuta scaltra, avveduta e furba perdendo le qualit&amp;amp;#224; che ho sempre riscontrato nel popolo africano la semplicit&amp;amp;#224;, la fierezza e soprattutto l’ospitalit&amp;amp;#224; che fanno di questi popoli uomini veri e autentici preservati dai mali delle societ&amp;amp;#224; rapaci e materialiste

Consumiamo cena, su consiglio del proprietario del Pamushia Lodge, presso cui alloggiamo, da “Mamma Africa” ambiente raccolto e in stile, dove mangiamo molto bene e assistiamo nel frattempo all’esibizione di un gruppo musicale che suona performance di Leonard Dembo, uno dei pi&amp;amp;#249; famosi musicisti del paese conosciuto anche fuori dei confini nazionali. Il ritmo &amp;amp;#232; avvolgente e incalzante tanto che il giorno dopo acquisto un suo cd. Ulteriore cattivo esempio ereditato dal m&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/zimbabwe/diario_di_viaggio_zimbabwe_4376.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;IL RUGGITO DELLE CASCATE VITTORIA&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>ZIMBABWE</category><pubDate>Sun, 04 Nov 2007 11:51:07 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/zimbabwe/diario_di_viaggio_zimbabwe_4376.ashx</guid></item><item><title>LE TERRE DEI BOSCIMANI, GHANZI</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/botswana/diario_di_viaggio_botswana_4377.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/botswana/diario_di_viaggio_botswana_4377.ashx"&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;BOTSWANA, Africa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono 806 chilometri di strada dritta e vuota, da Lobatse a Ghanzi, una striscia scura d’asfalto interminabile che penetra nel vuoto assoluto del deserto. Circondata dall’immenso silenzio della savana, inaspettatamente verdastra, che ricopre la sabbia; avvolta dal cielo sconfinato, sorvolato da spettacolari ma innocue nubi. Ecco la Trans-Kalahari Highway. Niente traffico, pochissime indicazioni. L’affrontiamo con una tanica di benzina di scorta e con la speranza di non avere guai meccanici. Dopo un’ora gi&amp;amp;#224; ti ingoia e annoia, il sole non da tregua. Il silenzio tutto intorno &amp;amp;#232; rotto solo dal rumore del motore e dell’aria condizionata; 207 km di nulla fino a Sekoma, che a dispetto di quanto segnato sulla carta geografica non &amp;amp;#232; una citt&amp;amp;#224;, ma un miserevole villaggio. Altri 160 km di nulla &amp;amp;#232; s’arriva a Kang meno che un villaggio, poi 439 di nulla, per arrivare a Ghanzi, primo e vero avamposto dopo Lobatse. Nella calura del mezzogiorno ogni creatura vivente &amp;amp;#232; immobile, all’ombra di un albero, per ripararsi dal sole. Si tratta essenzialmente di asini, mucche e pecore. Poi, a partire da met&amp;amp;#224; pomeriggio, progressivamente, dai bordi della carreggiata, si spostano in mezzo alla strada tanto da impadronirsene. Tutte le volte che li si vede profilarsi davanti la velocit&amp;amp;#224; si riduce quasi a fermarsi poich&amp;amp;#233; non si muovono finch&amp;amp;#233; l’auto non gli &amp;amp;#232; pressoch&amp;amp;#233; addosso. Il parabrezza &amp;amp;#232; costantemente sporco di sangue degli insetti spiccicati sul vetro. Alla fine della giornata dopo tre cambi guida, due sole fermate, i sederi piatti per la lunga traversata s’arriva a Ghanzi. Stanchi per il viaggio il paese sembra niente di pi&amp;amp;#249; di un grosso villaggio con un solo hotel e due benzinai, quanto basta per rifocillare noi e il nostro mezzo. Domani quando ci saremo opportunamente riposati avremo modo di vedere Ghanzi per quello che &amp;amp;#232; veramente ossia la “Capitale dei boscimani”! 

“Chi sono i boscimani”? 
I boscimani sono un popolo di cacciatori-raccoglitori famosi per la loro abilit&amp;amp;#224; a procacciarsi il cibo ed essere in grado cos&amp;amp;#236; di fronteggiare l’aridit&amp;amp;#224; del deserto del Kalahari. San, che significa “altri”, &amp;amp;#232; il modo dispregiativo con cui vengono chiamati in quanto vivono senza mandrie da accudire e sono incapaci di coltivare. Gli europei, boeri e anglosassoni, conservarono il termine san, che nell’idioma europeo diventa bushman, uomini che vivono con quello che trovano nel bush, appunto i boscimani. Passeggiando su una delle due uniche strade asfaltate, che attraversano il villaggio di Ganzi, se ne incontrano facilmente distinguibili per i particolari caratteri somatici, piccoli e asciutti, dal colore della pelle scuro, ma non neri come i cittadini botswani.

Un’esperienza indimenticabile oltre che educativa &amp;amp;#232; il safari a piedi nel bush accompagnati dai san. La Game Farm che organizza questo genere di escursioni &amp;amp;#232; quella di Dqae Qare, segnalata da un bivio all’incirca a met&amp;amp;#224; strada tra Ghanzi e D’kar si raggiunge dopo 7 km di pista accidentata e sabbiosa.
Ci accompagnano nel bush tre donne boscimani, nonna, figlia e nipote, vestite all’occidentale indossano avanzi cenciosi di qualche turista. Man mano che si procede, davanti a determinate piante, si fermano per mostrarci quali benefici ne traggono. Restiamo subito sorpresi, quando la pi&amp;amp;#249; anziana si siede a terra e con un bastone scava una buca nella sabbia dalla quale tira fuori una specie di tubero pieno d’acqua. Ci indicano poi un’altra pianta con fiori bianchi che ridotti in polvere sono efficaci contro il bruciore degli occhi. Tutto il bush sembra pieno zeppo di radici, erbe e bacche che procurano tutto quello di cui hanno bisogno acqua, cibo e medicine. Per esempio lo sterco di proravia fa bene alla prostata, il frutto del sausage tree a contatto con la pelle &amp;amp;#232; efficace contro i melanomi. A un certo punto dalla sabbia raccolgono addirittura una patata. Il Kalahari visto da dentro, a differenza di quanto si riesca a percepire dalla strada in auto, non &amp;amp;#232; solo una distesa rovente e arida, riarsa dal sole, polverosa e sabbiosa, d’erba gialla e piccoli cespugli, ma sembra una terra fatta apposta per i san. Solo un popolo di cacciatori e raccoglitori &amp;amp;#232; in grado di viverci. L’allevamento e l’agricoltura sono impossibili.
E’ singolare ascoltarli, quando parlano la loro lingua &amp;amp;#232; un susseguirsi armonioso di schiocchi e click che scaturisce un suono a noi strano e singolare.
I San, almeno quelli pi&amp;amp;#249; intraprendenti e testardi, sono sempre pi&amp;amp;#249; coinvolti in progetti di conservazione delle loro origini come attivit&amp;amp;#224; turistiche, quali “safari a piedi per cacciare o per raccogliere” l’intento &amp;amp;#232; quello di auto sostenersi nelle loro zone di origine. Non &amp;amp;#232; facile poich&amp;amp;#233; i turisti attratti da interessi etnologici sono annualmente davvero pochi. 
Oggi alcuni operatori sfruttando la bont&amp;amp;#224; dei san, ancor pi&amp;amp;#249; dell’ingenuit&amp;amp;#224; dei turisti, organizzano tour di comune accordo con il comitato di sviluppo dei San di Maun. E’ tutto perfettamente programmato. All’occorrenza i san si trasferiscono dalla citt&amp;amp;#224; nel bush svestendosi degli abiti occidentali e indossando quelli dei loro avi facendosi trovare in un fantomatico accampamento. Ospitano i turisti nelle proprie capanne danzano intorno al fuoco e partecipano a safari di caccia. Il tutto &amp;amp;#232; inscenato a beneficio del turista. Che non &amp;amp;#232; un peccato… Peccato purtroppo che gli introiti di tale forma di turismo sono in maggior parte incassati dall’operatore e non dai boscimani. 

Non illudetevi, il modello di vita dei boscimani &amp;amp;#232; scomparso, ormai hanno perso la capacit&amp;amp;#224; di cavarsela nell’ostile territorio del deserto. Siamo venuti fin quaggi&amp;amp;#249; anche per cercare i boscimani una delle ultime autentiche ed esotiche etnie africane, da documentare con riprese e fotografie. I boscimani esistono ancora, ma non vivono pi&amp;amp;#249; secondo il loro antico stile di vita ormai totalmente perduto. Non aspettatevi di incontrarli vestiti con le pelli di animale, impugnare l’arco, o abitare in capanne costruite con i rami flessibili su cui applicano erba e stuoie. Oggi se vedete dei san cos&amp;amp;#236; altro non sono che fenomeni da baraccone esibiti alla curiosit&amp;amp;#224; del turista 
&amp;amp;#171;I boscimani sono scomparsi e le loro capanne non stanno pi&amp;amp;#249; qui.&amp;amp;#187; &amp;amp;#200; il grido di dolore lanciato dal capo dei boscimani. Contemporaneamente al miracolo economico del Botswana, grazie all’estrazione dei diamanti da parte della De Beers, di cui oggi il paese &amp;amp;#232; il primo produttore al mondo, la controversia con i san si risolveva con la sistemazione di costoro in zone di insediamento create dal governo in aree marginali con la promessa che avrebbe portato loro sviluppo e civilizzazione. Nient&amp;#39;altro che scuse in realt&amp;amp;#224; l&amp;#39;obiettivo era appropriarsi le terre e delle risorse dei san. A seguito della scoperta nel Kalahari di grandi giacimenti di pietre preziose. Comprensibile la volont&amp;amp;#224; dei san a non lasciarsi rinchiudere in queste riserve. In questa sorta di campi di concentramento soltanto pi&amp;amp;#249; estesi, 
La protesta dei &amp;amp;quot;boscimani&amp;amp;quot; &amp;amp;#232; ben sintetizzata nelle parole di Rosy Sesana &amp;amp;#171;Mi chiedo che sviluppo sia mai quello che fa vivere la tua gente meno di quanto vivesse prima…Stiamo prendendo l&amp;#39;AIDS, i nostri bambini non vogliono andare a scuola perch&amp;amp;#233; l&amp;amp;#224; vengono picchiati, alcuni si stanno dando alla prostituzione. Non gli &amp;amp;#232; permesso cacciare allora litigano perch&amp;amp;#233; si annoiano e bevono. Alcuni hanno cominciato a suicidarsi. Non si &amp;amp;#232; mai vista una cosa del genere prima! Fa male raccontare queste cose. E&amp;#39; questo lo sviluppo?&amp;amp;#187;
Dopo anni di lotte giudiziarie, grazie anche all’intervento di associazioni umanitarie a difesa dei popoli tribali, proprio nel novembre del 2006, quando l’etnia san sembrava irrimediabilmente indirizzata alla fine, la Corte Suprema di Lobatse &lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/botswana/diario_di_viaggio_botswana_4377.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;LE TERRE DEI BOSCIMANI&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>BOTSWANA</category><pubDate>Sun, 04 Nov 2007 11:54:16 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/botswana/diario_di_viaggio_botswana_4377.ashx</guid></item><item><title>DA CAPE TOWN A KIMBERLEY, CAPE TOWN</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/sud africa/diario_di_viaggio_sud africa_4378.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/sud africa/diario_di_viaggio_sud africa_4378.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/4378/36833.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;SUD AFRICA, Africa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/sud africa/diario_di_viaggio_sud africa_4378.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;DA CAPE TOWN A KIMBERLEY&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>SUD AFRICA</category><pubDate>Sun, 04 Nov 2007 11:56:19 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/sud africa/diario_di_viaggio_sud africa_4378.ashx</guid></item><item><title>PAESAGGI DOLCI AMARI, SLIGO</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/irlanda/diario_di_viaggio_irlanda_4379.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/irlanda/diario_di_viaggio_irlanda_4379.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/4379/36848.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;IRLANDA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/irlanda/diario_di_viaggio_irlanda_4379.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;PAESAGGI DOLCI AMARI&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>IRLANDA</category><pubDate>Sun, 04 Nov 2007 12:04:09 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/irlanda/diario_di_viaggio_irlanda_4379.ashx</guid></item><item><title>La Valletta: calore mediterraneo e understatement anglosassone, La Valletta</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/malta/diario_di_viaggio_malta_2760.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/malta/diario_di_viaggio_malta_2760.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2760/22130.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;MALTA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Malta &amp;amp;#232; un avamposto strategico contro la diffusione della dottrina musulmana in Occidente, e proprio per questo diventa teatro di scontri cruenti. La battaglia pi&amp;amp;#249; famosa &amp;amp;#232; quella del 1565 che consacra definitivamente i Cavalieri di Malta nell&amp;#39;olimpo degli eroi. Forte Sant&amp;#39;Angelo, il cuore fortificato di Malta, viene assediato per mesi. Lo scontro &amp;amp;#232; impari: 40 mila giannizzeri armati contro 600 cavalieri agli ordini del gran maestro Jean de La Vallette. Sono mesi di orrore: da un lato i cavalieri catturati vengono crocifissi e buttati in mare, dall&amp;#39;altro i prigionieri musulmani vengono decapitati e le loro teste usate come munizioni per i cannoni. Eppure il coraggio e l&amp;#39;arte guerriera dei cavalieri riesce ad avere la meglio sullo sterminato esercito nemico. E non solo: nei 5 anni che seguono viene eretta una citt&amp;amp;#224; ricca e splendente, che diventer&amp;amp;#224; capitale dell&amp;#39;Isola. Il suo nome, ancora oggi &amp;amp;#232; La Valletta, in onore del maestoso condottiero. &lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/malta/diario_di_viaggio_malta_2760.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;La Valletta: calore mediterraneo e understatement anglosassone&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>MALTA</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 13:08:12 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/malta/diario_di_viaggio_malta_2760.ashx</guid></item><item><title>Serengeti National Park il regno degli animali , Seronera, Lake Ndutu, Mto-Wa-Mbu, Serengeti, Ngorongoro</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/tanzania/diario_di_viaggio_tanzania_2746.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/tanzania/diario_di_viaggio_tanzania_2746.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2746/21996.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;TANZANIA, Africa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/tanzania/diario_di_viaggio_tanzania_2746.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Serengeti National Park il regno degli animali &lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>TANZANIA</category><pubDate>Wed, 10 Jan 2007 19:09:54 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/tanzania/diario_di_viaggio_tanzania_2746.ashx</guid></item><item><title>Rift Valley e Masai Mara Reserve. , Nairobi, Nakuru, Masai Mara Reserve, Rift Valley, Masai Mara Reserve </title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/kenya/diario_di_viaggio_kenya_2734.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/kenya/diario_di_viaggio_kenya_2734.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2734/21836.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;KENYA, Africa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/kenya/diario_di_viaggio_kenya_2734.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Rift Valley e Masai Mara Reserve. &lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>KENYA</category><pubDate>Tue, 09 Jan 2007 19:08:05 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/kenya/diario_di_viaggio_kenya_2734.ashx</guid></item><item><title>Taipei 101, Taipei</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/taiwan/diario_di_viaggio_taiwan_2711.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/taiwan/diario_di_viaggio_taiwan_2711.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2711/21678.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;TAIWAN, Asia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 1&amp;amp;#176; gennaio 2005 &amp;amp;#232; stato inaugurato il grattacielo pi&amp;amp;#249; alto del mondo, una torre alta 508 metri, di vetro e acciaio, opera dell’architetto taiwanese C.Y. Lee. Si tratta del Taipei 101, dal numero dei piani di cui si compone l&amp;#39;edificio. A contribuire al primato c&amp;#39;&amp;amp;#232; pure un pezzo d&amp;#39;Italia, il Taipei 101 &amp;amp;#232; rivestito da cristalli verde/chiaro e 90mila tonnellate di acciaio fornite dal gruppo italiano Permasteelisa di Conegliano Veneto (Treviso). Sui 101 piani, trovano spazio uffici, ristoranti, ma soprattutto negozi, per lo pi&amp;amp;#249;, di lusso. All&amp;#39;ultimo piano aperto alle visite si pu&amp;amp;#242; ammirare il panorama sulla citt&amp;amp;#224;. Cos&amp;amp;#236; Taipei si arricchisce di una nuova attrazione turistica! 
Con i suoi 101 piani pari ad un’altezza di 508 metri, il Taipei 101 strappa il primato alle Petronas Tower di Kuala Lumpur (452 metri), diventando l’edificio pi&amp;amp;#249; alto al mondo. Ma non &amp;amp;#232; la sola ed unica supremazia. Infatti il grattacielo conquista anche quello dell’ascensore pi&amp;amp;#249; veloce, con una velocit&amp;amp;#224; pari a 60,48 km/h. Infine, forse il pi&amp;amp;#249; importante dei primati, &amp;amp;#232; quello relativo alla sicurezza, a partire da quella inerenti gli incendi per finire con quella riguardo il rischio terremoti. A tal proposito &amp;amp;#232; stato realizzato un sofisticato sistema di ammortizzatore con la funzione di stabilizzare le oscillazioni causate da possibili movimenti tellurici della crosta terrestre. Si tratta di una palla di ferro di 600 tonnellate sospesa a otto cavi. Tale massa sferica si pu&amp;amp;#242; anch&amp;#39;essa visitare.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/taiwan/diario_di_viaggio_taiwan_2711.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Taipei 101&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>TAIWAN</category><pubDate>Mon, 08 Jan 2007 18:00:27 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/taiwan/diario_di_viaggio_taiwan_2711.ashx</guid></item><item><title>Un paese dai mille volti, Hanoi, Bac-Ha, Cu Phuong, Tam Coc,  Halong, Titop Island , Vietnam del Nord</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/vietnam/diario_di_viaggio_vietnam_2741.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/vietnam/diario_di_viaggio_vietnam_2741.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2741/21931.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;VIETNAM, Asia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hanoi
Usciamo dall’hotel e siamo immediatamente catapultati nel caos del quartiere vecchio. Sui marciapiedi venditrici ambulanti, con in testa i tipici cappelli conici di paglia e le ceste a bilancia allestiscono improvvisate bancarelle intralciando il passaggio dei pedoni. Se si aggiungono, poi, i motorini e le biciclette parcheggiate e i banchi dei negozi camminare risulta davvero impossibile. Eppure se si vuole vivere l’essenza di un ultimo e ancora autentico angolo di Indocina, un vero e proprio passo indietro nel tempo, bisogna girare per questo dedalo di strade e viuzze che &amp;amp;#232; quartiere vecchio.
Lontano dalle strade affollate e piene di vita del centro si trova il Tempio della Letteratura fondato nel 1070. Si tratta di un raro esempio d’architettura vietnamita. In piazza Ba Dinh, invece, c’&amp;amp;#232; la meta di pellegrinaggio pi&amp;amp;#249; importante dell’intero Vietnam, ossia l’austero mausoleo di Ho Chi Minh che domina dall’alto della scalinata la grande piazza, vuota e spettrale, al cui centro sventola una grossa bandiera vietnamita. Ogni sera, al teatro, si pu&amp;amp;#242; assistere allo spettacolo delle marionette sull’acqua. Lasciare Hanoi senza aver visto questa fantastica espressione artistica, tipicamente ed unicamente vietnamita, sarebbe un reato.

Montagnards – H’mong fioriti
Il treno per Lao Cai parte dalla stazione di Hanoi alle 22.00 e impiega tutta la notte per coprire i 340 km del percorso. I binari seguono il corso del fiume Rosso e si snodano per impervi pendii. Il convoglio procede ad andatura molto, molto lenta. Questa &amp;amp;#232; la regione dei montagnards, il termine coniato all’epoca della dominazione francese si &amp;amp;#232; mantenuto ancor oggi e sta’ ad indicare i gruppi etnici (pi&amp;amp;#249; di 50) che vivono nel Vietnam del Nord, a ridosso del confine con la Cina e il Laos. Da Lao Cai col fuoristrada sono necessarie altre 2h30’ per raggiungere Can Cau la principale ragione per venire fin quaggi&amp;amp;#249;. Ogni sabato mattina si allestisce uno dei pi&amp;amp;#249; esotici mercati del Vietnam. Tale per la scenografica posizione in cui si tiene, nel bel mezzo di un’impareggiabile cerchia di montagne, e perch&amp;amp;#233; &amp;amp;#232; organizzato dall’etnia dei h’mong fioriti, le cui donne sono famose per i loro appariscenti vestiti multicolori. Indossano gonne e grembiuli ricamati con disegni floreali, un copricapo cilindrico e sfoggiano collane, orecchini e braccialetti d’argento. Nelle contrattazioni il denaro non sempre serve, resiste ancora l’antica usanza del baratto. Peperoncini rossi, distillato di riso e tabacco sono le merci pi&amp;amp;#249; vendute. Tra i banchi s’aggirano adolescenti che da noi sarebbero delle liceali e qui, invece, sono mamme ormai mature che portano sulle spalle, dentro ad una sorta di sacca, i propri bimbi.
Un trekking di quattro ore fino al villaggio di Ban Pho, nei dintorni di Bac Ha, permette di calarsi nella realt&amp;amp;#224; sociale e di osservare lo stile di vita dei h’mong fioriti. Tra le colline riecheggiano suoni antichi e rurali di persone che lavorano nei campi. Coltivano riso, grano e anche oppio. Sono molto ospitali e vedendovi arrivare, per strade raramente battute dai turisti, vi inviteranno ad entrare nella propria abitazione. A fine giornata la gente lascia i campi e ritorna a casa con una gerla piena sulle spalle.
Il mercato domenicale di Bac Ha, il principale della zona, &amp;amp;#232; preso d’assalto gi&amp;amp;#224; di buon mattino. Davanti ai negozi e alle bancarelle i venditori fanno colazione mangiando il pho bo, tagliolini di riso in brodo. Nella zona riservata allo scambio degli animali oltre a polli, maiali, buoi d’acqua, colpiscono i cuccioli di cane, la cui carne &amp;amp;#232; considerata una prelibatezza. Il mercato &amp;amp;#232; concitato, ma non frenetico.

I magici paesaggi Vietnamiti 
Dalla montagna si ridiscende in pianura, utilizzando questa volta la strada asfaltata n&amp;amp;#176;70 e non pi&amp;amp;#249; la ferrovia, per ammirare i classici paesaggi che pi&amp;amp;#249; identificano il Vietnam: la Pagoda dei Profumi e Tam Coc. 
Giunti al fondo della vallata, s’attraversano campi intensamente coltivati dove su un fazzoletto di terreno lavorano centinaia di persone, gomito a gomito, uomini occupati a guidare un rudimentale aratro trainato dai buoi e donne intente a rastrellare il campo. Sono contadini stipendiati dallo stato. Arrivati a My Duc una diramazione dalla strada principale porta a Ch&amp;amp;#249;a Huo’ng da dove in sampang, imbarcazione a remi, stretta e bassa, simile alla canoa, si parte alla volta della Pagoda dei Profumi, risalendo un braccio del fiume Song Day, in mezzo ad uno spettacolare paesaggio roccioso. I barcaioli sono rigorosamente donne, poich&amp;amp;#233; il governo Vietnamita ha riservato questo lavoro alle famiglie che hanno avuto padri, mariti o figli uccisi in guerra. Dopo circa 2 ore si lascia la barca e inizia il sentiero che porta in cima al monte. Lungo la salita s’incontrano altre pagode, ma &amp;amp;#232; l’altare buddista sulla vetta il luogo pi&amp;amp;#249; sacro oltre ad essere il pi&amp;amp;#249; bello dato che si trova in un’enorme caverna che si raggiunge dopo aver sceso una lunga scalinata… Ora che i sampang, sulla via del ritorno, si lasciano trascinare, ma solo appena, dalla tenue corrente, le donne martire remano senza fatica e sul fiume le conversazioni passano da una barca all’altra. Si sentono aleggiare i suoni di questa strana lingua di monosillabi. 
Prima di Tam Coc, una breve deviazione, conduce al parco di Cuc Phuong, inaugurato da Ho Chi Minh in persona nel 1963, l’ultima area vietnamita rimasta incontaminata, dove flora e fauna selvatiche si sono miracolosamente preservate. Percorrendo un circuito di 8 km si prova l’emozione di avventurarsi in una rigogliosa foresta tropicale, attanagliati dalla soffocante umidit&amp;amp;#224; e dagli incredibili suoni della selva. E se proprio non doveste vedere i gibboni, scimmie endemiche in via d’estinzione, si potranno osservare al Centro per il Soccorso dei Primati dove una volta tratti in salvo, vengono curati e preparati a reinserirsi nel loro ambiente naturale.
A Tam Coc si segue, ora di nuovo in sampang, avvolti da un panorama impareggiabile, il corso serpeggiante, questa volta, del fiume Ngo Dong che di tanto in tanto scompare sotto i grossi cucuzzoli verdastri che sono la caratteristica paesaggistica del luogo. Dappertutto emergono impressionanti guglie rocciose dal terreno, all’apparenza invalicabili, ma si superano passandovi sotto con l’imbarcazione. Qui i sampang, sono sospinti in modo curioso: le donne mezze sdraiate azionano i remi con i piedi.
Lungo la strada per Halong City, il minibus, attraversa distese sterminate di riso punteggiate da mille colori. Sono quelli dei vestiti delle donne impegnate nella raccolta, con in testa il caratteristico cappello a cono.

baia di Halong
Nella baia la geologia si &amp;amp;#232; sbizzarrita creando un surreale paesaggio marino costituito da migliaia di pinnacoli calcarei che emergono dalle acque, color smeraldo, del Golfo del Tonchino. Il panorama, unico al mondo, sembra frutto di un incantesimo. Noleggiando un imbarcazione, oltre all’opportunit&amp;amp;#224; di visitare stupefacenti grotte, rilassarsi a prendere il sole e fare infiniti bagni nelle calde acque del mar Cinese, man mano che si procede nell’esplorazione della baia s’incontrano veri e propri villaggi galleggianti. All’approssimarsi dei quali l’imbarcazione riduce la velocit&amp;amp;#224; per attraversarli senza pericoli. I bambini non giocano per strada, ma in acqua. I taxi non sono automobili, ma barche. Le case, la scuola, il benzinaio, tutto galleggia. Nella baia di Titop Island la luna &amp;amp;#232; un cerchio quasi perfetto sopra di noi, in questo mondo perduto sembra impossibile che appena 31 anni fa’ si combattesse una terribile guerra.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/vietnam/diario_di_viaggio_vietnam_2741.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Un paese dai mille volti&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>VIETNAM</category><pubDate>Wed, 10 Jan 2007 15:13:22 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/vietnam/diario_di_viaggio_vietnam_2741.ashx</guid></item><item><title>Da Kaam Samnor a Siem Reap via fiume., Phnom Penh, Siem Reap</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/cambogia/diario_di_viaggio_cambogia_2738.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/cambogia/diario_di_viaggio_cambogia_2738.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2738/21899.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;CAMBOGIA, Asia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vediamo sventolare una bandiera cambogiana sulla riva sinistra del Mekong questo significa che siamo al border di Kaam Samnor. La frontiera &amp;amp;#232; aperta da poco. Il Vietnam alle spalle, la Cambogia di fronte! Il Mekong s’allarga tanto che le sponde si distinguono appena. Proseguendo vediamo capanne sommerse fino ai tetti, incontriamo imbarcazioni piene zeppe di persone, alcune delle quali hanno la bandiera della croce rossa… ci mettiamo un po’, poi, finalmente, capiamo: il Mekong &amp;amp;#232; esondato. Il via vai di barche sono i soccorsi inviati alla popolazione alluvionata rimasta senza tetto. 
Continuando a risalire la corrente, il fiume, a poco a poco, rientra in quelli che sono i suoi argini naturali. In territorio cambogiano, apparentemente il paesaggio non cambia, i soliti bambini che sguazzano in acqua, donne e uomini ai remi che attraversano il fiume da una sponda all’altra, imbarcazioni che risalgono altre ridiscendono cariche di persone o mercanzia, ma i villaggi che punteggiano le rive sono assai pi&amp;amp;#249; miseri di quelli visti in Vietnam. In Cambogia s’avverte una maggiore povert&amp;amp;#224;.

Impiegheremo quasi un’intera giornata per raggiungere Phnom Penh, Visitiamo per prima il Tuol Sleng Museum il noto carcere “S – 21” all’interno del quale i khmer rossi del famigerato Pol Pot torturavano e uccidevano anche solo chi fosse sospettato d’idee antigovernative. Il carcere &amp;amp;#232; raccapricciante. Echi raggelanti provengono dai corridoi e dalle celle. Fisso con sgomento le foto dei civili con i corpi martoriati dalle crudeli torture. Rabbrividisco nel vedere le chiazze di sangue che ancora imbrattano i muri e gli strumenti utilizzati per procurare orribili dolori a quei poveracci fino ad indurli alla morte.
I supplizi patiti dai carcerati erano cos&amp;amp;#236; inumani che i prigionieri preferivano togliersi la vita buttandosi dalle finestre piuttosto di continuare a subire le pi&amp;amp;#249; pazzesche umiliazioni fisiche e morali che una mente umana possa immaginare. Pol Pot, per&amp;amp;#242;, pens&amp;amp;#242; anche a questo e fece recintare, con del filo spinato, corridoi, balconi e finestre per impedire i suicidi. Infine mi sento scorrere il freddo nelle ossa a leggere le motivazioni che indussero a tanto orrore: bastava essere intellettuali o, addirittura, portare semplicemente gli occhiali. Se fossi nato in Cambogia, anzich&amp;amp;#233; in Italia, portando gli occhiali sarei stato sicuramente una vittima del regime. I Khmer Rossi di Pol Pot rappresentano uno degli episodi pi&amp;amp;#249; tristi della storia dell’umanit&amp;amp;#224;! Quando nel 1979 l’esercito vietnamita entr&amp;amp;#242; nel carcere trov&amp;amp;#242; solo 7 persone vive. I morti sepolti in fosse comuni nei cortili. Il carcere degli orrori divent&amp;amp;#242;, nell’opinione pubblica mondiale, un grave scandalo ed oggi &amp;amp;#232; diventato il simbolo della follia umana di Pol Pot. L’UNESCO, penso, debba inserire nella lista del patrimonio dell’umanit&amp;amp;#224; il “carcere S – 21”, come uno di quei luoghi che testimoniano i tanti genocidi perpetrati dall’uomo, affinch&amp;amp;#233; l’umanit&amp;amp;#224; intera, non importa di che religione o razza, s’interroghi sui millantati valori morali e civili conquistati. 
La preferenza attribuita al carcere “S – 21”, purtroppo, ci costa la visita alla Pagoda d’Argento, peccato non vedere le 5000 piastre d’argento che contiene. Ci immergiamo, allora, nella vita animata della piazza antistante il palazzo Reale, oggi particolarmente frenetica trattandosi di un giorno festivo. La gente viene qua per riunirsi, gli uomini per discutere, le donne a passeggiare e i bambini per giocare. La Cambogia sembra stia faticosamente cercando una dimensione di vita normale dopo le scelleratezze di Pol Pot e dei khmer rossi.
Strada facendo arriviamo al Wat Phom, che l’imbrunire rende suggestivo per via delle candele votive accese lungo il percorso d’accesso al tempio. Sulla collina vivono parecchie scimmie, le s’incontra fin quasi alla porta d’ingresso. Il tempio &amp;amp;#232; vuoto ad eccezione di tre monaci buddisti, vestiti con la tunica arancione e con la testa rasata.
All’uscita dal tempio, ma in realt&amp;amp;#224; in tutta la Cambogia, mendicanti, vittime delle mine, ci chiedono l’elemosina. In Cambogia basta un passo sbagliato in mezzo alla campagna e si rischia di restare storpi per tutta la vita. Le persone mutilate dalle mine non sono considerate dal governo vittime di guerra e quindi non possono contare su alcun sussidio statale, impieghi o alcun che minimo riconoscimento.
Una corsa al mercato di Psar Thmei che ricorda uno ziggurat babilonese a fare acquisti e, poi, cena. La consumiamo al Goldfish River Restaurant. La serata inizia in maniera idilliaca. Con la luna piena, mangiamo, su di una balconata in riva al Mekong, ogni sorta di pesce, ma prima il vento, poi la pioggia, rovinano l’incanto. Typhoon, urla il proprietario invitandoci ad entrare. Ritornati all’hotel, al bar due coppie attirano la nostra attenzione. Si tratta di due anziani, grossi e grassi uomini occidentali, insieme a due giovani, piccole e magre ragazze cambogiane. E’ evidente di quale compagnia si tratta.

Di buon mattino al porto ci imbarchiamo sul battello diretto a Siem Reap. Lasciamo definitivamente il Mekong per l’affluente Tonl&amp;amp;#233; Sap e l’omonimo lago. La vita sulle sponde del Mekong che finora ci aveva accompagnato nel corso della nostra risalita verso nord, ora sul Tonl&amp;amp;#233; Sap, man mano che ci s’inoltra, diventa pi&amp;amp;#249; rara e le rive pi&amp;amp;#249; desolate. Presso Udong vediamo gli ultimi segni di civilt&amp;amp;#224;. All’orizzonte si stagliano, sulle creste montuose, templi bianchissimi che sembrano avere per la loro posizione e grandiosit&amp;amp;#224; una rilevante sacralit&amp;amp;#224;. Il fiume, - strano, ma vero - in questo periodo dell’anno, a causa dell’abbondanza d’acqua, scorre all’indietro verso il bacino lacustre anzich&amp;amp;#233; verso il Mekong. All’approssimarsi del lago, poi, le coste s’allontano fino a non vedersi pi&amp;amp;#249; e per un’ora circa sembrer&amp;amp;#224; di navigare in mare aperto. Prima di sbarcare a Phnom Krom il nostro piccolo battello riduce sensibilmente la velocit&amp;amp;#224; per attraversare questa vera e propria citt&amp;amp;#224; galleggiante. Qui i bambini non giocano per strada, ma in acqua. I taxi non sono automobili, ma canoe. Le case, la scuola, il piccolo museo, il benzinaio sono edificati su barche o palafitte. 

Siamo arrivati alla meta finale del nostro viaggio, i templi di Angkor, antica capitale del regno Khmer, proprio nel cuore della Cambogia. Pochi luoghi al mondo stregano come queste rovine in parte sopraffatte dalla giungla. Angkor non &amp;amp;#232; soltanto un sito archeologico che rinchiude centinaia di templi, ma &amp;amp;#232; un luogo unico che ammalia e fa’ perdere il senso della realt&amp;amp;#224;. Ad ognuno di noi ha trasmesso emozioni diverse: ci ha catturato, sorpreso e allontanato per un giorno intero dal viaggio e dalla civilt&amp;amp;#224;.
L’appuntamento &amp;amp;#232; al sorgere del sole presso l’ingresso di Angkor Wat. Vi giungiamo in bicicletta. Il tempio &amp;amp;#232; riverente, si ha l’impressione di varcare qualcosa di proibito, e quando Angor Wat appare &amp;amp;#232; come una presenza viva e non un palazzo di pietre. L’incanto &amp;amp;#232; completato dall’armonia della brezza dell’alba e dai suoni arcani della foresta. 
Ad Angkor Thom si ha, invece, l’impressione di entrare in un sito archeologico appena scoperto per via dei suoi monumenti nascosti nella foresta. Un silenzio tombale aleggia nell’aria umida e puzzolente di muffa. I monumenti emergono a fatica, ma sontuosi, dalle radici degli alberi.
Giunti al Bayon un non so che di misterioso ci rapisce. Sono i profili dei giganteschi volti impietriti delle facce che lo costituiscono, le quali s’irradiano tutt’intorno moltiplicandosi infinite e infinite volte quasi a voler simboleggiare l’eternit&amp;amp;#224;. La luce del sole sta per cedere la scena alle ombre della sera e l’enormi facce ultraterrene sembrano bisbigliare tra loro in un linguaggio antico e in uno spazio che pare al di l&amp;amp;#224; del tempo. 
Angkor… La magia &amp;amp;#232; compiuta!&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/cambogia/diario_di_viaggio_cambogia_2738.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Da Kaam Samnor a Siem Reap via fiume.&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>CAMBOGIA</category><pubDate>Wed, 10 Jan 2007 09:40:48 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/cambogia/diario_di_viaggio_cambogia_2738.ashx</guid></item><item><title>La via della seta: Khiva, Bukhara, Samarkanda, Khiva, Bukhara, Samarcanda</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/uzbekistan/diario_di_viaggio_uzbekistan_2726.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/uzbekistan/diario_di_viaggio_uzbekistan_2726.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2726/21810.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;UZBEKISTAN, Asia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;KHIVA
Arriviamo, accompagnati da una stupenda giornata di sole, l’otto di marzo, nel giorno della festa delle donne che qui in Uzbekistan &amp;amp;#232; tanto importante da essere un giorno festivo. - L’emancipazione femminile si &amp;amp;#232; affermata - e da quella svolta epocale &amp;amp;#232; consuetudine bruciare mucchi di cador …certo tutt’altra realt&amp;amp;#224; rispetto il confinante Afghanistan. Aggirandoci tra la citt&amp;amp;#224; incontreremo tante donne, soprattutto giovani, vestite in maniera elegante e tutte desiderose di farsi fotografare in nostra compagnia. Dato il periodo di bassa stagione ci sono pochi turisti e di conseguenza siamo spesso fermi per accontentarle. Le bimbe portano il tiubetejka, il tipico copricapo ornato di monetine. Il nostro giro avviene esclusivamente dentro le mura della citt&amp;amp;#224; vecchia, ossia dell’Ichon-Qala. I bambini che ci vivono girano per le vie incustoditi senza alcun controllo da parte degli adulti. Si divertono nelle maniere pi&amp;amp;#249; disparate, ma il gioco preferito sembra essere quello di farsi scivolare gi&amp;amp;#249; dalle mura, come se queste fossero un grande scivolo. Non appena vedono un turista gli corrono incontro, i pi&amp;amp;#249; grandi per vendere qualcosa, i pi&amp;amp;#249; piccoli per chiedere bon bon e pen!
- Khiva vecchia &amp;amp;#232; una citt&amp;amp;#224; nella citt&amp;amp;#224; - basti pensare che gli abitanti possono sposarsi solo tra loro. Infatti, chi sposa una persona non residente all’interno delle mura &amp;amp;#232; costretto a lasciare la citt&amp;amp;#224; ed andare a vivere al di fuori. La citt&amp;amp;#224; vecchia &amp;amp;#232; un museo a cielo aperto! Non &amp;amp;#232; stata penetrata dall’architettura tipica del regime sovietico rimanendo cos&amp;amp;#236; un’autentica citt&amp;amp;#224; centro asiatica. Ci addentriamo, quindi, nell’Ichon-Qala percorrendo i suoi vicoli tortuosi per tutto il giorno, visitando minareti, madrase, palazzi e moschee fino al calar del sole quando sulla sommit&amp;amp;#224; del minareto d’Islom-Huja, da dove si gode una vista superba, Khiva, alla luce del tramonto, sembra davvero la pi&amp;amp;#249; bella citt&amp;amp;#224; del mondo. 
BUKHARA
Prima di entrare in citt&amp;amp;#224; visitiamo il complesso di Chor-Bakr i cui due imponenti edifici, la moschea del venerd&amp;amp;#236; e la khanaka, si elevano visibili gi&amp;amp;#224; da lontano. Una sorta di anteprima di quanto ci proporr&amp;amp;#224; Bukhara.
Ecco quanro scrissero i fratelli Polo della citt&amp;amp;#224;.
“[…] si arriva a una citt&amp;amp;#224; chiamata Bukhara, che &amp;amp;#232; grande e nobile molto. Quivi &amp;amp;#232; un mercato ove fanno capo tutte le costose merci dell’India e della Cina, con molte pietre preziose, con molti tessuti grossi e buoni, vi sono inoltre abbondanti spezie. C’&amp;amp;#232; insomma in quel luogo un tale via vai di merci che &amp;amp;#232; una cosa meravigliosa a vedersi. In ogni giorno di mercato tutte le piazze sono riboccanti di uomini. Si spaccia ogni cosa. I mercanti sono numerosi e le merci abbondanti. […]”
Bukhara &amp;amp;#232; rimasta la stessa di quel tempo!
Gironzolando per la citt&amp;amp;#224; vecchia ci s’imbatte in un vero e proprio groviglio di vicoli commerciali e minibazar. Nei caratteristici mercati coperti (i Taqi) minuscole botteghe s’aprono in angusti spazi al cui interno gli artigiani lavorano in penombra. Nei cortili, d’incomparabile bellezza delle madrase, oltre ai piccoli negozi, si svolgono giornalieri mercati. In tutti gli angoli delle piacevoli melodie orientali si diffondono, da chiss&amp;amp;#224; dove, e accompagnano i nostri convulsi acquisti per comprare uno dei famosi tappeti Bukhara. Aggirandoci tra un bazar e una madrasa, tra una piazza e una moschea, siamo rincorsi di continuo da bambini, monelli come i ragazzi della Via Pal, buttati anzitempo nel vortice della vita affinch&amp;amp;#233; imparino il lavoro. Ci corrono dietro fino a quando non concludono qualche vendita, appioppandoci qualsiasi cianfrusaglia. Dal punto di vista architettonico la zona pi&amp;amp;#249; bella &amp;amp;#232; quella della piazza dove si trovano il minareto di Kalon, la moschea di Kalon e la madrasa di Mir-i-Arab, quest’ultima, attiva ancor oggi, &amp;amp;#232; un’importante scuola coranica. Proseguendo la visita giungiamo alla fortezza che colpisce per le sue alte mura, ma il cui interno &amp;amp;#232; ormai in rovina. Infine, alle prigioni, (Zindon) non si pu&amp;amp;#242; fare a meno di indignarsi di fronte alle foto delle torture subite dai prigionieri e raccapricciarsi alla vista dell’orrendo pozzo infestato di scarafaggi e di cimici allevate appositamente per torturare i prigionieri. In questo pozzo furono rinchiusi e languirono Stoddart e Conolly. 
Facciamo ritorno sulla piazza di Lyab-Hauz caratteristica per l’enorme vasca d’acqua che vi si trova e per i tre palazzi che vi s’innalzano: la madrasa di Nadir Divanbegi, la khanaka e la madrasa di Kukeldash. Presso la statua del saggio folle degli anziani giocano a domino, l’atmosfera e tale e quale a quella di un’aggregazione di nostri anziani quando giocano alle bocce. Siamo arrivati da appena un giorno e due persone ci fermano per strada chiedendoci di Cris. Tutta Bukhara, data l’assenza di turisti, sa della nostra presenza in citt&amp;amp;#224;. Specie dopo aver girato tutti i negozi del centro in cerca dei viveri e degli ingredienti giusti per far assaporare, per quanto possibile, una vera cena italiana. Indispensabili la pasta e il sugo, ma questi li abbiamo portati direttamente da casa. L’hotel Amelia, di cui siamo ospiti, diventa almeno per una sera il miglior ristorante italiano, se non l’unico, di tutta Bukhara. Ci fanno compagnia Shuhrat, il suo amico Mansour e Back, il proprietario dell’hotel. Bach non &amp;amp;#232; il suo vero nome, ma &amp;amp;#232; cos&amp;amp;#236; ribattezzato da noi per via del suo impronunciabile nome uzbeko. Conosce in qualche maniera l’italiano, almeno quello che ha imparato guardando Rai sat.
SAMARCANDA
La sua mitica risonanza, resa immortale da poeti, scrittori e viaggiatori, &amp;amp;#232; forse unica al mondo. Samarcanda richiama alla mente la “via della seta” come nessun’altra citt&amp;amp;#224; asiatica e pi&amp;amp;#249; di ogni altra citt&amp;amp;#224; al mondo richiama alla mente il viaggio.
La fama della citt&amp;amp;#224; &amp;amp;#232; legata a quella di Timur lo zoppo, cio&amp;amp;#232; Tamerlano, il quale nacque a Kech, a pochi chilometri da Samarcanda, nell’aprile del 1336. Tamerlano, poi, nel 1369, la scelse come capitale del suo regno.
Quando arriviamo ci assale una sensazione strana, quella di visitare una citt&amp;amp;#224; leggendaria, ma nota solo per la magia del suo nome e in realt&amp;amp;#224; del tutto sconosciuta. Dal primo impatto s’intuisce subito per&amp;amp;#242; che Samarcanda non &amp;amp;#232; pi&amp;amp;#249; quella mitica di un tempo. Piove a dirotto decidiamo cos&amp;amp;#236; di tralasciare la visita della citt&amp;amp;#224; a domani sperando in un miglioramento del tempo. Shuhrat ci accompagna a visitare una fabbrica di tappeti. Le operaie che vi lavorano sono giovanissime hanno i capelli raccolti e alcune un foulard sul capo. Si destreggiano tra fili invisibili con una velocit&amp;amp;#224; impressionante e durante la tessitura stanno inginocchiate davanti ai telai, chiacchierano e scherzano tanto che sembra si trovino qui per piacere e non per dovere. 
Il giorno seguente la giornata uggiosa non offusca affatto il “Registan”. Piazza Registan &amp;amp;#232; superba con tre dei suoi quattro lati occupati dalle madrase d’Ulug-Beg, di Shir Dar e Tilla-Kari. La simmetria delle facciate e l’eleganza delle proporzioni, insieme alle mattonelle smaltate verdi e blu, creano un’apoteosi di colori. I motivi geometrici sono solo parzialmente interrotti dai mosaici della facciata della madrasa di Shir Dar su cui &amp;amp;#232; rappresentato un animale, una sorta di leone. Ovunque, poi, motivi decorativi riproducono frasi in caratteri arabi, raffinati mosaici e arabeschi.
Samarcanda &amp;amp;#232; il Registan e il Registan &amp;amp;#232; Samarcanda, i fragori della leggendaria citt&amp;amp;#224; sono rinchiusi tutti qui.
Ripercorrere la “via della seta” agli inizi del terzo millennio significa ritornare con la memoria alle formicolanti citt&amp;amp;#224; di Khiva, Bukhara, Samarcanda, ai costumi e agli usi di popoli diversi, ma soprattutto a riassaporare la cultura del regno di Tamerlano.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/uzbekistan/diario_di_viaggio_uzbekistan_2726.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;La via della seta: Khiva, Bukhara, Samarkanda&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>UZBEKISTAN</category><pubDate>Tue, 09 Jan 2007 15:39:34 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/uzbekistan/diario_di_viaggio_uzbekistan_2726.ashx</guid></item><item><title>La via della seta:Kizil-Kum Desert, Nurata, deserto del Kizil-Kum</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/uzbekistan/diario_di_viaggio_uzbekistan_2727.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/uzbekistan/diario_di_viaggio_uzbekistan_2727.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2727/21961.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;UZBEKISTAN, Asia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marco Polo nel Milione descrisse quelle civilt&amp;amp;#224; lontane, scoprendole e rivelandole, per la prima volta, all&amp;#39;Europa. Fino allora l’Occidente aveva limitato la storia del mondo ignorando queste culture, diverse ma non per questo meno civilizzate. Svaniva, cos&amp;amp;#236;, la convinzione di coloro che pensavano di aver scritto la storia del loro piccolo mondo con la convinzione di scrivere la storia del mondo. 
Dal punto di vista storico la “via della seta” &amp;amp;#232; stata una via di scambi culturali prima ancora che commerciali. Il termine fu coniato alla fine del XIX secolo dal geografo F. von Richthofen, il quale, con il nome “via della seta”, intendeva determinare l’insieme dei percorsi che collegavano la Cina all’Occidente. Seta perch&amp;amp;#233; fu proprio il prezioso e costoso tessuto a permettere che gli scambi commerciali, ma soprattutto culturali, medicinali e scientifici, cominciassero a fiorire.
Nel passato la “via della seta” era percorsa oltre che per motivi commerciali da avventurosi esploratori, oggi, invece, lo &amp;amp;#232; solo per fini turistici: l&amp;#39;aspetto commerciale non esiste pi&amp;amp;#249; sarebbe un’assurdit&amp;amp;#224;, ma non c’&amp;amp;#232; meno voglia di avventura di un tempo, …anzi. Il viaggio evolve, s&amp;amp;#236; evolve, perch&amp;amp;#233; l’incognito che esiste ancora, e sempre esister&amp;amp;#224;, a differenza di quanto accadeva nell’antichit&amp;amp;#224; costituisce sempre meno una minaccia e sempre pi&amp;amp;#249; un’opportunit&amp;amp;#224;.

Il nostro viaggio inizia alla frontiera di Shavat dove troviamo ad aspettarci Shuhrat, la nostra guida Uzbeka. Saliamo sul veicolo opportunamente noleggiato, un Volkswagen Transpotter, e dopo settanta chilometri siamo a Khiva.
 
KIZIL-KUM DESERT
L’indomani ci spetta “l’attraversata” del Kizil-Kum Desert. Un tempo il termine era quanto mai appropriato. Le carovane per superarlo impiegavano parecchie giornate di viaggio seguendo la stella polare di notte, il sole di giorno e la bussola col cattivo tempo. Oggi, invece, grazie alle buone condizioni della strada A380, che unisce Khiva a Bukhara, ci s’impiega non pi&amp;amp;#249; di sette ore per attraversare i quasi 500 km d’asfalto che s’incuneano rettilinei nel deserto. Durante il tragitto ci fermiamo tre volte. La prima, subito dopo Urgench, per consumare un fugace pranzo di pesce alla brace, pescato nelle acque dell’Amu-Darya, il fiume divenuto famoso riguardo al disastro del Lago d’Aral. Una seconda volta quando incontriamo una mandria di montoni pascolare proprio in mezzo alla sede stradale. L’ultima in un posto di blocco della polizia. Qui incappiamo in funzionari disonesti e abbiamo modo cos&amp;amp;#236; di sperimentare la famigerata corruzione cui &amp;amp;#232; soggetta la polizia uzbeka. Per proseguire siamo costretti a lasciare una bustarella di 200 sum.
Durante il lungo viaggio Shuhrat ci racconta la propria cerimonia nuziale. Come avveniva da noi, in Uzbekistan, sono ancora le famiglie a decidere i consorti dei propri figli. La dote dell’uomo consiste in un cammello, due pecore, un sacco di patate, uno di farina e uno di zucchero. Veniamo cos&amp;amp;#236; a conoscenza delle usanze dei matrimoni uzbeki, o meglio della Valle di Fergana, dalla quale Shuhrat proviene essendo nato a Margilan. La nostra curiosit&amp;amp;#224; ci spinge ad intraprendere discorsi pi&amp;amp;#249; impegnati come quello sulla condizione della donna e sulla situazione politica. Alle donne &amp;amp;#232; impedito fare certi lavori e nelle cose pubbliche le loro idee sono riconosciute, solo in parte, e solamente all’interno dell’ambito familiare. Facile da intuire che le donne della Valle di Fergana sono socialmente arretrate! Shuhrat afferma quasi con fierezza la completa sottomissione della moglie. L’adulterio, per esempio, &amp;amp;#232; ancor oggi punito, a ragione, secondo Shuhrat, con la lapidazione. Il Fergana, penso, per fortuna, &amp;amp;#232; una realt&amp;amp;#224; anacronistica rispetto al resto dell’Uzbekistan.
Nel delicato argomento politico Shuhrat dice di odiare il governo Uzbeko che schiaccia la Valle di Fergana. Il governo riesce a garantire il controllo solo con la forza. Parla di violazioni dei diritti dell’uomo e di assenza di democrazia. Esalta la Valle di Fergana, epicentro del fondamentalismo mussulmano, la sola e unica minaccia al potere del presidente Karimov. I discorsi di Shuhrat mi trasmettono inquietudine e mi fanno tornare alla mente la strage della scuola di Beslan, poich&amp;amp;#233; il commando, composto di una trentina di uomini, comprendeva oltre a ceceni anche uzbeki. 
 
CAMPO NEL KIZIL-KUM DESERT
Lasciamo Bukhara, ma anzich&amp;amp;#233; puntare direttamente su Samarcanda, a Nurata, ci dirigiamo a nord verso il lago Aidarkul, nei cui pressi hanno montato il campo di yurte che ci ospiter&amp;amp;#224;. 
In questo luogo abbandoneremo per un giorno la civilt&amp;amp;#224;. Scovarlo non &amp;amp;#232; stato facile. Le yurte, tende circolari costituite da un telaio in legno e ricoperte di feltro, sono da sempre rifugio dei nomadi del Kizil-Kum. Un tempo lo erano tanto d’inverno quanto in estate, oggi soltanto pi&amp;amp;#249; nella bella stagione. Le yurte invernali sono ormai rare nel Kizil-Kum Desert. Le prime solitamente vengono montante all’inizio della primavera.
Il luogo &amp;amp;#232; sorprendentemente verde, la pioggia, la poca che cade proprio in questo periodo dell’anno, ha ingentilito il paesaggio ricoprendo il terreno sabbioso da un insolito strato d’erba. Il fenomeno &amp;amp;#232; visibile soltanto a marzo e aprile, per via del clima: rigido d&amp;#39;inverno e torrido d&amp;#39;estate. Qui la vita non deve essere facile in nessun periodo dell’anno. La yurta &amp;amp;#232; un ambiente unico, illuminato da una lampada a petrolio, con il pavimento interamente coperto di tappeti ed &amp;amp;#232; tutto. Stendiamo i nostri sacchi a pelo sui materassi adagiati per terra, sopra almeno tre strati di coperte. Non lontano dal campo pascolano enormi cammelli pelosi con grandi gobbe che sembrano scoppiate. I cammelli non sono usati solo per il trasporto, ma per ricavare latte, carne e pelli. Il cammello &amp;amp;#232;, come in ogni altro deserto, una vera forza. 
Usciamo a fare un’escursione non tanta per il giro in s&amp;amp;#233; quanto per non deludere le insistenze del nomade di cui siamo ospiti. L’anziano uomo sella due dei cammelli che sembravano pascolare allo stato brado che evidentemente selvaggi non sono. Fatti opportunamente inginocchiare per poterli montare saliamo sulla sella costituita da un tappeto, dalle cui cinghie pendono dei pom pom. Tirando le briglie, attraverso un chiodo di legno infilato nel naso, si trasmettono i comandi che si vogliono dare al cammello in modo da poterlo governare. Sul deserto soffia un vento freddo. Il sentiero solca un percorso sempre uguale che la pioggia di qualche ora prima ha indurito. Il cammello procede lento tra la pista di sabbia e i cespugli. Durante la marcia geme e digrigna i denti, lanciando rauchi urli. Rientriamo al campo congelati.
I nomadi sono fieri di essere uomini liberi, hanno valori arcaici, ma non aspettatevi niente di esotico… ormai sono vestiti come noi. Dopo aver consumato la cena si discute e si beve vodka, tutti insieme, davanti al fuoco. I secchi rami di aryk bruciano sollevando enormi fiamme, mentre un uomo imponente suona con inaspettata grazia un dutar (chitarra a due corde). Alcuni accompagnano la musica con strani movimenti mimici assai espressivi. Il momento &amp;amp;#232; quello giusto per provare il “Noz” tabacco finemente tritato, mescolato a volte con spezie e cenere, ma soprattutto tagliato con l’oppio. La poltiglia verde posta sotto la lingua si scioglie, cos&amp;amp;#236; gli ingredienti attivi passano nel sistema circolatorio.
La vodka e neppure il noz mi distolgono dal piacere della musica e della splendida serata intorno al fuoco a ballare e parlare, fino a quando una tenue fiamma illumina il buio del deserto.
Durante la notte una forte pioggia mi sveglia e sento, dall’interno della yurta, in lontananza, i latrati dei cammelli. Una strana sensazione mi assale, simile a quella di trovarsi al sicuro dentro casa quando scoppia un forte temporale estivo.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/uzbekistan/diario_di_viaggio_uzbekistan_2727.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;La via della seta:Kizil-Kum Desert&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>UZBEKISTAN</category><pubDate>Tue, 09 Jan 2007 16:29:20 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/uzbekistan/diario_di_viaggio_uzbekistan_2727.ashx</guid></item><item><title>Ashgabad nell&amp;#39;era del Ruhnama, Ashgabad, Ashgabad</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/turkmenistan/diario_di_viaggio_turkmenistan_2641.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/turkmenistan/diario_di_viaggio_turkmenistan_2641.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2641/21383.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;TURKMENISTAN, Asia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domenica 5 marzo, alle tre del mattino, arriviamo ad Ashgabat, non come gli antichi viaggiatori dopo mesi di viaggio inenarrabili per via dei pericoli scampati e delle mille peripezie superate, ma con un comodo volo aereo partito sette ore prima da Milano. Tuttavia un po’ di apprensione l’abbiamo, quando esplichiamo le operazioni doganali. Ottenere il visto d’ingresso dall’Italia &amp;amp;#232; impossibile data la mancanza di rappresentanze diplomatiche Turkmene nel nostro paese. Ci presentiamo cos&amp;amp;#236; muniti soltanto di un’apposita lettera d’invito del tutto incomprensibile perch&amp;amp;#233; scritta in cirillico. Un funzionario della dogana ci chiede il passaporto e l’invito. Vediamo i nostri documenti passare di mano in mano e da un ufficio all’altro, speriamo per pi&amp;amp;#249; di un’ora che sia tutto a posto. Per fortuna lo &amp;amp;#232;: entriamo in Turkmenistan!
L’impatto notturno con Ashgabat &amp;amp;#232; sbalorditivo. All’uscita dall’aeroporto la notte ci avvolge, il cielo &amp;amp;#232; nero fondo, ma diventa striato di bianco dopo pochi chilometri, al profilarsi della citt&amp;amp;#224;, e una galassia di luci quando siamo in centro. Non si tratta di stelle, ma di potentissimi fari che illuminano a giorno faraonici palazzi e fantasiosi monumenti. L’inatteso spettacolo ci affascina e disincanta, difficile da capire, …magari domani alla luce del giorno. Andiamo a dormire e, con ancora il ronzio dei motori dell’aereo nelle orecchie, ci domandiamo: cosa ci si pu&amp;amp;#242; aspettare dalla capitale di questa dimenticata repubblica centro asiatica, ubicata in mezzo al deserto? Nulla, sarebbe l’ovvia risposta, se non fosse per la personalit&amp;amp;#224; del suo primo cittadino, come avremo modo di scoprire l’indomani.
Ashgabat rispecchia l’eccentrico temperamento del presidente Niyazov, padre e padrone della nazione, nominato eroe del popolo Turkmeno dal Parlamento. Accanto ai sontuosi, quanto inutili, palazzi e monumenti, sparsi per tutta la citt&amp;amp;#224;, &amp;amp;#232; possibile leggere a caratteri cubicali la sinistra iscrizione, di hitleriani ricordi, “Halk, Watan, Turkemenbashi” ossia “Popolo, Nazione ed Io”. I ritratti di Niyazov capeggiano dappertutto cos&amp;amp;#236; come la pubblicit&amp;amp;#224; propagandistica del Ruhnama, “il libro dello spirito” scritto dallo stesso Niyazov la cui introduzione &amp;amp;#232; pi&amp;amp;#249; che sufficiente ad inquadrare il personaggio. 
&amp;amp;#171;Mia cara Nazione Turkmena! 
Siete il significato della mia vita e fonte della mia resistenza. Vi auguro una vita sana e forte.
Questo libro, “Ruhnama”, scritto con l&amp;#39;aiuto dell&amp;#39;ispirazione trasmessa al mio cuore dal Dio che ha generato questo meraviglioso universo, io scrivo.&amp;amp;#187;
Dopo il pauroso terremoto del 6 ottobre 1948 che caus&amp;amp;#242; la morte di 110.000 persone e gli anni bui del regime sovietico, oggi Ashgabat rivive e giorno dopo giorno cerca una sua nuova identit&amp;amp;#224;, almeno agli occhi dello straniero, a discapito, per&amp;amp;#242;, della popolazione. La citt&amp;amp;#224; cambia continuamente volto per via delle tante opere fatte costruire. Le aree demolite per far spazio a queste grandi opere sono costate la distruzione di centinaia di case e il conseguente sfratto di migliaia di persone. Oggi ad abitazioni quasi in rovina si alternano edifici nuovi o in via di costruzione, alcuni dei quali hanno anche un certo fascino architettonico, come pu&amp;amp;#242; essere “l’Arco della Neutralit&amp;amp;#224;”. Sulla sommit&amp;amp;#224; si trova una statua di Niyazov, ricoperta d’oro, alta 12 metri e con le braccia tese verso il sole, che gira in base al percorso dell’astro. Cosa dire, poi, dei palazzi di piazza dell’Indipendenza tra cui svetta quello di “Turkmenbashi”, con la cupola d’oro, e della “moschea di Azadi” ad imitazione della moschea Blu di Istanbul? L’insieme che ne scaturisce &amp;amp;#232; qualcosa di anacronistico. Il luogo comune di citt&amp;amp;#224; in mezzo al deserto resiste malgrado le infinite fontane fatte costruire e i tanti verdissimi giardini, oggi un segno indelebile all’interno del paesaggio cittadino. Ad Ashgabat si trova la fontana pi&amp;amp;#249; grande del mondo una vera e propria piramide alta 70 metri sui cui fianchi precipitano fragorose cascate. Chi allora verr&amp;amp;#224; per la prima volta ad Ashgabat sar&amp;amp;#224; costretto a ricredersi in quanto non trover&amp;amp;#224; una citt&amp;amp;#224; in mezzo al deserto. In alcuni periodi dell’anno si possono addirittura ammirare le cime innevate del Kopet Dag al confine con l’Iran. Una chicca, proprio dietro il nuovo Teatro Nazionale, su di un plinto tipicamente centro-asiatico troneggia ancora, nel centro della piazza, una delle ultime statue di Lennin rimaste in piedi dopo lo smembramento dell’Unione Sovietica. …fino a quando? Chiss&amp;amp;#224;? 
Prima di lasciare Ashgabat cerchiamo invano di cambiare, ma le banche chiuse ci costringono a servirci del cambio in nero. Troviamo in un giovane, dallo sguardo furbo e spavaldo, l’uomo che fa per noi. Costui entra nel cortile di un palazzo e a un suo semplice fischio vediamo volare da un balcone un sacchetto pieno zeppo di mazzette di manat. Nei quartieri periferici, infine, i palazzi sono tutti uguali e assomigliano a tanti alveari, per via della moltitudine d’antenne paraboliche montate sui balconi o alle finestre. Il motivo &amp;amp;#232; semplice: ad Ashgabat non esistono i cinematografi allorch&amp;amp;#233; Niyazov ha dichiarato i films non facenti parte dell’arte Turkmena. La vita notturna &amp;amp;#232; quasi inesistente. I pub di tendenza si contano sulle dita di una mano e sono ravvivati solo in rare occasioni, quando suona qualche complesso locale, ma alle undici tutto finisce. I locali chiudono. Per quanti vogliono continuare la serata, non resta che infilarsi in una delle tre discoteche della citt&amp;amp;#224; che dispongono di particolari licenze per tirare avanti fino all’alba.
Ecco la scorza, a nostro parere, di questa megalomane capitale che potremmo enfaticamente definire un guasto alla modernit&amp;amp;#224; e che conserva per certi versi molti aspetti del suo passato sovietico.
Alla periferia nord della capitale, dopo appena qualche chilometro, si &amp;amp;#232; gi&amp;amp;#224; in pieno deserto. Su uno spiazzo, riconoscibile per via delle centinaia d’automobili, furgoni e bus parcheggiati, si tiene tutte le domeniche mattina il mercato di Tolkuchka definito – l’ultimo angolo di un brulicante mondo asiatico che fu –. Migliaia di volti lo percorrono, infinite mercanzie lo ravvivano e una moltitudine di tinte lo colorano. 
Vi giungiamo intorno alle nove, quando l’intensa attivit&amp;amp;#224; commerciale &amp;amp;#232; nel pieno del suo fervore. L’abbondanza dei prodotti fa’ si che il mercato sia un punto d’incontro molto animato. Parcheggiamo il nostro Nissan Terrano, un vero gioiello, in mezzo alle vecchie Lada 2107, quindi risaliamo la via che conduce verso l’arco della porta d’entrata. E se qui la ressa &amp;amp;#232; tale da impedire il cammino, oltrepassato l’ingresso &amp;amp;#232; ancora peggio. Al di fuori dell’immensa aerea recintata del bazar incontriamo donne accovacciate che vendono le proprie mercanzie appoggiandole per terra, su fogli di giornale. Si succedono improvvisate bancarelle, la maggior parte delle quali costituite di grandi mucchi di cipolle, che in Turkmenistan sono di tutti i colori, bianche, verdi, rosse, poi, a perdita d’occhio venditori di carote, pomodori, verdure, spezie e vere e proprie distese di ricambi d’auto. 
Di l&amp;amp;#224; della porta, a sinistra, c’&amp;amp;#232; la zona riservata ai tappeti dove s’aggira una folla variopinta che insieme al colore rosso prevalente dei tappeti crea tutto intorno un’armonia di colori che ha dell’incantevole. Di tappeti ve ne sono a migliaia: grandi e piccoli, per terra o appesi ad appositi sostegni, rotolati e srotolati. La stessa armonia di colori la s’incontra nell’area delle sete: fili, scialli, vestiti.
Camminando per il mercato gli uomini sono riconoscibili per via dei cappelli che portano: i colbacchi. Gli anziani, soprattutto, indossano ancora il telpek, un grande copricapo nero di pelle di montone, insieme al khalat, una tunica di colore scuro. Le donne portano coloratissimi scialli e lunghi maglioni.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/turkmenistan/diario_di_viaggio_turkmenistan_2641.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Ashgabad nell'era del Ruhnama&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>TURKMENISTAN</category><pubDate>Wed, 03 Jan 2007 09:15:27 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/turkmenistan/diario_di_viaggio_turkmenistan_2641.ashx</guid></item><item><title>Sydney l’elettrizzante capitale del New South Galles , Sydney, New South Galles</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/oceania/australia/diario_di_viaggio_australia_2720.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/oceania/australia/diario_di_viaggio_australia_2720.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2720/21701.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;AUSTRALIA, Oceania&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All’unicit&amp;amp;#224; di Sydney avevo pensato, quando mi capit&amp;amp;#242; di leggere su un quotidiano che due balene si erano spinte nella baia della citt&amp;amp;#224; raggiungendo addirittura l’Harbour Bridge. In quale altra metropoli al mondo pu&amp;amp;#242; capitare di assistere a quest’insolito spettacolo? Ecco uno dei tanti esempi del perch&amp;amp;#233; Sydney pu&amp;amp;#242; orgogliosamente fregiarsi di essere una metropoli unica nel suo genere. Potrebbe bastare, ma non &amp;amp;#232; cos&amp;amp;#236; perch&amp;amp;#233; la mecca australiana &amp;amp;#232; oggi una citt&amp;amp;#224; di tendenza, di stile di vita e sempre pi&amp;amp;#249; cosmopolita. I Sydneysiders, i cittadini di Sydney, sanno come godersi la vita e c’&amp;amp;#232; da domandarsi: “Come non riuscirci con il sole tutto l’anno, in mezzo a spiagge dorate e bellezze in bikini?”
I turisti hanno capito l’aria di festa che aleggia in quest’ineguagliabile capitale e ogni anno sempre pi&amp;amp;#249; numerosi si spingono fin qui da ogni parte del mondo.

L’abbiamo ammirata dall’alto dei 305 metri della Sydney Tower, dal livello del mare solcando le onde della baia sulla quale s’adagia, ma soprattutto passeggiando tra i suoi quartieri: Darling Harbour, The Rocks, Circular Quay e Kings Cross. Soltanto vedendola cos&amp;amp;#236;, da diversi punti d’osservazione, ci si pu&amp;amp;#242; fare un’idea della citt&amp;amp;#224; pi&amp;amp;#249; famosa dell’Australia, non a caso sede dei giochi olimpici australiani del 2000.
Gi&amp;amp;#224; dal finestrino dell’aereo identifico le due icone della capitale del New South Galles “l’Opera House” e “l’Harbour Bridge”, ma quello che pi&amp;amp;#249; mi colpisce &amp;amp;#232; la baia della citt&amp;amp;#224;. Il mare penetra nell’entroterra per chilometri e l’acqua s’insinua dappertutto, cosicch&amp;amp;#233; dall’aereo Sydney pare una citt&amp;amp;#224; alluvionata. 
 
Sydney iniziamo a scoprirla partendo da Hyde Park dove si trova la maestosa chiesa anglicana di St. Mary’s che desta interesse non solo per via della sua mole, ma anche per il forte contrasto architettonico con le vicine strutture avveniristiche. Attraversati i giardini del parco percorriamo Macquarie Strett fino a giungere a Town Hall, ossia il municipio. Da qui proseguiamo per il quartiere degli affari dove camminiamo con la testa in s&amp;amp;#249; affascinati dai moderni grattacieli. Girando su noi stessi con lo sguardo verso il cielo, giro dopo giro, giungiamo a Circular Quay. 
Su uno dei moli di Circular Quay c’imbarchiamo sul ferry per il sobborgo di South Heads per un giro nella baia. Navighiamo dirigendoci sempre verso est su quella che pu&amp;amp;#242; definirsi a tutti gli effetti la metropolitana di Sydney dove al posto dei treni e dei binari vi sono i traghetti e il mare. I ferry vanno s&amp;amp;#249; e gi&amp;amp;#249; di continuo, fermandosi in varie stazioni che non sono lugubri tunnel sotterranei, ma tranquille calette di sabbia dove la gente prende il sole o viene a fare un picnic in riva al mare e dove centinaia di barche a vela ormeggiano, pronte a levarsi verso il mare aperto. L’acqua del mare &amp;amp;#232; limpida e se soltanto avessimo costume e asciugamano potremmo fermarci in una qualsiasi delle baie a fare il bagno. Delle oltre 30 spiagge di Sydney, Bondi &amp;amp;#232; sicuramente quella pi&amp;amp;#249; trendy, ma anche quelle all’interno della baia meno grandi e conosciute non deludono. Popolate da ristoranti alla moda, ville da sogno e yacht di ricchi signori, sembrano piccoli paesi di villeggiatura invece sono i sobborghi di Sydney. Qui, lontani dal centro, l’orizzonte della baia &amp;amp;#232; disegnato dai profili della Skyline, dell’Harbour Bridge e dell’Opera House che sembra una grande nave con le vele bianche spiegate al vento.

Ora che ci troviamo sotto all’Opera House, l’orgoglio di Sydney, &amp;amp;#232; possibile scorgere i milioni di mattonelle di ceramica bianca di cui &amp;amp;#232; ricoperta. Alla progettazione parteciparono pi&amp;amp;#249; di 230 architetti, ma alla fine la spunt&amp;amp;#242; il danese Jorn Utzon. Finita di costruire soltanto 32 anni fa’ &amp;amp;#232; costata tredici volte il budget iniziale, ma n’&amp;amp;#232; valsa la pena visto che oggi la costruzione &amp;amp;#232; insieme all’Ayers Rock il simbolo dell’intera Australia. Alta 67 metri, contiene 2.697 poltrone e ha la particolarit&amp;amp;#224; di avere l’orchestra collocata nel punto pi&amp;amp;#249; basso del teatro, a diversi metri sotto il livello del mare.
Dall’Opera ci dirigiamo verso il famoso ponte attraverso il quartiere del Rocks originariamente squallido covo di carcerati, marinai e prostitute oggi &amp;amp;#232; un borgo turistico costituito da strette via acciottolate, edifici coloniali, negozi di souvenir e bei ristoranti.
L’Harbour Bridge, il grandioso ponte che collega le sponde della baia, &amp;amp;#232; chiamato simpaticamente dai cittadini “coathanger” attaccapanni perch&amp;amp;#233; assomiglia, appunto, ad un enorme attaccapanni. Al tramonto c’incamminiamo sul ponte raggiungendo il padiglione sud-orientale. Questo &amp;amp;#232; il lato pedonale ed &amp;amp;#232; percorso da molte persone, semplici pedoni e tanti sportivi, i quali smessi gli abiti dell’ufficio lasciano il posto di lavoro in tuta per ritornare a casa e tenere la forma. Infatti, il ponte collega il quartiere degli affari con il centro. Giunti al possente pilone ci fermiamo per le foto di rito sull’Opera House e sulla Skyline.
Attraversiamo le grandi “highway”, a questa ora trafficate d’auto, ma la circolazione &amp;amp;#232; tuttavia ordinata e raramente si sentono clacson suonare. All’imbrunire saliamo sulla Sydney Tower. Con un veloce ascensore ci troviamo d’incanto al centro di un incredibile e panoramico tramonto aperto a 360&amp;amp;#176;. Dall’alto dei suoi 305 metri l’esile grattacielo &amp;amp;#232; l’edificio pi&amp;amp;#249; alto di tutto il continente. Dalla terrazza ben si distinguono, ancora una volta, le principali attrattive della citt&amp;amp;#224;. Le luci sgargianti della baia di Darling Harbour, l’Harbour Bridge ben definito dalle luci da cui &amp;amp;#232; decorato e l’illuminatissimo bagliore verde dell’Opera House. Ad ovest se non fosse gi&amp;amp;#224; calata la notte si vedrebbero i profili delle Blue Mountains.
Quando scendiamo &amp;amp;#232; sera, nel frattempo le strade si sono svuotate, un leggero e freddo vento si &amp;amp;#232; alzato. Seguiamo la caratteristica monorotaia che ci conduce a Darling arrivando fino a Pyrmont Bridge. Essendo tutto chiuso, a dispetto dell’ora non ancora tarda, ritorniamo verso l’albergo. Finiamo per ritrovarci nell’unico luogo dove sembra esserci un po’ di vita e consumare qualcosa. A Darlinghurst Road ceniamo in un locale gestito da un signore polacco con il quale imbastiamo un discorso sulla nostra amata Europa. Dietro le sue preziose indicazioni raggiungiamo Oxford Strett risalendo Darlinghurst Road. In queste strade si svolge la dissoluta vita notturna della citt&amp;amp;#224;. Locali di striptease e nightclub convivono accanto a raffinati ristoranti e negozi di moda, le persone che le frequentano hanno tutte un unico intento la ricerca del divertimento. Percorriamo prima su di un lato e poi sull’altro Oxford Strett imbattendoci via, via in locali riservati ad omosessuali, pub al cui interno suonano band locali e caff&amp;amp;#233; di tendenza. La parola d’ordine &amp;amp;#232; bighellonare da un posto all’altro. A dire il vero molti locali sono chiusi, poich&amp;amp;#233; &amp;amp;#232; luned&amp;amp;#236; sera, nonostante ci&amp;amp;#242; c’&amp;amp;#232; movimento a sufficienza per rendersi conto del carattere sfrenato che serpeggia. Incontriamo tipi vestiti in modo a dir poco eclettico, hippies, uomini d’affari un concentrato di rappresentanti dell’intera razza umana. Infine a mezzanotte inoltrata, stanchi, dopo aver girato a piedi in lungo e largo per tutto il giorno, troviamo lungo i marciapiedi di William Street prostitute e travestiti attendere i propri clienti. 

Sydney si &amp;amp;#232; rivelata una metropoli unica nel suo genere. In quale altro luogo troviamo uno accanto all’altro avveniristici grattacieli e immacolate spiagge di sabbia? Ma pi&amp;amp;#249; di tutto in nessun altra citt&amp;amp;#224; del mondo ho riscontrato cos&amp;amp;#236; tanta spensieratezza e gioia di vivere. A Sydney, la city pi&amp;amp;#249; elettrizzante d’Australia, si &amp;amp;#232; fatalisti, ottimisti e pi&amp;amp;#249; felici.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/oceania/australia/diario_di_viaggio_australia_2720.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Sydney l’elettrizzante capitale del New South Galles &lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>AUSTRALIA</category><pubDate>Tue, 09 Jan 2007 09:40:55 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/oceania/australia/diario_di_viaggio_australia_2720.ashx</guid></item><item><title>Esplorando l&amp;#39;Isla Hispaniola, Santo Domingo, Las Galeras, Rio San Juan</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/america centrale e caraibi/repubblica dominicana/diario_di_viaggio_repubblica dominicana_2664.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/america centrale e caraibi/repubblica dominicana/diario_di_viaggio_repubblica dominicana_2664.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2664/21480.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;REPUBBLICA DOMINICANA, America Centrale e Caraibi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dall&amp;#39;aeroporto imbocchiamo l&amp;#39;autopistas Las Americas, arteria stradale molto scorrevole che, in soli 25 chilometri, conduce direttamente a Santo Domingo, ma sbagliamo l&amp;#39;uscita per la zona Colonial. Ci ritroviamo cos&amp;amp;#236; immischiati nel traffico caotico del mercado Modelo. Avanziamo a passo d&amp;#39;uomo in mezzo ad una confusione di pedoni e a frenetici ambulanti. Motociclette, auto e camion che procedono a suon di clacson, gua gua (taxi collettivi) che si fanno strada infilandosi in ogni dove aiutati dallo sbracciarsi e dall&amp;#39;imprecare dei controllori dei biglietti. Stanchi e dopo ben dieci ore di volo non &amp;amp;#232; proprio il massimo ritrovarsi nel bel mezzo del congestionato traffico di Santo Domingo, tuttavia, alla fine, giungiamo all&amp;#39;hotel Palacio, una vecchia dimora coloniale oggi trasformata in un elegante albergo. 

La visita del &amp;amp;quot;quartiere coloniale&amp;amp;quot; della capitale, dichiarato dall&amp;#39;Unesco patrimonio dell&amp;#39;umanit&amp;amp;#224;, &amp;amp;#232; d’uopo. Santo Domingo, prima capitale dell&amp;#39;America Latina, fu fondata nel 1496 da Bartolomeo, fratello di Cristoforo Colombo e cos&amp;amp;#236; chiamata in onore del padre Domenico. Nel parque de Col&amp;amp;#243;n troviamo la statua dell&amp;#39;ammiraglio Colombo: impossibile, per noi italiani, non emozionarsi davanti al braccio proteso che indica idealmente la terra appena avvistata. La zona tra la fortezza di Osama e la Iglesia de las Mercedes &amp;amp;#232; rimasta autentica: vi si respira l&amp;#39;aria di quei tempi e la luce &amp;amp;#232; ancora quella del mondo coloniale. Davanti all&amp;#39;Alcazar immagino i potenti di allora che al suo interno prendevano le decisioni per colonizzare il resto delle Americhe. Durante la visita incontriamo lustrascarpe e ambulanti, venditori di biglietti della lotteria e pittori naif, sono ovunque, come le pseudo guide che si offrono di continuo, tormentandoci fastidiosamente.
Lasciamo il quartiere storico per vedere, non pi&amp;amp;#249; a piedi ma in auto, l&amp;#39;altra Santo Domingo, quella del dittatore Rafael Trujillo. Visitiamo il faro Colombo (Colon) prosopopea del regime totalitario del Generalissimo. Il mausoleo dedicato al gran navigatore &amp;amp;#232; tanto kitsch e megalomane da essersi guadagnato un posto d&amp;#39;onore tra i monumenti della citt&amp;amp;#224;. Vediamo, poi, l&amp;#39;altare della patria, il palazzo presidenziale, l&amp;#39;enorme statua di San Antonio e percorriamo per intero l&amp;#39;avenida George Washington, il malecon, che corre lungo il mare. Vediamo, credo, la pi&amp;amp;#249; grande galleria al mondo: sui marciapiedi molti artisti espongono opere dai colori forti, caldi ed allegri, tanto che &amp;amp;#232; impossibile non acquistare almeno una tela.

Lasciamo la capitale prendendo l&amp;#39;autopista 1, unica autostrada del paese, che collega il sud con il nord. La percorriamo per appena ottanta chilometri fino a Pietra Blanca, quanto basta per mettersi le proverbiali mani nei capelli. Sulla principale rete stradale della Repubblica Dominicana vediamo transitare ogni mezzo di locomozione e, oltre agli autotreni e alle automobili com&amp;#39;&amp;amp;#232; ovvio aspettarsi, vediamo circolare biciclette, carri trainati da buoi e, addirittura, persone che indifferenti al pericolo avanzano sullo spartitraffico che divide le corsie dei due sensi di marcia. Sembra abbastanza finch&amp;amp;#233; non notiamo delle motociclette correre sulla corsia d&amp;#39;emergenza… ma in senso contrario!
Continuiamo il viaggio verso la penisola di Saman&amp;amp;#224;. Attraversiamo paesi di campagna tranquilli e sedentari, la cui pace &amp;amp;#232; spezzata dal volume sparato al massimo delle casse antidiluviane di bar e discoteche che scandiscono le note di tutto il repertorio del merengue. La gente &amp;amp;#232; cordiale e sorridente a dispetto della povert&amp;amp;#224; in cui vive. Gruppi di bambini giocano a &amp;amp;quot;baseball&amp;amp;quot;, dei giovani a &amp;amp;quot;biliardo&amp;amp;quot;, degli anziani a &amp;amp;quot;domino&amp;amp;quot;, ecco i passatempi preferiti dei dominicani. In ogni paese, inoltre, esiste almeno un&amp;#39;arena, seppur piccola, per il combattimento dei galli. Tra le varie scene di vita quotidiana di cui siamo testimoni, colpiscono le donne in bigodini e pantofole che passeggiano sul ciglio della strada per espletare le incombenze di ogni giorno. Le case hanno colori rosa, marroni, rossi, gialli, blu ora tenui e ora sgargianti, e interrompono i verdi delle risaie, delle piantagioni di tabacco e banane. Com&amp;#39;&amp;amp;#232; lontana Santo Domingo…
La costa nord della penisola di Saman&amp;amp;#224; &amp;amp;#232; un susseguirsi di mezzelune sabbiose praticamente deserte incorniciate da fitte distese di palme e un mare cristallino. A Las Galeras non sono il mare e la sabbia ad attirare l’attenzione quanto, piuttosto, i rustici tavoli di una spartana trattoria e l&amp;#39;adiacente bar rinomato per preparare ottimi cocktail. Ordiniamo un &amp;amp;quot;cocoloco&amp;amp;quot; e una &amp;amp;quot;pi&amp;amp;#241;acolada&amp;amp;quot;. L’indomani percorriamo venti chilometri per raggiungere Playa Rincon. La strada &amp;amp;#232; un continuo saliscendi in mezzo al verde, fino allo sterrato finale di soli cinque chilometri, ma in pessime condizioni. Il mare non si vede, ma si percepisce, soltanto all&amp;#39;ultimo vediamo l&amp;#39;acqua, le onde e il sole all&amp;#39;orizzonte. La spiaggia, si dice, tra le dieci pi&amp;amp;#249; belle dei Caraibi, non &amp;amp;#232; attrezzata e soltanto ai due estremi delle baracche offrono un pasto. Fino a tarda mattinata siamo gli unici esseri viventi a godere di questo spicchio di paradiso. Poi arrivano i gestori dei fatiscenti ristoranti, un primo gruppo di turisti via mare, poi un secondo, poi alcuni quad dalla nostra stessa strada. Lasciata playa Rincon, nel pomeriggio ci imbarchiamo per Cayo Levantado, da un molo ubicato pochi chilometri prima di Saman&amp;amp;#224;. Salpiamo con una piccola imbarcazione, senza giubbotti salvagente, nonostante il mare sia mosso. Il Cayo &amp;amp;#232; una sorta di atollo maldiviano nel cuore dei caraibi.
Di buon mattino visitiamo il piccolo e caratteristico mercato di Saman&amp;amp;#224;. All&amp;#39;inizio ci aggiriamo tra i banchi un po&amp;#39; timorosi essendo gli unici turisti, poi le apprensioni svaniscono tra un pescivendolo che ci chiama per mostrarci con orgoglio i grossi pesci da lui pescati e una bella fanciulla, sorridente, che vende della frutta ancora pi&amp;amp;#249; bella. Prima di andarcene acquistiamo da un simpatico giovane un cd contenente i maggiori successi di merengue che una volta saliti in auto spariamo ad alto volume. Quando giungiamo ad El Limon i locali sembrano divertiti a vedere due gringos ascoltare la loro musica e a cos&amp;amp;#236; alto volume. Di qui raggiungiamo a cavallo la famosa cascata. Il sentiero per arrivarci &amp;amp;#232; fangoso per via della pioggia caduta nei giorni precedenti e letteralmente immerso da una folgorante natura. Lungo il sentiero, tra una selva di piante e frutti che non conosciamo, sembra di cavalcare in un epoca senza tempo. La cascata si annuncia con un fragoroso rumore: l&amp;#39;avventura vale proprio la pena!
Torniamo sulla costa e ci fermiamo alla spiaggia di El Portillo con un bellissimo mare di colore verde - blu. All&amp;#39;incirca al centro della spiaggia, dal mare, emerge un reef corallino. Esattamente sulla parte opposta, due &amp;amp;quot;Kite Surf&amp;amp;quot; aleggiano nel cielo colorandolo. Proseguiamo lungo mare fino a Las Terrenas che ormai non conserva pi&amp;amp;#249; l&amp;#39;atmosfera autentica decantata sulle guide. Il turismo sta via, via dilagando. Non si pu&amp;amp;#242; dire lo stesso delle spiagge nei suoi immediati dintorni: Playa Bonita e Cos&amp;amp;#242;n sono infatti deserte e selvagge e senza nulla da invidiare alla pi&amp;amp;#249; famosa playa Rincon.
Di ritorno sulla brutta sterrata piena di buche incontriamo una donna con in testa un vassoio di ciambelle. Ci fermiamo e approfittiamo per assaggiare un tipico prodotto locale: ciambelle di pane di cocco.
Arriviamo a Rio San Juan quando &amp;amp;#232; ormai buio accompagnati neanche a dirlo dalla solita pioggerellina serale. L&amp;#39;ultimo giorno ritorniamo nell&amp;#39;entroterra a Jarabacoa famoso per le numerose cascate, come il Salto di Jamanoa. Lungo il percorso, tra una piantagione di canna da zucchero e l&amp;#39;altra, uomini con il machete cammino lungo la strada. Sono haitiani che vanno al lavoro, come noi dopo domani.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/america centrale e caraibi/repubblica dominicana/diario_di_viaggio_repubblica dominicana_2664.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Esplorando l'Isla Hispaniola&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>REPUBBLICA DOMINICANA</category><pubDate>Thu, 04 Jan 2007 19:09:21 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/america centrale e caraibi/repubblica dominicana/diario_di_viaggio_repubblica dominicana_2664.ashx</guid></item><item><title>Winter Expedition 4x4 “The Ring Road”: da Keflavik a Egilsstadir, Keflavik, Laugarvatn, Kirkjiubaejarklaustur, Hofn, Egilsstadir</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/islanda/diario_di_viaggio_islanda_2745.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/islanda/diario_di_viaggio_islanda_2745.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2745/21976.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;ISLANDA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Arriviamo a Keflavik e subito l&amp;#39;Islanda si presenta: tempo cupo, una leggera fastidiosa pioggia e l&amp;#39;incessante ululare del vento. 
Eppure proprio queste condizioni sono le pi&amp;amp;#249; adatte per immergersi nelle calde acque della Blue Lagoon, di per s&amp;amp;#233; gi&amp;amp;#224; molto suggestiva, lo &amp;amp;#232; ancor di pi&amp;amp;#249; con il cattivo tempo. La Laguna Blu &amp;amp;#232; un&amp;#39;enorme pozza d&amp;#39;acqua alimentata dalla centrale idroelettrica di Svartsengi e riscaldata dal sottosuolo lavico. L&amp;#39;acqua ha un colore celeste per via del fango di silice, bianco e limaccioso, depositato sul fondo della laguna. A causa del freddo le nuvole di vapore che s&amp;#39;innalzano dalla vasca sono particolarmente maestose. La Blue Lagoon &amp;amp;#232; un&amp;#39;esperienza unica, assolutamente da non perdere! In quale altro posto potrete tranquillamente sguazzare, in una scenografica piscina circondata da campi lavici, con una temperatura di zero gradi e sotto la pioggia? 
Lasciamo la prima delle tante meraviglie naturali per andarne a vedere altre raccolte in quello che &amp;amp;#232; chiamato &amp;amp;quot;il circuito d&amp;#39;oro&amp;amp;quot; A Grindavik imbocchiamo prima la strada 427 e, poi, la 42 che attraversano la penisola di Reykianes. Si tratta di strade sterrate e nerissime per via del suolo vulcanico. Serpeggiano, infatti, tra distese di lava ricoperte da un irreale manto verde di soffice muschio e spessi licheni.
Arrivati a Hverageroi la strada ritorna asfaltata e c&amp;#39;immettiamo nel &amp;amp;quot;circuito d&amp;#39;oro&amp;amp;quot;. La prima attrazione che incontriamo, ovviamente naturale, &amp;amp;#232; il cratere di Keri&amp;amp;#240;, profondo una cinquantina di metri e con un diametro di cento. All&amp;#39;interno il lago &amp;amp;#232; completamente ghiacciato, le pareti hanno tonalit&amp;amp;#224; nere, rosse, verdi, marroni e gialle. Superiamo la diocesi di Skalholt e giungiamo poco prima che tramonti il sole alle cascate di Gullfoss, la maggior attrazione turistica di tutta l&amp;#39;Islanda. La caratteristica, oltre all&amp;#39;enorme massa d&amp;#39;acqua, &amp;amp;#232; un doppio salto, il secondo dei quali si getta in uno spaventoso canyon profondo 70 metri. 
Sette chilometri pi&amp;amp;#249; a sud c&amp;#39;&amp;amp;#232; Geysir un territorio pieno di sorgenti da cui sgorga acqua calda. Qui si pu&amp;amp;#242; assistere, all&amp;#39;incirca ogni dieci minuti, all&amp;#39;eruzione dello Strokkur che spara getti di vapore fino ad un&amp;#39;altezza di 30 metri. Lo spettacolo &amp;amp;#232; visibile gi&amp;amp;#224; da lontano lungo la strada, ma quando arriviamo &amp;amp;#232; ormai buio, visiteremo il campo geo-termico di Geysir, da cui ha origine la parola internazionale &amp;amp;quot;geyser&amp;amp;quot;, l&amp;#39;indomani. All&amp;#39;alba, ossia alle 08:30, assistiamo a tre eruzioni di vapore dello Strokkur e osserviamo da vicino delle pozze in cui l&amp;#39;acqua bolle a tal punto da creare piccoli zampilli alti dieci, venti centimetri come nel caso del geyser di Litli. Lasciamo Geysir diretti a Pingvellir. La strada n&amp;amp;#176; 365 &amp;amp;#232; sbarrata da una transenna con un emblematico cartello: &amp;amp;quot;closed&amp;amp;quot;. Indifferenti dell&amp;#39;avvertimento proseguiamo, ma dopo alcuni chilometri siamo costretti a fare marcia indietro. Cumuli di neve c&amp;#39;impediscono di continuare. Siamo allora costretti, per arrivare a Pingvellir, a prendere la statale n&amp;amp;#176; 36, che volevamo evitare, in quanto la deviazione comporta un notevole allungamento. Pingvellir, un po&amp;#39; deludente, &amp;amp;#232; un luogo roccioso di primaria importanza per gli Islandesi. Qui fu istituito nel lontano 930 d.C. l&amp;#39;Alping, il primo parlamento islandese. Vale la pena percorrere il sentiero che si sviluppa nella gola dell&amp;#39;Almannagj&amp;amp;#224;, se non altro per avere la suggestione di camminare lungo la fossa tettonica che annualmente separa di pochi millimetri il continente americano da quello europeo.
Continua a piovere, lungo la strada, non incontriamo nessun mezzo e la metafora di cui spesso s&amp;#39;abusa &amp;amp;quot;non c&amp;#39;&amp;amp;#232; anima viva&amp;amp;quot; nel nostro caso non &amp;amp;#232; assolutamente un eccesso! Lo scroscio della pioggia insieme al rumore del motore del nostro 4x4 &amp;amp;#232; interrotto, per ben due volte e nel breve tratto di qualche chilometro, dal frastuono di due potenze della natura, la cascata di Seljalandsfoss e Sk&amp;amp;#243;gafoss, visibili gi&amp;amp;#224; dalla Ring Road. Alla prima ci avviciniamo andandoci ben sotto incuranti degli spruzzi d&amp;#39;acqua essendo gi&amp;amp;#224; bagnati fradici. In quella di Sk&amp;amp;#243;gafoss risaliamo il ripido e breve sentiero che la costeggia per osservare il getto dall&amp;#39;alto. Se l&amp;#39;altezza delle cascate non &amp;amp;#232; rilevante, la pi&amp;amp;#249; alta, quella di Sk&amp;amp;#243;gafoss, misura 60 metri, la portata d&amp;#39;acqua &amp;amp;#232;, invece, impressionante. Prima di giungere a Vik una deviazione sulla strada 218 ci conduce, dopo una decina di chilometri, alle scogliere di Dyrh&amp;amp;#240;laey le cui pareti precipitano per pi&amp;amp;#249; di 100 metri a picco sul mare. Stiamo in silenzio ad osservare il pauroso mare in burrasca le cui onde arrivano a lambire le scogliere. L&amp;#39;acqua ritraendosi dalla spiaggia nera lascia una schiuma bianca presentando una scena che sembra irreale. A Vik, il paese pi&amp;amp;#249; meridionale dell&amp;#39;Islanda, siamo avvolti dalla nebbia cosicch&amp;amp;#233; dobbiamo rinunciare alla camminata che conduce al belvedere dei tre faraglioni.
La monotonia &amp;amp;#232; rappresentata dalla solitudine e dall&amp;#39;isolamento, la strada continua ad essere una nostra esclusiva e dire che &amp;amp;#232; come se stessimo percorrendo l&amp;#39;autostrada Milano - Roma, tuttavia il paesaggio cambia continuamente. Ora stiamo attraversando una vasta area piana caratterizzata da sabbia, ghiaia e sassi il &amp;amp;quot;Sandur&amp;amp;quot;, che sar&amp;amp;#224; la caratteristica paesaggistica fino oltre la laguna di J&amp;amp;#246;kuls&amp;amp;#225;rl&amp;amp;#243;n. 

Trascorriamo la notte a Kirkjubaejarklaustur. Al mattino, ormai non &amp;amp;#232; una novit&amp;amp;#224;, le nuvole basse limitano la visibilit&amp;amp;#224; tanto che ci accorgiamo di essere in prossimit&amp;amp;#224; del Vatnaj&amp;amp;#246;kull soltanto quando vediamo sul ciglio della strada il pilastro di uno dei tre ponti della Strada Circolare distrutti dalla piena creatasi dall&amp;#39;eruzione del Gj&amp;amp;#225;lp nel 1996. Il governo islandese, a testimonianza di altri prossimi e sinistri disastri causati dalla forza della natura, ha pensato di lasciarlo qui.
Al Parco dello Skaftafell avvistiamo finalmente il ghiacciaio. Una bufera di pioggia e vento c&amp;#39;impedisce di compiere le due ore di marcia per raggiungere il fronte del ghiacciaio di Skaftafellsj&amp;amp;#246;kull e la cascata di Svartifoss, ma saremo ripagati dal lago glaciale di J&amp;amp;#246;kuls&amp;amp;#225;rl&amp;amp;#243;n, cosparso di iceberg provenienti da uno dei fronti del Vatnaj&amp;amp;#246;kull, ad entusiasmarci. Assistiamo davanti a questi iceberg, che galleggiano nella parte della laguna pi&amp;amp;#249; vicina al mare e sono, invece, imprigionati nel ghiaccio nella zona prossima al fronte del ghiacciaio, ad uno spettacolo che non sembra appartenere a questo mondo. Gli iceberg della laguna brillano di mille tonalit&amp;amp;#224;: bianchi, grigi, azzurri, blu e verdi. Superato il ponte della Ring Road che attraversa la laguna, subito dopo svoltiamo a sinistra, guadiamo un piccolo torrente e costeggiamo la laguna fin dove le condizioni del terreno lo permettono. Ci avventuriamo a piedi sul lago ghiacciato dove sbucano come funghi gli iceberg. 
Continuiamo la nostra marcia sulla Ring Road ed arriviamo a H&amp;amp;#246;fn. Nell&amp;#39;ostello completamente a nostra disposizione, approfittiamo del pomeriggio per risistemarci i bagagli e far asciugare la roba fino ad ora utilizzata. L&amp;#39;idea di passare una serata fuori a bere una birra &amp;amp;#232; abbandonata dopo un breve giro. Le strade sono deserte. 
A Brei&amp;amp;#240;dalsvik troviamo la Ring Road interrotta siamo costretti a proseguire per Egilsstadir lungo la strada n&amp;amp;#176; 96 e costeggiare i fiordi di F&amp;amp;#225;skr&amp;amp;#250;&amp;amp;#240;sfj&amp;amp;#246;r&amp;amp;#240;ur e Rey&amp;amp;#240;arfj&amp;amp;#246;r&amp;amp;#240;ur. La deviazione, tuttavia, ci permette di assistere a scene caratteristiche dell&amp;#39;Islanda invernale come quelle di piccoli porti le cui acque del mare sono ancora parzialmente ghiacciate. Alla fine della giornata, dopo aver assaporato per quattro giorni nient&amp;#39;altro che paesaggi arriviamo a Egilsstadir,  1.800 abitanti, la citt&amp;amp;#224; pi&amp;amp;#249; grande finora incontrata&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/islanda/diario_di_viaggio_islanda_2745.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Winter Expedition 4x4 “The Ring Road”: da Keflavik a Egilsstadir&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>ISLANDA</category><pubDate>Wed, 10 Jan 2007 18:44:15 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/islanda/diario_di_viaggio_islanda_2745.ashx</guid></item><item><title>Sana&amp;#39;a e il Ramadam, Sana&amp;#39;a</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/yemen/diario_di_viaggio_yemen_2724.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/yemen/diario_di_viaggio_yemen_2724.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2724/21731.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;YEMEN, Medio Oriente&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un viaggio in Yemen, ancora oggi, significa vivere avventure che stanno tra passato e presente. 
Il viaggio inizia gi&amp;amp;#224; sull&amp;#39;aereo. L&amp;#39;airbus della Yemenia &amp;amp;#232; vuoto e i pochi passeggeri a bordo sono tutti mussulmani. Dopo cinque ore e mezza di volo il comandante annuncia di allacciarsi le cinture perch&amp;amp;#233; incomincia l&amp;#39;atterraggio. A questo punto le  donne che per tutto il volo sono state in jeans e maglietta si ricoprono da capo a piedi, lasciando visibili solo gli occhi. 
E&amp;#39; l&amp;#39;alba, non siamo ancora usciti dall&amp;#39;aeroporto, ma subito entriamo in contatto con quel mondo che siamo venuti a cercare quando vediamo un gruppo di persone genuflettersi ripetutamente in un angolo sulla cui parete &amp;amp;#232; disegnata una moschea, che indica la direzione della Mecca… sono fedeli che pregano Allah. 
Preso il taxi per il Sinbad Hotel lungo il tragitto a catturare la nostra attenzione &amp;amp;#232; l&amp;#39;abbigliamento della gente. Gli uomini indossano una tunica, in genere bianca, chiamata kandoura o pi&amp;amp;#249; semplicemente una gonna. In pochi calzano i pantaloni, ma tutti portano giacche che assomigliano a quelle che si mettevano da noi, nei giorni di festa, negli anni sessanta. Sul capo, come una specie di turbante, ma spesso soltanto appoggiato sulle spalle, portano il ghutra, il fazzoletto bianco, a quadretti neri o rossi. Infine, alla vita hanno una cintura sfarzosamente ricamata che serve ad infilare la jambiya, l&amp;#39;inquietante pugnale ricurvo che tutti gli yemeniti hanno sempre addosso. Per via della lunga mantella nera che indossano, l&amp;#39;abaya, ossia quello che noi occidentali chiamiamo velo integrale, le donne sembrano delle sinistre presenze, ma hanno un portamento fiero cos&amp;amp;#236; come lo sguardo, quando &amp;amp;#232; possibile vederlo poich&amp;amp;#233; non sempre gli occhi sono scoperti. Molte, infatti, portano il burqa, un pezzo di stoffa che copre interamente il volto.
Dall&amp;#39;albergo si gode una bella veduta su Old Sana&amp;#39;a. La luce tenue dei primi raggi del sole colpisce i palazzi pi&amp;amp;#249; alti della citt&amp;amp;#224; vecchia. Sembra di ammirare un quadro: l&amp;#39;albergo &amp;amp;#232; la galleria, i contorni della finestra sono la cornice del quadro e Old Sana&amp;#39;a &amp;amp;#232; il soggetto. Immortalarla un po&amp;#39; di volte &amp;amp;#232; d&amp;#39;obbligo.
Siamo desiderosi di immergerci nel Suq al-Mith, il mercato costituito da quaranta piccoli suq. Percorriamo Az-Zubayri Street, attraversiamo il ponte sul fiume Sa&amp;#39;ila, completamente prosciugato, e ci troviamo ai piedi d&amp;#39;imponenti mura che costeggiamo fino a Bab el Yemen. Qui, seduti accanto alla loro merce, non troppo distanti l&amp;#39;uno dall&amp;#39;altro, incontriamo degli strani ambulanti. Si tratta di una decina di venditori di miswak, bastoncini da masticare, che metaforicamente possiamo definire gli spazzolini da denti yemeniti. Pare contengono fluoro e agenti antibatterici, oltre ad essenze rinfrescanti. Ci fermiamo in un ufficio di cambio, dove perdiamo parecchio tempo a contare l&amp;#39;enorme quantit&amp;amp;#224; di biglietti da cento rials scambiati per un&amp;#39;esigua cifra di dollari.
Oltrepassata Bab el Yemen, la porta d&amp;#39;ingresso principale della vecchia Sana&amp;#39;a, abbiamo l&amp;#39;immediata conferma che la realt&amp;amp;#224; supera di molto le attese che c&amp;#39;eravamo fatti su questa citt&amp;amp;#224;, davvero senza uguali nel mondo. Oltre la porta, all&amp;#39;interno delle mura, c&amp;#39;&amp;amp;#232; lo Yemen di un tempo. Mi viene in mente una frase di Nino Gorio letta prima di partire: &amp;amp;quot;Old Sana&amp;#39;a irrompe nel terzo millennio saltando completamente il secondo.&amp;amp;quot; Old Sana&amp;#39;a &amp;amp;#232; effettivamente rimasta cos&amp;amp;#236; come la videro i viaggiatori di un tempo, subito vi si respira un&amp;#39;atmosfera esotica e fiabesca grazie al brulichio impressionante di persone e alle caratteristiche case a torre, agli alti palazzi color argilla decorati di bianco. Oltre all&amp;#39;altezza degli edifici costruiti con mattoni di fango sono i fantasiosi ornamenti intonacati con il gesso a stupire l&amp;#39;occhio di un occidentale. I manzar, gli attici che si trovano sul tetto dei palazzi, per via delle decorazioni bianche ricordano i pizzi dei centrini delle nonne. Le finestre, un tempo d&amp;#39;alabastro, sono oggi di vetro, dipinte di diversi colori di cui s&amp;#39;apprezza la vivacit&amp;amp;#224; passeggiando di notte, quando la luce all&amp;#39;interno delle case l&amp;#39;illumina di mille colori.
Nei due giorni e mezzo in cui ci fermiamo a Sana&amp;#39;a, non facciamo altro che addentrarci in questo labirinto di viuzze dove &amp;amp;#232; facile disorientarsi ma impossibile perdersi. L&amp;#39;aria &amp;amp;#232; gravida di odori a seconda del suq in cui ci si trova, delle pelli, dell&amp;#39;argento, della verdura, dei cereali, della ceramica, dei vestiti, delle spezie, del qat… Quest&amp;#39;ultimo &amp;amp;#232; quello che c&amp;#39;incuriosisce maggiormente. Ramoscelli di foglie di qat sono sparsi ovunque. Le richiestissime foglie di quest&amp;#39;albero sono ricche di efedrina, che &amp;amp;#232; uno stimolante, ragione per cui il qat &amp;amp;#232; la droga nazionale che gli yemeniti sono soliti masticare per ore e ore. Se Sana&amp;#39;a &amp;amp;#232; piena zeppa di negozietti, Old Sana&amp;#39;a n&amp;#39;&amp;amp;#232; ricolma: due metri per tre, al massimo, e tutti rialzati leggermente dal suolo, con i negozianti circondati dalla mercanzia, seduti sopra alla mercanzia, pi&amp;amp;#249; intenti, sembrerebbe, a masticare qat che non a vendere. Prima di riuscire dalle mura chiediamo ad un giovane, che nel frattempo aveva incominciato a seguirci per offrirsi come guida, che cosa fossero quelle specie di sassi giallo biancastri, che vedevamo vendere un po&amp;#39; ovunque. Non si trattava di pietre, ma di una resina aromatica e precisamente la famosa mirra. Nel tardo pomeriggio al calar del sole gli edifici di Old Sana&amp;#39;a assumono via via il colore del bronzo, mentre i candidi decori sembrano brillare di luce propria. Dopo una deliziosa cena al restaurant Palestine ritorniamo all&amp;#39;hotel. A notte fonda, alle 04.00 del mattino, un frastuono ci sveglia e ricorda di essere in quest&amp;#39;incredibile citt&amp;amp;#224;. A diffondere questo baccano sono i muezzin che cantano l&amp;#39;azzan (la chiamata alla preghiera) che si dirama dall&amp;#39;alto dei minareti, attraverso gli altoparlanti. Ci ritroviamo  a Sana&amp;#39;a  in pieno ramadan, il mese in cui i mussulmani digiunano dall&amp;#39;alba al tramonto. L&amp;#39;indomani venerd&amp;amp;#236; &amp;amp;#232; giorno festivo e i negozi sono chiusi, anche quelli di Old Sana&amp;#39;a. Ora con cos&amp;amp;#236; poca gente possiamo vagare tranquillamente e meglio apprezzare gli edifici della citt&amp;amp;#224; vecchia, scoprire affascinanti angoli nascosti come i giardini e gli orti. Giriamo tutta la mattina ed intuiamo che si potrebbe girare all&amp;#39;infinito per la vecchia Sana&amp;#39;a senza quasi mai percorrere la stessa via. Siamo rapiti, ammaliati da questa sorta di enclave medievale, quando un anziano rompe l&amp;#39;incantesimo e ci riporta alla realt&amp;amp;#224; riprendendoci perch&amp;amp;#233; stiamo mangiando delle polpette di patate, cosa tra l&amp;#39;altro qui consentita ai non fedeli. In Arabia Saudita saremmo stati immediatamente arrestati. &amp;amp;quot;il ramadan…!&amp;amp;quot;. Cerchiamo di giustificarci con l&amp;#39;anziano, ma non ne vuole sapere delle nostre scuse e continua per la sua strada imprecando in arabo. Dopo l&amp;#39;accaduto prestiamo pi&amp;amp;#249; attenzione per non offendere la popolazione di cui siamo ospiti.
Stanchi di girovagare facciamo tappa al Golden Daar Tourist Hotel. Dall&amp;#39;alto dei suoi sette piani assistiamo al tramonto dopo averlo atteso per pi&amp;amp;#249; di un&amp;#39;ora seduti sui divani del mafrai a consumare da bere. Quando giunge sera, i muezzin dagli altoparlanti delle moschee annunciano la fine del digiuno salutato, come ogni sera, con l&amp;#39;inizio della festa (dell&amp;#39;Eid al-Fitr) e la citt&amp;amp;#224; improvvisamente si riempie di vita. Un andirivieni di gente si precipita a mangiare nei chioschi e nei ristoranti ogni sorta di pietanza. Per strada vengono allestiti veri e propri banchetti di fortuna che sono presi d&amp;#39;assalto dalla gente che si rimpinza di ogni cosa. Ritiriamo i bagagli lasciati in custodia alla reception dell&amp;#39;hotel e preso un taxi ci avviamo all&amp;#39;aeroporto …il viaggio &amp;amp;#232; finito.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/yemen/diario_di_viaggio_yemen_2724.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Sana'a e il Ramadam&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>YEMEN</category><pubDate>Tue, 09 Jan 2007 13:14:21 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/yemen/diario_di_viaggio_yemen_2724.ashx</guid></item><item><title>La strada degli Italiani: da Keren a Massawa, Keren, Asmara, Massawa</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/eritrea/diario_di_viaggio_eritrea_2652.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/eritrea/diario_di_viaggio_eritrea_2652.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2652/21398.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;ERITREA, Africa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Eritrea, la prima cosa che salta agli occhi sono i segni della guerra. Sulla strada Keren – Massaia si vedono carri armati e cannoni abbandonati nei campi. La campagna e le montagne nascondono tutt’oggi mine e munizioni inesplose, nonostante gli impegni assunti dal governo per lo sminamento del territorio. La “strada degli Italiani” del 1936, &amp;amp;#232; un capolavoro d’ingegneria civile, cos&amp;amp;#236; come la ferrovia che ancor oggi corre, in pi&amp;amp;#249; punti, parallela alla strada.  Sale dai 1.220 metri di Keren ai 2.356 di Asmara per poi scendere, in appena 115 km, fino alla citt&amp;amp;#224; portuale di Massawa. Lo slogan lanciato dell’ente del turismo Eritreo &amp;amp;quot;tre stagioni in due ore&amp;amp;quot; &amp;amp;#232; quanto mai azzeccato. Il viaggio dall’altopiano centrale al mar Rosso &amp;amp;#232; in grado di suscitare incantevoli emozioni per chi, come noi, &amp;amp;#232; in cerca di paesaggi umani e naturali al di fuori delle rotte pi&amp;amp;#249; battute del turismo. 

La citt&amp;amp;#224; di Keren dimessa e misera com’&amp;amp;#232;, col suo sparso abitato aggrappato ai fianchi della montagna, si offre a quanti sono in grado di apprezzare uno spicchio d’Africa ancora autentico. Non c’&amp;amp;#232; niente da vedere, neppure il mercato merita una visita. Non vediamo le donne di etnia Bilene, vero motivo per cui ci siamo spinti fin quaggi&amp;amp;#249;, eppure quella sua atmosfera riservata e nostalgica la rende affascinante. Prima di partire, rendiamo omaggio al cimitero di guerra in cui sono sepolti soldati italiani e ascari (gli indigeni eritrei che combattevano affianco alle nostre truppe). Girando per il camposanto, i nostri animi si riempiono di orgoglio e fierezza, ci sentiamo pi&amp;amp;#249; che mai Italiani. 
Per andare ad Asmara noleggiamo un taxi. Il viaggio si riveler&amp;amp;#224; assai pi&amp;amp;#249; lungo del previsto a causa delle tante ed impreviste soste. La prima appena fuori l’abitato del paese, quando il nostro autista &amp;amp;#232; costretto a frenare bruscamente contro una fune alzata improvvisamente dai militari di guardia ad un checkpoint. Nessuno si fa’ male, ma il fatto alimenta un’accesa discussione tra il tassista e le guardie. Pagato senza alcuna motivazione un pedaggio, ripartiamo, ma ben presto siamo di nuovo fermi per una foratura che, fortuna vuole, avvenga nei pressi di un villaggio. Subito frotte di bambini scalzi e mal vestiti corrono intorno alla macchina per farci festa. E’ commovente osservarne l’espressione meravigliata, nel vedere le immagini di loro stessi riprodotte sul monitor della videocamera di Mavi. Le capanne del villaggio (chiamate hidmo) hanno il tetto di terra sorretto da pali di legno. L’andatura verso Asmara &amp;amp;#232; sempre molto lenta ci fermiamo di continuo sul ciglio della strada, ora a fotografare la carcassa di un carro armato, ora per ammirare un bel paesaggio e per visitare un caratteristico mercato.

La capitale dell’Eritrea ricorda molto una citt&amp;amp;#224; italiana degli anni 30 perch&amp;amp;#233; tutti gli edifici e le opere sono rimaste tali e quali come quando gli Italiani se ne sono andati. Visitare Asmara &amp;amp;#232; un viaggio a ritroso nel tempo, in un passato che un po’ &amp;amp;#232; anche nostro perch&amp;amp;#233; appartiene ai ricordi dei nostri genitori, perch&amp;amp;#233; l’abbiamo studiato sui libri di storia e ripetutamente visto nei documentari alla televisione.  
Asmara non si apprezza per le sue opere architettoniche, neanche per il pur caratteristico mercato, ma passeggiando su e gi&amp;amp;#249; per Liberation Avenue e facendo conoscenza con la gente del posto, per lo pi&amp;amp;#249; anziani in quanto parlano perfettamente l’italiano. Tra questi, un negoziante di scarpe che si esprime in corretto dialetto napoletano - senza voler offendere nessuno, la scena &amp;amp;#232; divertentissima - ci accoglie in maniera ossequiosa poich&amp;amp;#233; ci considera compatrioti e non stranieri. Rimpiange l’epoca del colonialismo in cui l’Italia port&amp;amp;#242; al paese molte cose positive come sviluppo, progresso, benessere. A quei tempi, la nazione era uno degli stati leader Africani. Poi, Mussolini, port&amp;amp;#242; anche l’Apartheid. Tutt’oggi segue la politica del nostro paese si dice contento del ritorno dei Savoia in Italia e critica i nostri governi, tutti, per aver abbandonato i propri coloni a dispetto di nazioni come Inghilterra e Francia che, invece, tutelano ancor oggi le proprie colonie.
Passeggiando &amp;amp;#232; impossibile non vedere il tipico saluto degli ex-combattenti che consiste nello stringersi la mano dandosi contemporaneamente tre spallate con la spalla destra.
All’ufficio telefonico una vecchietta riconosce la nostra nazionalit&amp;amp;#224; e s’avvicina desiderosa di scambiare quattro parole in italiano. In dieci minuti ci racconta tutto di lei, cresciuta fin dall’et&amp;amp;#224; di due anni presso una missione di suore italiane. Ecco spiegato perch&amp;amp;#233; parla tanto bene la nostra lingua.
Un ingegnere, vedendoci passeggiare sul viale con gli zaini in spalla, accosta la sua auto e c’invita a depositare i bagagli nel suo ufficio. Accettiamo e una volta in macchina lo ringraziamo per la gentilezza. Lo faccio perch&amp;amp;#233; siete Italiani risponde.
Siamo sorpresi che in questo piccolo angolo del Corno d’Africa gli Italiani siano ancora tanto amati. Sar&amp;amp;#224; il rimpianto di persone per la giovent&amp;amp;#249; passata o davvero l’Italia – nonostante abbia portato l’apartheid - ha fatto molto per questa gente?

La strada da Asmara a Massawa &amp;amp;#232; - a tutti gli effetti - una strada alpina, con tanto di pendenze impossibili e innumerevoli tornanti. Ci s’ingannerebbe facilmente se non fosse per le carovane di cammelli e dromedari che s’incontrano lungo il percorso e le innumerevoli piante grasse, cactus e fichi d’india, che ricoprono i pendii delle montagne. 
A Dangolio, una lapide ricorda i soldati italiani, &amp;amp;quot;immolatisi per la patria&amp;amp;quot;, nella battaglia del 28 gennaio 1886. Subito dopo attraversiamo il celebre ponte, noto a noi italiani e ancor di pi&amp;amp;#249; a noi piemontesi, in quanto reca la scritta &amp;amp;lt; Ca custa lon ca custa &amp;amp;gt; l’unica frase in dialetto piemontese presente in tutta l’Africa.
Finalmente Massawa che ci accoglie con un clima davvero insopportabile! A Massawa Island, il cuore della citt&amp;amp;#224;, ci aggiriamo tra vicoli ed angoli appartati per venire a contatto con la gente del luogo, davvero ospitale e ben disposta a dialogare. Conosciamo cos&amp;amp;#236; un gruppo di donne intente a cuocere una specie di &amp;amp;quot;farinata&amp;amp;quot; in forni di fortuna, bidoni per il petrolio al cui interno viene fatta bruciare della legna e chiusi, nella parte superiore, da un coperchio dove si fa colare l’impasto. C’invitano a bere una specie di birra fatta in casa la &amp;amp;quot;sura&amp;amp;quot;. Per non essere scortesi accettiamo, ma ingurgitiamo la bevanda con estrema fatica, sperando allo stesso tempo nell’efficacia dei vaccini. Su una piccola piazzetta delle ragazze ci offrono altra birra, l’Asmara beer, senza dubbio un altro bere. Tutto si svolge fuori, all’aria aperta: si parla, si gioca, si dorme, si magia, si ascolta la musica, ecc., ecc. 
Il giorno seguente compiamo un escursione negli immediati dintorni di Massawa, in direzione Gurgusum, per visitare un villaggio di etnia rashaida. Ne incontriamo uno ai bordi della strada. Trattandosi di una popolazione mussulmana le donne adulte portano il velo che - a differenza di altri posti - si evidenzia per essere finemente ricamato. Ritornati in citt&amp;amp;#224;, al bar del nostro albergo, intraprendiamo una piacevole conversazione con Mohammed  (78 anni). Ricorda quando il treno transitava di continuo per andare a caricare le merci delle navi, di quanto sotto l’Impero l’Eritrea fosse prospera. Parlando degli italiani distingue i monarchici dai fascisti: buoni i primi e cattivi i secondi! Ricorda ancora molto bene l’apartheid quando, per esempio, non poteva entrare nei bar e sedere sugli autobus.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/eritrea/diario_di_viaggio_eritrea_2652.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;La strada degli Italiani: da Keren a Massawa&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>ERITREA</category><pubDate>Wed, 03 Jan 2007 18:46:14 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/eritrea/diario_di_viaggio_eritrea_2652.ashx</guid></item><item><title>Tra arte e natura, Innsbruk, Salisburgo</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/austria/diario_di_viaggio_austria_2750.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/austria/diario_di_viaggio_austria_2750.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2750/22135.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;AUSTRIA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due spettacolari itinerari stradali nell’area del Parco Nazionale degli Alti Tauri. La strada del Grossglockner s’inoltra tra cime di oltre 3.000 metri, estesi ghiacciai e vallate lussureggianti. Percorrendo, poi, la Tauernradweg s’incontrano grandiose cascate, grotte di ghiaccio e impervie fortezze. Assaporeremo, infine, le atmosfere dei magnifici centri storici di Innsbruck e Salisburgo.
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/austria/diario_di_viaggio_austria_2750.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Tra arte e natura&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>AUSTRIA</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 12:08:58 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/austria/diario_di_viaggio_austria_2750.ashx</guid></item><item><title>Week-End a Londra, Londra, Inghilterra</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/regno unito/diario_di_viaggio_regno unito_2756.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/regno unito/diario_di_viaggio_regno unito_2756.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2756/22154.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;REGNO UNITO, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Londra diverte e intimidisce, stimola e irrita. Respirare a fondo l’aria di questa citt&amp;amp;#224; cosmopolita fa assorbire una quantit&amp;amp;#224; di storia, cultura, squallore e gioia sufficiente per una vita. Londra o si ama o si odia!&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/regno unito/diario_di_viaggio_regno unito_2756.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Week-End a Londra&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>REGNO UNITO</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 12:44:18 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/regno unito/diario_di_viaggio_regno unito_2756.ashx</guid></item><item><title>Con gli sci intorno al Cervino, Zermatt</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/svizzera/diario_di_viaggio_svizzera_2722.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/svizzera/diario_di_viaggio_svizzera_2722.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2722/21742.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;SVIZZERA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Entriamo in Svizzera, con gli sci ai piedi, attraverso il confine di Plateau Ros&amp;amp;#224;, a 3480 mt d’altezza. L’accesso avviene tramite la funivia che sale da Cervinia, coprendo un dislivello di 1430 mt. Attenzione a non dimenticare, per&amp;amp;#242;, la carta d’identit&amp;amp;#224; perch&amp;amp;#233;, seppur raramente, non &amp;amp;#232; impossibile che vi controllino i documenti all’ultima stazione, quella di &amp;amp;quot;Cime Bianche - Laghi&amp;amp;quot;. In poco pi&amp;amp;#249; di venti minuti siamo a Plateau Ros&amp;amp;#224;. Dal ghiacciaio omonimo, dopo una lunga e interminabile discesa, giungeremo a Zermatt, ben 1840 metri pi&amp;amp;#249; in basso. Sciare sar&amp;amp;#224; soltanto un piacevole pretesto per ammirare il Cervino dal versante svizzero. 

Il Cervino, o come lo chiamano gli svizzeri Matterhorn, 4.478 metri d’altezza, &amp;amp;#232; una montagna unica e magnifica, la quale si eleva isolata a dominare la Valtournenche, da un lato, e la Valle di Zermatt dall’altro.
Nella storia dell’alpinismo la conquista del Cervino rappresenta uno dei capitoli fondamentali. Chi non conosce l’epopea di questa montagna che era considerata inespugnabile? Ogni giorno si abusa della parola epopea eppure ci sono avventure che scombinano l’usura del tempo restando mitiche. La conquista del Cervino &amp;amp;#232; una di queste. Una sfida, ardita, con se stessi prima ancora che con la montagna.
Chi non ha mai sentito parlare dei suoi due leggendari protagonisti l’inglese Edward Whymper e la guida di Valtournenche Jean Antoine Carrel? Amici e rivali, nella corsa al Cervino, entrambi furono ammaliati da questa montagna. Quintino Sella, il fondatore del Club Alpino Italiano, in una lettera indirizzata ad un amico scriveva al riguardo: &amp;amp;lt; Che bella montagna!! Di bellezze tu te ne intendi…ma di una bellezza come quella del Cervino non te ne fai idea. Credevo di avere ormai una conoscenza discreta delle montagne, delle loro attrattive e della loro poesia. Ma salendo il Cervino dovevo confessare a me stesso che non ne sapevo nulla tanto &amp;amp;#232; grande la differenza fra questa singolarissima massa e le altre montagne.&amp;amp;gt; 
Pensiero che condividiamo in pieno e sentiamo di fare nostro.
La febbre per il Cervino scoppia nel 1860. La gara tra gli inglesi, cio&amp;amp;#232; Whymper, e gli italiani, vale a dire J.A.Carrel, per arrivare primi sulla cima, s’infiammer&amp;amp;#224; nel 1865, quando la corsa al Cervino si concluder&amp;amp;#224; con la tragica vittoria di Whymper.
Dopo questa doverosa disquisizione sulla storia della montagna riprendiamo la cronaca della nostra giornata incentrata a rendere omaggio a sua maest&amp;amp;#224; il Cervino. 

La giornata &amp;amp;#232; soleggiata. Arrivati a Plateau Ros&amp;amp;#224;, il panorama s’apre a 360 gradi. Tante bellissime montagne si vedono dal lontano Monviso al Gran Paradiso e Monte Bianco, altre sono molto vicine, ma la svettante sagoma del Cervino emerge su tutte catalizzando i nostri sguardi. La cresta del Leone, la via normale italiana, &amp;amp;#232; facilmente distinguibile. Il Cervino &amp;amp;#232; davvero gigantesco, colossale, grandioso, una piramide che si assottiglia e si appuntisce man mano che scenderemo al Furggsattel, verso Zermatt. In queste prime ore del mattino sciamo costantemente con le lacrime agli occhi, per via del freddo pungente. Il termometro a Plateau Ros&amp;amp;#224; segna -14&amp;amp;#176;, ma &amp;amp;#232; un freddo secco e tutto sommato sopportabile.
E’ soltanto dalla stazione del Trockener Steg, che il Cervino, incomincia ad assumere quelle sembianze che tutti conosciamo, per averle viste immortalate dappertutto. Il punto migliore per osservare da vicino l’imponente mole &amp;amp;#232; all’arrivo dello ski-lift di H&amp;amp;#246;rnli, da qui &amp;amp;#232; ben visibile la via normale svizzera, ossia la cresta N-E. Spesso e volentieri siamo fermi ai bordi delle piste, ma non ci sentiamo affatto oberati nel tirar fuori la macchina fotografica per immortalare la cima, da ogni dove.
Il panorama &amp;amp;#232; un vero incantesimo e non solo per la presenza sovrastante del Cervino. Sempre dall’impianto di risalita di H&amp;amp;#246;rnli contempliamo molte cime superiori ai quattromila metri. Le vette e i ghiacciai sono abbastanza vicini tanto che se ne possono apprezzare bene i profili e i contorni. E’ un luogo da cui si gode una delle pi&amp;amp;#249; incantevoli vedute dell’intero arco alpino. I superlativi non sono sprecati per descrivere l’impareggiabile semicerchio prodotto da questi 4.000 metri. Dalle cime del Monte Rosa (Breithorn, Polluce, Castore, Liskamm, Ludwigshohe, P.ta Parrot, P.ta Gnifetti, P.ta Dufour e P.ta Nordend), a quelle che susseguono al Cervino, vale a dire il Dent Blanche, il Gabelhorn, l’Oberes Gabelhorn, il Weisshorn, fino alle punte che seguono il Monte Rosa (Strahlhorn, Rimpfischhorn, Aallalinhorn, Alphubel, Taschhorn, Dom e Nadelhorn). Tra tutte colpisce il Breithorn ammantato da tormentati ghiacciai. 
Man mano che scendiamo verso Zermatt l’atmosfera delle alte Alpi si affianca a quella dei boschi, dei prati e delle baite. Ora che siamo pi&amp;amp;#249; in basso la nostra discesa sulle piste &amp;amp;#232; accompagnata dai caratteristici fischi che emettono le marmotte per segnalare un pericolo. All’infuori della pista, tutt’intorno non c’&amp;amp;#232; neve, sui prati verdi e brillanti numerose marmotte corrono smaniose dopo essersi svegliate dal letargo invernale. A causa della mancanza di neve l’ultimo tratto lo facciamo con gli sci in spalle. Raggiungiamo, alla fine, la stazione del Klein Matterhorn, affaticati, a causa, ora, del caldo, la temperatura &amp;amp;#232; salita a + 19&amp;amp;#176;. Nella stazione lasciamo in deposito gli sci per andare a visitare Zermatt. 
Facciamo una passeggiata fino alla chiesa dove si trova la piccola piazza che &amp;amp;#232; il centro del paese. La prima cosa che colpisce del ridente paese &amp;amp;#232; la mancanza d’auto. Infatti, la circolazione avviene con delle apposite macchine elettriche. Le biciclette, poi, sono particolari in quanto hanno un curioso porta sci. Gli sciatori camminano con delle imbracature di gomma ubicate sotto gli scarponi da sci. Giunti sulla piazza ci dissetiamo bevendo in una bella fontana che raffigura delle marmotte e ci riposiamo nei vicini giardini dove c’&amp;amp;#232; una piazzola costruita a mo’ di scacchiera, con tanto di pedine, torri, alfieri, regina e re, con cui si pu&amp;amp;#242; giocare. Dietro alla chiesa &amp;amp;#232; interessante visitare il cimitero degli alpinisti caduti nel tentativo di salire sul Cervino, che mastodontico, dall’alto dei suoi quattromila metri, incombe sul paese. Dal centro di Zermatt il Cervino &amp;amp;#232; pi&amp;amp;#249; che mai inarrivabile e sublime. Dalla piazza, dalle strade, dai giardini, dal torrente, dal bar, basta alzare gli occhi per vederlo l&amp;amp;#224; in cielo, alto e imponente, gravare minaccioso.

E’ ora di ritornare. Da Zermatt, a 1620 mt., prendiamo la funivia del Klein Matterhorn (Piccolo Cervino) che  porta ai 3.820 mt., appunto, del Klein Matterhorn, superando un dislivello di ben 2000 mt. Saliamo, commettendo l’imprudenza, di non fermarci in nessuna stazione intermedia, cos&amp;amp;#236; una volta arrivati avvertiamo un leggero mal di montagna. - Salire velocemente ad alte altitudini non &amp;amp;#232; salutare. – All’incirca a met&amp;amp;#224; del tunnel, che dalla funivia conduce alle piste di sci, si pu&amp;amp;#242; salire con un ascensore sulla vetta del Piccolo Cervino da dove si pu&amp;amp;#242; godere un panorama mozzafiato. Usciti dal tunnel, prima di rimetterci gli sci ai piedi e scendere a Plateau Ros&amp;amp;#224;, andiamo a visitare il poco reclamizzato, ma bellissimo museo del ghiaccio &amp;amp;quot;Gletschergrotte&amp;amp;quot;, ricavato all’interno di un crepaccio. Qui apprezziamo le sculture di ghiaccio aventi come tema la montagna eseguite da valenti artisti.

La giornata intorno al Cervino sta’ per terminare e l’ultima picchiata, questa volta a Cervinia, nella neve ormai marcia, &amp;amp;#232; quasi un supplizio. - Con quale coraggio - mi domando - uso questo termine? - Una volta per compiere un giro del genere erano necessarie scarpinate non indifferenti, oggi completamente annullate dalle funivie. Accedere a questo luogo non richiede nessuna fatica, ma solo un giorno libero.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/svizzera/diario_di_viaggio_svizzera_2722.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Con gli sci intorno al Cervino&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>SVIZZERA</category><pubDate>Tue, 09 Jan 2007 11:53:36 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/svizzera/diario_di_viaggio_svizzera_2722.ashx</guid></item><item><title>Una notte a Doha, prima della guerra, Doha</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/qatar/diario_di_viaggio_qatar_2709.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/qatar/diario_di_viaggio_qatar_2709.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2709/21661.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;QATAR, Medio Oriente&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Capitiamo a Doha nel bel mezzo della crisi irachena. Gli americani hanno allestito, fin dal 6 di marzo, nella base di As Sayliyah, nei pressi di Doha, il proprio quartier generale. La capitale del Qatar, riveste un ruolo importante nello scacchiere politico di questa delicata area che &amp;amp;#232; il Golfo Persico. Il Qatar, infatti, non &amp;amp;#232; certo una meta turistica. Date le sue modeste dimensioni non ha gran che da offrire al viaggiatore. Senza timore di essere smentito, &amp;amp;#232; tra le destinazioni turistiche meno ambite del mondo. Il paese ha iniziato a rilasciare visti turistici soltanto a partire dal 1989 e solo di recente la monarchia assoluta ereditaria, che &amp;amp;#232; al governo, ha deciso d’aprirsi al turismo, ma ad un turismo d’&amp;amp;#233;lite. Il Qatar promuove manifestazioni di livello internazionale di golf, tennis, motociclismo, e di recente la nazionale di calcio ha incontrato, in una partita amichevole, il Milan. Nonostante tutto, il Qatar, rimane un paese non votato al turismo.

Un po’ per caso ci ritroviamo a Doha per catturare, per quanto possa essere possibile, gli aspetti caratteristici di questa societ&amp;amp;#224; della penisola arabica, appena pi&amp;amp;#249; liberale dell’Arabia Saudita, ma certamente pi&amp;amp;#249; arretrata del Bahrein, del Kuwait e degli Emirati Arabi. 

Durante il disbrigo delle non semplici formalit&amp;amp;#224; doganali veniamo separati; gli uomini da una parte e le donne dall’altra. Io e Cece, tanto quanto Mavi e Ila, siamo accuratamente perquisiti. A me requisiscono una bottiglia di vino, ma finalmente usciamo dall’aeroporto. Soffia un inaspettato e fastidioso vento, un infausto preavviso dei venti di guerra che saranno. Quattro giorni pi&amp;amp;#249; tardi scoppier&amp;amp;#224; la nuova guerra del Golfo.

Sul piazzale antistante noleggiamo un taxi per un paio d’ore. L’autista non capisce bene l’inglese quindi gli consegno il foglio con l’itinerario annotato (in inglese) sull’aereo: Corniche, Qatar National Museum, Tower O’Clock, Big Mosque, Al-Sadd Plaza, Shebestan Palace Restaurant, Doha Sheraton Hotel, Aljazeera T.V. 
Ora sembra capire e partiamo.
Imbocchiamo, quasi subito, la strada che percorre per intero la Corniche, una baia a mezza luna in cui brillano, nel buio della notte, le luci dei lussuosi hotel che la costeggiano. Abbandoniamo momentaneamente, il lungo mare, per dirigerci al Qatar National Museum, non per visitare le preziose collezioni che conserva, anche perch&amp;amp;#233;, data l’ora, &amp;amp;#232; chiuso, ma per osservare l’edificio che fino al 1949 fu residenza dello sceicco Abdullah Bin Mohamed. Proseguiamo verso il centro della citt&amp;amp;#224; alla volta della Tower O’Clock, della Big Mosque e di Al-Sadd Plaza. A questo punto il nostro autista prima c’intima e, poi, ci vieta di scendere. Gli chiediamo: &amp;amp;lt; Why, no possible? &amp;amp;gt; insistiamo assicurandogli che vogliamo fare semplicemente una passeggiata e scattare qualche foto. &amp;amp;lt; No possible! No possible! &amp;amp;gt; continua ad essere la sua risposta. Fin quando, a seguito delle nostre incessanti richieste di una spiegazione alteratosi minaccia di lasciarci l&amp;amp;#236;. Fermato il taxi ai bordi della strada ci spiega che la zona di notte &amp;amp;#232; malfamata ed inoltre, con i tempi che corrono, i turisti occidentali non sono tanto ben visti dalla popolazione. Non sappiamo cosa pensare. Il Qatar, dal punto di vista dello stato sociale, &amp;amp;#232; uno dei pi&amp;amp;#249; sicuri al mondo. Per esempio l’istruzione e la sanit&amp;amp;#224; sono gratuite, le case costano poco o niente, il lavoro non manca. Tutto questo grazie al petrolio. I cittadini, poi, in questi ultimi anni, si sono abituati agli stranieri occidentali. 
Sar&amp;amp;#224;, allora, proprio per via della guerra? 
Stando a quanto scrivono i giornali il popolo del Qatar non &amp;amp;#232; d’accordo con la scelta del proprio governo di schierarsi a favore degli americani. Siamo tentati di chiedere al tassista la sua idea in proposito, poi desistiamo per non creare dell’ulteriore tensione.
L’impressione, per&amp;amp;#242;, &amp;amp;#232; che nella capitale del Qatar il conflitto sembra gi&amp;amp;#224; essere scoppiato e qui pi&amp;amp;#249; che altrove la guerra &amp;amp;#232; vissuta come uno scontro tra occidente e islam, anche se gli americani si sforzano, in tutti i modi, di far capire che &amp;amp;#232; una guerra contro il Rais dell’Iraq, Saddam Hussein, e non contro la sua popolazione.
Guardandosi attorno si resta colpiti dall’abbigliamento degli uomini, i quali vestono tutti, ancora, nella maniera tradizionale, cio&amp;amp;#232; indossando una tunica, lunga fino ai piedi, rigorosamente bianca, con in testa il kafiyyeh, il tipico fazzoletto arabo (rosso e bianco, nero e bianco o completamente bianco), e la ‘iqal, la corda nera usata per fissarlo al capo.
Per strada colpisce, inoltre, ancor di pi&amp;amp;#249;, l’assoluta assenza di donne. Siamo in un paese arabo tra i pi&amp;amp;#249; conservatori. La condizione femminile &amp;amp;#232;, secondi i canoni occidentali, anacronistica. Basti pensare che solo nelle ultime elezioni tenute nel 1.999 le donne hanno votato per la prima volta. un evento eccezionale tant’&amp;amp;#232; che la circostanza ha incontrato la disapprovazione dei paesi arabi confinanti.
All’ennesimo No possible, no possible! Rinunciamo senza avere capito il motivo per cui c’&amp;amp;#232; stato impedito di scendere.
Continuiamo il nostro tour notturno e questa volta &amp;amp;#232; solo la sfortuna ad impedirci di vedere lo Shebestan Palace Restaurant, in quanto &amp;amp;#232; chiuso. Il ristorante, nel cuore della citt&amp;amp;#224;, &amp;amp;#232; famoso non soltanto per la cucina, ma per la sua architettura di stile persiano, dagli interni da mille e una notte, tanto da essere diventato una meta turistica, come il Doha Sheraton Hotel.
Nella citt&amp;amp;#224; s’intravedono enormi ritratti del capo di stato, l’emiro Sheikh Hamad Ibn Khalifa Al –Thani, caratteristica questa di tutti i paesi di quest’area geografica, in cui campeggia, in ogni dove, la figura del sovrano. 
Prima di arrivare al Doha Sheraton, riprendiamo la Corniche, al termine della quale si trova il celebre hotel. Si distingue, fin da lontano, per la sua spettacolare architettura piramidale. L&amp;#39;hotel dispone di una vasta gamma di servizi di lusso, dal centro fitness ai campi da tennis e da squash, e svariati ristoranti e caff&amp;amp;#232;. L’ingresso e la hall sono enormi, c’&amp;amp;#232; una fontana e delle vere e proprie piante di palma. Due ascensori, interamente di vetro, salgono e scendono di continuo. Il pavimento &amp;amp;#232; di marmo bianco, immacolato, o altrimenti &amp;amp;#232; ricoperto da grandi tappeti. Una notte in suite costa quanto l’intera vacanza che abbiamo appena trascorso in Sri Lanka.
Per terminare il nostro giro manca soltanto pi&amp;amp;#249; la visita alla T.V. Aljazeera, ribattezzata la CNN araba. Di nuovo, il tassista riprende ad imprecare, in inglese, &amp;amp;lt; No possible. No possible. Danger!. Danger! &amp;amp;gt; A suo dire l’emittente, diventata famosa per aver trasmesso le immagini di Osama Bin Laden, dopo l’11 settembre, &amp;amp;#232; un obiettivo a rischio attentati. Ci spiega che lui ha paura, ha una famiglia, per tutto questo si rifiuta di portarci. 
Ora, l’impressione avuta poco prima diventa realt&amp;amp;#224;: in Qatar il conflitto, visto come opposizione tra il mondo occidentale e il mondo arabo, &amp;amp;#232; metaforicamente gi&amp;amp;#224; scoppiato.
Ritornati all’aeroporto decidiamo di andare, ancora, fino al McDonald’s, che si trova a non pi&amp;amp;#249; di trecento metri. Scopriamo che il panino &amp;amp;quot;McArabia&amp;amp;quot; esiste davvero, ma, soprattutto, all’interno vediamo tre donne completamente coperte con il tipico manto nero islamico. Il contrasto dei loro rigorosi abiti scuri stride con i colori sgargianti del locale. Il loro comportamento quasi ci imbarazza, a me sembra di profanare i loro costumi, le loro usanze. Ci accorgiamo di quanto sia la nostra societ&amp;amp;#224; diversa dalla loro. 

E’ giunta l’ora di ritornare. Facciamo check-in, mi restituiscono la bottiglia di vino sequestrata all’uscita… tra sei ore saremo a Milano.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/qatar/diario_di_viaggio_qatar_2709.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Una notte a Doha, prima della guerra&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>QATAR</category><pubDate>Mon, 08 Jan 2007 12:54:35 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/qatar/diario_di_viaggio_qatar_2709.ashx</guid></item><item><title>Adam&amp;#39;s Peack: la montagna sacra, Dalhouise</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/sri lanka/diario_di_viaggio_sri lanka_2710.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/sri lanka/diario_di_viaggio_sri lanka_2710.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2710/21667.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;SRI LANKA, Asia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;amp;quot;…dovete sapere come […] nell&amp;#39;isola di Seilla vi sia una grande montagna, con il monumento d&amp;#39;Adam nostro padre. Il quale essendosi acconciato a vivere quass&amp;amp;#249;, vi lasci&amp;amp;#242; poi le proprie spoglie, tanto che furono trovati li denti suoi e la scodella dov&amp;#39;elli mangiava…&amp;amp;quot; - 
Con queste parole Marco Polo descriveva il Picco di Adamo. Lo scrittore inglese Stills, addirittura, defin&amp;amp;#236; la cima: &amp;amp;lt; la pi&amp;amp;#249; vasta e venerata cattedrale della razza umana &amp;amp;gt;. Personalmente avevo letto libri nei quali si descriveva come i pellegrini rischiavano la morte, pur di arrivare sulla cima e assicurarsi il beneficio del voto e di quanti la trovavano lungo il cammino per la fatica o il freddo. Nacque cos&amp;amp;#236; in me il desiderio di riuscire a salire, un giorno, su questa singolare vetta e vivere l&amp;#39;atmosfera del suo mistico pellegrinaggio.
Non appena messo piede sull&amp;#39;isola, come un mio illustre predecessore, il famoso viaggiatore Ibn Battuta, l&amp;#39;unico mio desiderio era salirvi. Non mi sembra vero, quindi, di essere proprio alle sue pendici. Osservo incantato la cima, la esamino e la scruto, da circa 1.000 metri pi&amp;amp;#249; in basso, comodamente seduto sotto la tettoia di un fatiscente bar che s&amp;#39;affaccia sull&amp;#39;unica strada che attraversa il piccolo paese. Sono, insieme ai miei compagni di viaggio, in trepida attesa che smetta di diluviare! Sono preoccupato perch&amp;amp;#233; l&amp;#39;ascensione &amp;amp;#232; a rischio. Come al solito, ho lo spirito del viaggiatore, ma non il tempo e domani si deve ripartire secondo il rigido programma di viaggio. Dopo circa due ore la pioggia continua a cadere. Non c&amp;#39;&amp;amp;#232; pi&amp;amp;#249; tempo: o si parte adesso o si rinuncia alla salita. Si parte!
In scomoda compagnia della pioggia, l&amp;#39;escursione incomincia lungo una carrareccia occupata, su ambo i lati, per circa un chilometro, da negozi che vendono per lo pi&amp;amp;#249; generi di conforto per i pellegrini: dalle coperte agli impermeabili, dalle torce elettriche agli oggetti votivi. Inizialmente niente fa&amp;#39; presagire alcunch&amp;amp;#233; di esotico, eppure ci sono file e file di bus e minibus parcheggiate nel piazzale, che avevo notato per via di strani fasci d&amp;#39;erba posati sui parabrezza. Secondo una superstizione locale cos&amp;amp;#236; facendo si renderebbe il proprio veicolo immune da incidenti. Curiosit&amp;amp;#224; a parte, dove son finiti tutti?
Dopo una quindicina di minuti incontriamo un monaco buddhista, con cui ci accompagneremo per una buona mezzora. Si dice sorpreso nel vedere due occidentali avventurarsi sotto la pioggia. In questo tratto, il sentiero, in ottimo stato sale in maniera quasi impercettibile e di tanto in tanto s&amp;#39;immerge letteralmente nei campi di t&amp;amp;#232;. Da qui in avanti incontreremo, man mano che ci avvicineremo alla cima, un sempre maggiore numero di persone. Ecco spiegato l&amp;#39;interrogativo di prima. Il percorso &amp;amp;#232; cos&amp;amp;#236; lungo che i pellegrini si distribuiscono uniformemente lungo tutto il cammino. Sono affollati, invece, gli ambalama, i luoghi di riposo costruiti lungo la via per dare ricovero ai pellegrini. Il primo lo troviamo presso il dagoba Japan-Sri Lanka Friendship. Questi posti tappa assomigliano a piccoli villaggi dove oltre ai dormitori vi sono dei negozietti, sempre aperti, che vendono di tutto e piccoli chioschi nei quali &amp;amp;#232; possibile rifocillarsi. A circa met&amp;amp;#224; strada, il percorso diventa pi&amp;amp;#249; impegnativo e faticoso perch&amp;amp;#233; si trasforma in una continua e ripida rampa di scalini. Tra l&amp;#39;altro i gradini sono irregolari per altezza ed ampiezza la cosa spezza ulteriormente il passo. Se poi aggiungiamo che sono consumati dal passaggio di milioni di persone e resi scivolosi dalla pioggia &amp;amp;#232; gioco forza raggiungere la cima se non stremati per lo meno stanchi. Il tratto pi&amp;amp;#249; impervio s&amp;#39;incontra quando il sentiero di scalini (circa 3.500) s&amp;#39;inerpica in mezzo alla foresta. L&amp;#39;umidit&amp;amp;#224; diventa insopportabile! Inutile anche trovare sostegno nei cartelloni che, lungo tutta la salita, scandiscono l&amp;#39;avanzare degradando fino al numero zero perch&amp;amp;#233; raggiunto l&amp;#39;ultimo non si &amp;amp;#232; affatto arrivati, ma si continua ancora a salire. L&amp;#39;arrivo &amp;amp;#232; segnalato dalla fine dei gradini, quando ti trovi in vetta, sul piccolo pianoro che ospita il sacro tempio. In cima fa&amp;#39; freddo, nel frattempo, per&amp;amp;#242;, ha smesso di piovere. Una fitta nebbia e il buio della notte ci avvolgono in una sorta di girone dantesco. Rendiamo omaggio all&amp;#39;orma sacra, appartenga, a chi che sia, ad Adamo, al Buddha, a San Tommaso o a Shiva, non importa, siamo avvolti in un misticismo quasi palpabile. Purtroppo, a causa del tempo, non potremo apprezzare lo straordinario panorama che altrimenti si godrebbe dalla cima. Vediamo alcuni pellegrini toccare una campana. Cerchiamo di fare lo stesso pensando a un segno di riverenza, ma il guardiano del tempio ci ferma spiegandoci che soltanto chi &amp;amp;#232; gi&amp;amp;#224; stato sulla vetta ha diritto a farla suonare. Sulla via del ritorno, in pi&amp;amp;#249; punti, siamo costretti ad utilizzare le torce portate da casa. I pali della luce situati lungo il tragitto sono a volte cos&amp;amp;#236; distanti, che senza pile si camminerebbe letteralmente al buio. Colpisce a dispetto dell&amp;#39;ora e del brutto tempo, il flusso inarrestabile di gente, giovani e vecchi, che continua imperterrita a salire dal fondovalle. Incontriamo tre donne anziane che avevamo superato all&amp;#39;andata le quali, riconoscendoci, ci chiedono quanto manca alla vetta. Quasi tutti salgono con addosso pesanti coperte per proteggersi dal freddo, tanto che sembra di vedere una processione di figure fiabesche. Terminato il tratto pi&amp;amp;#249; accidentato, ossia quello degli scalini, ci fermiamo a riposare e mangiare qualcosa in un ristorantino. Sediamo accanto a tre monache buddiste e ordiniamo una sorta di piadina bolognese, molto buona, e una Coca Cola. Sobbalzo dalla sorpresa nel sentire alla radio del negoziante una canzone dei Gautam Gupia, di cui mi ero comprato una musicassetta quattro anni prima in India. Ripartiamo per Dalhouise dove Cece e Ila ci stanno aspettando alla Yellow House. Il cammino &amp;amp;#232; ora ben illuminato. Le tenebre della notte insieme alla noiosa nenia religiosa diffusa dagli altoparlanti, sistemati sul percorso, rendono il finire del pellegrinaggio pi&amp;amp;#249; che mai emozionante. Girandoci indietro, guardando verso la vetta, il sentiero sembra la colata lavica di un vulcano in eruzione. Quando siamo ormai arrivati incontriamo diversi giovani salire, tutti insieme. Hanno l&amp;#39;aria di essere dei gruppi in gita parrocchiale e, meravigliati di vedere scendere due occidentali dal Picco d&amp;#39;Adamo, danno sfogo alla curiosit&amp;amp;#224; sommergendoci di domande. 
I pellegrini costituiscono l&amp;#39;aspetto pi&amp;amp;#249; straordinario della salita al Picco d&amp;#39;Adamo. Gli incontri che si fanno durante l&amp;#39;ascesa sono numerosi e stupefacenti. Si cammina fianco, fianco coi pellegrini e il fatto di condividere la fatica crea una sincera solidariet&amp;amp;#224;, indipendentemente dalla razza e dal credo. Abbiamo incontrato giovani aitanti, vecchi ansimanti, persone salire cantando, altre pregando. Molti erano a piedi nudi, alcuni erano malati o addirittura moribondi, portati in spalla, distesi sopra una lettiga, da cordate di giovani. Qua e l&amp;amp;#224;, capannelli di pellegrini stavano seduti a riposare, molti dormendo sopra le panche dei dormitori. Per tutta la salita &amp;amp;#232; stata tangibile la sensazione di andare a visitare qualcosa di sacro, di vivere qualcosa di ascetico. Tutti salutavano, anche solo un cenno, un po&amp;#39; come da noi in montagna quando ci s&amp;#39;incontra sui sentieri. 
La salita all&amp;#39;Adam&amp;#39;s Peack che raggiunge la ragguardevole altezza, per essere in Sri Lanka, di 2.243 metri, costituisce una strana impresa alpinistica. L&amp;#39;esperienza vissuta rappresenta un viaggio nel viaggio. Il Picco d&amp;#39;Adamo &amp;amp;#232; una meta insolita, in uno Sri Lanka diverso da quello delle pianure del triangolo storico - culturale, della zona collinare delle piantagioni di t&amp;amp;#232; e delle coste del mare tropicale, un vero &amp;amp;quot;mondo a parte.&amp;amp;quot;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/sri lanka/diario_di_viaggio_sri lanka_2710.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Adam's Peack: la montagna sacra&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>SRI LANKA</category><pubDate>Mon, 08 Jan 2007 17:23:24 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/sri lanka/diario_di_viaggio_sri lanka_2710.ashx</guid></item><item><title>El Parque Nacional Los Glaciares, El Calafate, Patagonia</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/argentina/diario_di_viaggio_argentina_2660.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/argentina/diario_di_viaggio_argentina_2660.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2660/21427.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;ARGENTINA, Sud America&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al &amp;amp;quot;Parque Nacional los Glaciares&amp;amp;quot; tutti noi ci aspettiamo di vedere una sorta di &amp;amp;quot;Antartide&amp;amp;quot; in miniatura, un paesaggio d’imponenti ghiacciai e grandi iceberg. Sebbene le dimensioni degli uni e degli altri sono assai pi&amp;amp;#249; ridotte rispetto a quelli dell’Antartide, la somiglianza sar&amp;amp;#224; palpabile e l’appellativo di &amp;amp;quot;piccolo Antartide&amp;amp;quot; &amp;amp;#232; assai indovinato, specie per coloro che decideranno di compiere la traversata dello Hielo Patagonico Sur. Noi ci accontenteremo di ammirare il pi&amp;amp;#249; turistico Parco dei Ghiacciai, in grado, in ogni caso, di accontentare anche i viaggiatori pi&amp;amp;#249; esigenti.

El Calafate &amp;amp;#232; la base di partenza di tutte le escursioni per il &amp;amp;quot;Parque Nacional Los Glaciares&amp;amp;quot;. 
Il cielo coperto e una pioggia fine, ma insistente, compromettono l’effettuazione dell’escursione a piedi sul ghiacciaio pi&amp;amp;#249; famoso e conosciuto di tutta la Patagonia, ossia il Perito Moreno. La notoriet&amp;amp;#224; del Moreno si deve al fatto che &amp;amp;#232; l’unico ghiacciaio in fase di avanzamento sulla terra e per l’altezza del suo fronte che raggiunge gli ottanta metri al di sopra dello specchio d’acqua del lago. Ci concediamo, cos&amp;amp;#236;, un giorno di relax, avanti e indietro lungo avenida del Libertador General Jos&amp;amp;#232; de San Martin, principale arteria di El Calafate. Entriamo ed usciamo dai negozi che costeggiano la via. Batik, magliette, pile, ma soprattutto liquore e marmellata di calafate, il frutto simile al mirtillo da cui prende nome la citt&amp;amp;#224;. Nel nostro gironzolare, su e gi&amp;amp;#249;, ci fanno costantemente compagnia i deliziosi aromi di asado. Il sapore della carne sulla griglia ci fa’ venire l’acquolina e nonostante siano solo le 18.00 del pomeriggio gi&amp;amp;#224; pregustiamo il sapore della cena.

Abbiamo, come al solito, i giorni contati, non possiamo pi&amp;amp;#249; permetterci cambiamenti di programma. Domani indifferenti alle condizioni atmosferiche effettueremo le escursioni previste. Siamo fortunati! Il sole splende alto in cielo quando partiamo alle 07.00 da El Calafate per Puerto Bandera dove ci imbarcheremo per la navigazione sul lago Argentino.
La maggior parte degli escursionisti si accomoda all’interno del catamarano. Noi restiamo in coperta indifferenti al forte e gelido vento che ci fa’ capire che se non siamo in Antartide, fuori dai confini del mondo, siamo pur sempre, in Patagonia, ai confini del mondo. A prua imbacuccato nel mio giubbotto, con la cuffia ben tirata sulle orecchie e l’inesorabile goccia che cola dal naso, scruto l’orizzonte dell’immenso lago. Voglio essere il primo ad avvistare un iceberg. Quando sono ormai in procinto di lasciar perdere e sedermi al fianco di Mavi e Ila, accovacciate al riparo dal vento sotto le pareti della cabina di comando, intravedo un puntino bianco galleggiare in lontananza, alla fine del brazo norte del lago. Cinque minuti dopo quel punto diventa un ben definito iceberg. Il capitano annuncia al microfono l’avvistamento di un t&amp;amp;#233;mpanos, cos&amp;amp;#236; come chiamano qui gli iceberg, e il ponte &amp;amp;#232; invaso dagli altri turisti. Mentre da vicino fotografo il gigantesco blocco di ghiaccio alto una decina di metri e largo altrettanti mi chiedo se arriver&amp;amp;#224; mai a depositarsi sulla costa opposta come a volte succede quando gli iceberg sono tanto grandi. Man mano che ci avviciniamo ai fronti dei ghiacciai vedremo apparire molti t&amp;amp;#233;mpanos per la maggior parte piccoli e soltanto pochi grandi. Nel corso dell’escursione visiteremo il fronte di tre ghiacciai nell’ordine lo Spegazzini, l’Onelli e l’Upsala, il primo e l’ultimo, in particolare, sono delle vere e proprie fiumane di ghiaccio che scendono nel lago dalle vallate della cordigliera. Il ghiacciaio Seco, il primo che avvistiamo, si distingue perch&amp;amp;#233; a dispetto degli altri non raggiunge l’acqua.
Dopo un&amp;#39;ora di navigazione appare il ghiacciaio Spegazzini. Da lontano, assomiglia ad un enorme serpente bianco che scende sinuoso dalla montagna per immergersi nelle acque del lago. Durante la perlustrazione assistiamo allo spettacolare distacco di un pinnacolo dal ghiaccio. Il rumore &amp;amp;#232; catastrofico le conseguenze fortunatamente no, ma lo stesso l’imbarcazione osciller&amp;amp;#224; per qualche minuto.
Raggiungiamo il ghiacciaio Onelli dopo una breve escursione di una ventina di minuti in mezzo ad un bosco di piante di lenga. Qui pi&amp;amp;#249; del fronte del ghiacciaio &amp;amp;#232; la laguna ad attirare l’attenzione. La piccola laguna si sta sgelando. Davanti alla bahia Onelli, lontano da citt&amp;amp;#224; e villaggi, isolato, seduto su una roccia, trascorro una buona ora consapevole dell’unicit&amp;amp;#224; della situazione. In questo luogo dove la vita sembra scorrere uguale come in tempi remoti mi godo questa selvaggia bellezza. C’&amp;amp;#232; un grande silenzio. Sono attirato dal paesaggio che solo ora riesco ad assaporare pienamente nella sua grandiosit&amp;amp;#224;. Spazio e silenzio sono particolari, quasi irreali.
Infine giungiamo al ghiacciaio Upsala, un campo di ghiaccio galleggiante formato da tanti iceberg, piccoli e grandi. Quel che stiamo vedendo &amp;amp;#232; di una grandiosit&amp;amp;#224;, d’una bellezza e magnificenza tale che la mia penna non &amp;amp;#232; capace di descrivere. Mi sembra davvero di essere in chiss&amp;amp;#224; quale mare polare. Il catamarano sbatte di continuamente contro piccoli ostacoli di ghiacciati, con rumori pi&amp;amp;#249; meno assordanti che a volte incutono timore. Alcuni t&amp;amp;#233;mpanos sembrano veleggiare sospinti dal vento e dalle correnti, altri sono completamente immobili. Tutti indistintamente hanno forme bizzarre e colori freddi. La massiccia presenza di blocchi di ghiaccio c’impedisce di raggiungere il fronte del ghiacciaio nonostante i vani tentativi dell’imbarcazione di avanzare. L’Upsala &amp;amp;#232; il maggiore dei ghiacciai periferici dello Hielo Patagonico. Misura 60 km di lunghezza e 12 km di larghezza, mentre il fronte &amp;amp;#232; di 4 km. 
La bella giornata incomincia a rovinarsi, abbiamo cos&amp;amp;#236; modo di apprezzare delle nuvole molto frequenti in Patagonia le cosiddette &amp;amp;quot;Contessa dei venti&amp;amp;quot; ossia una sovrapposizione di nubi lenticolari

Rientrati a Puerto Bandiera, sfruttando completamente le ore di luce, dato che il sole tramonta alle ore 21.40,  saliamo subito sull’auto per raggiungere, dopo 70 chilometri di strada sterrata il brazo Rico del lago Argentino dov’&amp;amp;#232; ubicato il Perito Moreno. Vi giungiamo all’imbrunire e vista l’ora tarda le passerelle, sulle quali si compie la visita, sono completamente vuote e prive della presenza di turisti. In questo contesto il ghiacciaio conserva intatto l’intrinseco incanto della natura selvaggia. Il ghiacciaio brontola in continuazione, sembra vivo. L’effetto &amp;amp;#232; dovuto ai continui crolli, interni ed esterni, dei blocchi di ghiaccio i quali, cadendo, provocano dei tonfi spettacolari. I rumori si sposano perfettamente ai sogni, di speranze e di avventure, che trasmettono le guglie del ghiacciaio, solo all’apparenza aspre e desolate, ma armoniose se confrontate all’ambiente e al paesaggio circostante che trasudano di magia. In questo spazio primordiale, mi sento per la prima volta uno spirito davvero libero.

Risalito in macchina, sulla strada del ritorno, mi vedo riflesso sul finestrino. Il mio viso &amp;amp;#232; trascurato, la barba folta, gli occhi stanchi, per la lunga giornata, ma luminosi per le bellezze naturali contemplate. Fisso l’alambrado, il recinto di fil di ferro presente dappertutto sui terreni patagonici e per una volta non vedo ciuffi gialli n&amp;amp;#233; pecore addossate su miseri cespugli. Gli occhi sono ancora pieni del bianco accecante della lunga giornata trascorsa in mezzo ai ghiacci del &amp;amp;quot;Parque Nacional los Glaciares&amp;amp;quot;: luogo dove lo spirito si nutre della grandezza del paesaggio, la libert&amp;amp;#224; si fa ghiaccio immenso e il vento scuote l’anima…&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/argentina/diario_di_viaggio_argentina_2660.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;El Parque Nacional Los Glaciares&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>ARGENTINA</category><pubDate>Thu, 04 Jan 2007 13:09:06 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/argentina/diario_di_viaggio_argentina_2660.ashx</guid></item><item><title>Parque Nacional Torres del Paine, Puerto Natales, Parco Torri del Paine, Patagonia</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/cile/diario_di_viaggio_cile_2663.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/cile/diario_di_viaggio_cile_2663.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2663/21466.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;CILE, Sud America&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lascio la Tierra del Fuego imbarcandomi sul traghetto che collega giornalmente l&amp;#39;Isla Grande con la parte pi&amp;amp;#249; meridionale del continente americano. Trenta minuti di traversata, sullo stretto di Magellano, e sono in Patagonia. Da Punta Delgada, ci aspetta ora un lungo trasferimento fino a Puerto Natales, ma per lo meno i chilometri da percorrere sono interamente asfaltati. Lungo il tragitto, il pensiero corre…
Chiss&amp;amp;#224;, mi domando, se trover&amp;amp;#242; quelle stesse terre avventurose che tante volte mi sono prefigurato, leggendo i libri su questi territori, in cui avvertivo la natura padrona assoluta. Intorno a me s&amp;#39;aprivano paesaggi unici quando, sul divano di casa mia, chiudevo gli occhi per meglio immaginarmi quanto avevo appena letto sulle magiche e selvagge terre della Patagonia. Le letture sui viaggi dei primi esploratori, insieme ai resoconti delle scalate dei grandi alpinisti, mi hanno fatto amare, fin da ragazzo, queste terre estreme. Pur senza averle mai viste e vissute, era un po&amp;#39; come se le avessi sempre conosciute, ma ora la Patagonia &amp;amp;#232; davanti a me, sotto di me, attorno a me. La posso, finalmente esplorare, assaporare, scoprire. 
Facciamo una prima sosta all&amp;#39;Estancia San Gregorio, proprio sulla strada. Quella che un tempo era un vastissimo e glorioso ranch &amp;amp;#232; in gran parte abbandonato ed ha l&amp;#39;aspetto di una citt&amp;amp;#224; fantasma. Atmosfera cui contribuiscono i relitti delle navi incagliate sulla spiaggia: si tratta dell&amp;#39;Amedeo, famosa per essere la nave con cui giunsero i primi padri salesiani in questi luoghi, e dell&amp;#39;Ambassador, finita anch&amp;#39;essa ingloriosamente sulla riva settentrionale dello storico stretto di Magellano. Arriviamo a Puerto Natales alle ultime luci del giorno, in tempo per assistere ad uno spettacolare tramonto sul Seno Ultima Esperanza con la mente gi&amp;amp;#224; proiettata a domani, al Parque Nacional Torres del Paine, una delle principali attrazioni di tutta la Patagonia.
Al mattino, dopo un&amp;#39;occhiata ai cigni dal collo nero, caratteristici della regione, siamo diretti alla Guarderia Laguna Azul, l&amp;#39;entrata pi&amp;amp;#249; a nord del parco. Il cielo &amp;amp;#232; grigio e cupo, piove e c&amp;#39;&amp;amp;#232; un po&amp;#39; di nebbia. Non mi resta che confidare in uno dei tanti e repentini cambiamenti meteorologici che caratterizzano la Patagonia. La strada ritorna ad essere sterrata, appena fuori Puerto Natales. Una breve sosta alla Cueva del Milodon e proseguiamo diritti per Cerro Castillo. Percorriamo un tratto di strada recintato su ambo i lati da del filo spinato, sul quale sono affissi dei minacciosi cartelli: &amp;amp;lt; &amp;amp;#161;Peligro Campo Minado! &amp;amp;gt; che ricordano vecchie ostilit&amp;amp;#224; tra Cile e Argentina. Le braccia s&amp;#39;irrigidiscono e diminuisco la velocit&amp;amp;#224; al pensiero di poter finire per qualsiasi motivo fuori strada. Il tempo, intanto, migliora e ci ritroviamo nel parco senza neanche accorgercene. Una cinquantina di guanaco, che spaventati dal nostro arrivo scappano tagliandoci letteralmente la strada, ci danno il benvenuto al Paine. Alla Laguna Azul aspettiamo pi&amp;amp;#249; di un&amp;#39;ora con la speranza che il vento spazzi via gli ultimi corpi nuvolosi che sostano proprio sulle Torri del Paine. La giornata va decisamente rasserenandosi. Il vento soffia sempre pi&amp;amp;#249; forte e conseguentemente libera il cielo dalle nuvole, quindi attendiamo di potere ritrarre le tre granitiche e rinomate torri che si specchiano nelle terse acque della laguna. Invano! Unico risultato &amp;amp;#232; quello di essere improvvisamente investiti da una vera e propria secchiata d&amp;#39;acqua, alzata dall&amp;#39;impetuoso vento. Saremo premiati al belvedere della grande cascata del Rio Paine, e poco importa se qui, le tre cime, non si specchiano in alcun lago. La vista &amp;amp;#232;, comunque, superba.
Alla Guarderia Laguna Amarga diamo un passaggio a Francisca, una giovane ragazza di Santiago del Cile che lavora nel parco durante la stagione estiva. Come spesso succede in queste circostanze, il colloquio verte sull&amp;#39;ottenere informazioni dei rispettivi paesi. Non c&amp;#39;&amp;amp;#232; bisogno di parlare l&amp;#39;inglese, Francisca si fa&amp;#39; capire parlando lentamente lo spagnolo. Il paesaggio &amp;amp;#232; fiabesco. Nella cornice dell&amp;#39;imponente massiccio del Paine, la strada sembra aprirsi sospesa sopra un regno incantato, con spettacolari e repentini saliscendi, tra laghi di svariato colore, ora argento e verde, ora azzurro e blu. In certi tratti la strada fa&amp;#39; da ponte naturale da una sponda all&amp;#39;altra e sembra quasi di tuffarsi con l&amp;#39;auto nell&amp;#39;acqua per poi riemergere sulla riva opposta. Il verde &amp;amp;#232; di mille tonalit&amp;amp;#224;, tutte brillanti. Sembra di essere nel giardino dell&amp;#39;Eden. Gli stop sono continui. Non si riesce proprio a fare a meno di fermarsi, per immortalare i vari panorami. Scende anche Francisca, nonostante debba essere abituata. Mi trattengo dal domandarle come mai. …Non ci si stanca mai di osservare paesaggi che sono autentiche opere del creato. Alla fine del pomeriggio raggiungiamo la posada Rio Serrano, la cui hall pare una sala da t&amp;amp;#232; d&amp;#39;altri tempi, un ambiente pseudo-nobiliare, che contrasta con le semplici camere scaldate con delle stufe a legna. Dopo cena andiamo a vedere il tramonto sul Lago Pehoe. La strada, ora con l&amp;#39;approssimarsi delle ombre della notte, &amp;amp;#232; attraversata da scattanti e agili capibara, le lepri della Patagonia. Davanti alla catena montuosa del Paine, delicatamente tinteggiata di rosa che risalta scolpita nel cielo come una formidabile fortezza merlata di torri, di pinnacoli, di corna mostruose, resto senza parole. Il freddo si fa&amp;#39; pungente e ci costringe a rientrare. Prima di coricarci, per&amp;amp;#242;, facciamo provvista di legna, per alimentare la stufa durante la notte, e c&amp;#39;intratteniamo a parlare con il gestore. Comodamente seduti intorno al camino che scalda e anche profuma piacevolmente la stanza, senza televisione, ne radio, lontani dal mondo, in mezzo alla natura, soli con noi stessi ed i nostri discorsi, mi sento sereno come poche altre volte nella vita.
L&amp;#39;indomani &amp;amp;#232; dedicato al lago Grey. Dopo aver percorso una ventina di chilometri giungiamo al lussuoso hotel dove si prendono le prenotazioni per l&amp;#39;escursione. Da qui intravediamo gi&amp;amp;#224; degli iceberg staccatisi dall&amp;#39;omonimo ghiacciaio, che il vento spinge sino a riva. Proprio questi piccoli iceberg impediscono all&amp;#39;imbarcazione che ci condurr&amp;amp;#224; fino al fronte del ghiacciaio di avvicinarsi, perci&amp;amp;#242; &amp;amp;#232; con un piccolo gommone che avviene il trasferimento dalla riva allo scafo. Risalendo il lago non incontriamo nessun iceberg, questi sono tutti concentrati nelle immediate vicinanze del ghiacciaio o della riva. Quando si spengono i motori, usciamo in coperta e ci troviamo davanti all&amp;#39;intero fronte del ghiacciaio e al nunatak, il piccolo isolotto roccioso che lo divide e per cui il ghiacciaio Grey &amp;amp;#232; famoso. L&amp;#39;altezza del fronte di ghiaccio non &amp;amp;#232; elevata, ma proprio per questo riusciamo ad avvicinarci fin quasi a sfiorarlo. Cos&amp;amp;#236; vicino, non si pu&amp;amp;#242; non essere attraversati da continui fiotti di adrenalina, anche se l&amp;#39;osservazione dei pinnacoli, dei crepacci e degli innumerevoli colori &amp;amp;#232; pi&amp;amp;#249; che sufficiente a distrarre. Passa un&amp;#39;ora quando la nave riprende la via del ritorno, ma sembra siano passati appena cinque minuti tanto &amp;amp;#232; stato l&amp;#39;incanto. A tutti viene offerto pisco sur con ghiaccio, ghiaccio naturalmente raccolto nelle gelide acque del lago. Lungo la strada che costeggia il Lago Sarmiento ci fermiamo a dare un ultimo omaggio al Paine, una sorta d&amp;#39;addio. E&amp;#39; triste separarsi da quel incredibile affastellamento di vette vertiginose che si perdono ormai sullo sfondo come tanti coltelli conficcati tra le nuvole. Il vento d&amp;#39;improvviso si placca. Interpreto la cosa come un segnale, una risposta al mio riverente saluto. Trovo l&amp;#39;attimo per voltare le spalle alle montagne e risalire in auto. Nessuno parla. Credo che, come me, Mavi e Ila abbiano conosciuto il posto in cui trascorrerebbero volentieri il resto della vita.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/cile/diario_di_viaggio_cile_2663.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Parque Nacional Torres del Paine&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>CILE</category><pubDate>Thu, 04 Jan 2007 17:55:48 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/cile/diario_di_viaggio_cile_2663.ashx</guid></item><item><title>Il regno delle isole, Giravaru, Atollo di Mal&amp;#232; Nord</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/maldive/diario_di_viaggio_maldive_2708.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/maldive/diario_di_viaggio_maldive_2708.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2708/21647.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;MALDIVE, Asia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Maldive! Eccomi all’aeroporto internazionale Hulhule, sito su di un’isola poco distante da di Mal&amp;amp;#232;, la capitale. Qui tutto sorge su di un isola, l’aeroporto, la capitale, i villaggi e le fabbriche… del resto ci sono solo isole! Per comprendere l’appellativo di &amp;amp;quot;Regno delle Isole&amp;amp;quot; (maniera in cui i maldiviani amano chiamare il proprio paese) bisogna fare un passo indietro.
Sono comodamente seduto sull’aereo intento a leggere un articolo della rivista di bordo dal titolo il Regno delle Isole, quando mi affaccio all’obl&amp;amp;#242; e vedo apparire, in mare, sotto di me, a pi&amp;amp;#249; di 8.000 metri, la miriade di isole che contraddistinguono questo stato arcipelago in tutto il mondo. Intuisco che il titolo non poteva essere pi&amp;amp;#249; azzeccato tanto che me ne impossesso per questo mio resoconto di viaggio. Viste dall’alto le isole Maldive sono ancora pi&amp;amp;#249; belle: infiniti cerchi di corallo, di color verde, turchese e celeste, e… tutto intorno minuscole isole. Ufficialmente gli isolotti sono 1.192, ma spesso ne affiorano di nuovi e ne spariscono di vecchi, per tanto &amp;amp;#232; pressoch&amp;amp;#233; impossibile definirne il numero preciso. Esattamente 26 sono, invece, gli atolli su cui sono distribuite le isole. Per circa un’ora lo spettacolo &amp;amp;#232; assicurato, fino a quando non si atterra.

Usciti dall’aeroporto c’&amp;amp;#232; una lunga fila di piccoli banconi con l’insegna di ogni specifico Tour Operator che qui raccolgono le comitive dei propri turisti. Noi procediamo oltre in direzione di un molo dove vediamo attraccati alcuni dhoni, le imbarcazioni tradizionali del luogo, ancor oggi adoperati per il trasporto di merci, persone e nell’attivit&amp;amp;#224; peschereccia.
In inglese, ci rivolgiamo ad un ragazzo al timone di uno di questi dhoni per avere informazioni. Con nostra sorpresa egli ci risponde in italiano. Per accompagnarci al nostro resort, il Giravaru, ubicato nella parte meridionale dell’atollo di Mal&amp;amp;#232; Nord, chiede 15 dollari americani a testa. In base alle notizie prese prima della partenza costatiamo che il prezzo &amp;amp;#232; giusto, quindi accettiamo, una volta tanto senza mercanteggiare. Dovremo per&amp;amp;#242; aspettare che l’imbarcazione si riempia di gente. Attendiamo trenta minuti prima di partire. Con noi ci sono solo Maldiviani, tutti diretti alla volta della capitale. Dopo appena dieci minuti il dhoni ferma nell’isola di Mal&amp;amp;#232;. Abbandonando Mal&amp;amp;#232; scorgiamo la cupola della Grande Moschea ricoperta interamente di foglie d’oro, capace di contenere fino a 5.000 fedeli.  
Lungo il percorso vediamo qua &amp;amp;#232; l&amp;amp;#224;, pi&amp;amp;#249; o meno vicine, piccole isole. Passiamo, poi, di fronte ad una pi&amp;amp;#249; grande interamente occupata da una fabbrica. Da Mal&amp;amp;#232; impieghiamo 30 minuti per arrivare a Giravaru Island.
Piombiamo subito in camera ad infilarci i costumi per andare a fare il primo di molti bagni. Dopo aver sguazzato per circa un’ora in acqua e dopo un’altra ora di assoluto riposo sugli sdrai c’&amp;amp;#232; gi&amp;amp;#224; chi avverte un senso di claustrofobia. Optiamo per un esplorazione dell’isola su cui siamo finiti. Dopo dieci minuti siamo di nuovo al punto di partenza. 
Se non fosse per due escursioni che compiremo nei giorni del nostro soggiorno il viaggio sarebbe gi&amp;amp;#224; finito…
Non c’&amp;amp;#232; niente a parte il mare, per&amp;amp;#242; che mare! L’acqua &amp;amp;#232; incredibilmente cristallina e trasparente. Per cinque giorni viviamo in graziosi bungalow a soli dieci metri dal mare, su una spiaggia di sabbia bianchissima per via dei microscopici coralli che la compongono. Le nostre giornate trascorrono in acqua: prima di colazione, al mattino, al pomeriggio, per concludersi con idilliaci bagni al tramonto. Per chi &amp;amp;#232; in cerca di relax, per quanti sono innamorati del mare le Maldive sono veramente il paradiso. La temperatura del mare &amp;amp;#232; ideale 26&amp;amp;#176; costanti tutto l’anno. 
Per me e Mavi il passatempo migliore &amp;amp;#232; fare snorkelling. Armati di maschera e pinne esploriamo a pelo d’acqua il fondale lungo il cerchio dell’atollo su cui si trova la nostra isola, in direzione dell’orizzonte. Questi fondali sono meno spettacolari rispetto a quelli gustati nel Mar Rosso. Il corallo &amp;amp;#232; meno colorato perch&amp;amp;#233; &amp;amp;#232; in gran parte morto, e per quanto concerne i pesci ci sembrano pi&amp;amp;#249; o meno gli stessi. Ad ogni modo i fondali sono, comunque, a dir poco affascinanti. Facciamo snorkeling per due ore mantenendoci sempre l&amp;amp;#224; dove il mare &amp;amp;#232; verde segno che l’acqua non &amp;amp;#232; molto profonda. Tornati a riva ci accorgiamo di esserci non dico bruciati, ma quasi! I giorni a seguire Mavi e Simona si cospargeranno di creme protettive, mentre il sottoscritto indosser&amp;amp;#224; costantemente una maglietta, anche durante i bagni.
Il giorno successivo partecipiamo all’escursione di mezza giornata ad un isola disabitata. Da lontano la vediamo malapena affiorare dall’oceano. Non a caso le isole Maldive sono nei guinness dei primati per essere il paese pi&amp;amp;#249; piatto del mondo. L’elevazione massima &amp;amp;#232; di 3 metri sopra il livello del mare! L’isola &amp;amp;#232; un incanto, null’altro che palme, sabbia e mar, un luogo incontaminato senza tracce della presenza umana che incute, allo stesso tempo, serenit&amp;amp;#224; e paura: serenit&amp;amp;#224; per la straordinaria bellezza, paura per la sperduta solitudine. Man, mano che ci avviciniamo con il dhoni vediamo il bianco degli spruzzi delle onde che s’infrangono sulla barriera corallina, poi, il verde delle palme ed infine la spiaggia. L’isola &amp;amp;#232; ancora pi&amp;amp;#249; piccola di quella del nostro resort, la spiaggia ancora pi&amp;amp;#249; bianca, l’acqua ancora pi&amp;amp;#249; cristallina. Guardando all’orizzonte il mare si confonde con il cielo. Le palme sembrano cadere in acqua, quasi a volerla accarezzare. Siamo in paradiso! 
L’indomani facciamo un’escursione in mare aperto, nei pressi di una bella barriera corallina, dove alcuni ospiti del villaggio ci hanno detto di aver visto delle testuggini. Il reef &amp;amp;#232; effettivamente molto bello, il fondale colorato per via dei coralli ancora vivi. Vediamo pesci napoleone, pagliaccio, angelo imperatore, poi cernie e fittissimi branchi di lucenti pesci vetro, ma non le tartarughe di mare. Non &amp;amp;#232; necessario, comunque, spingersi al largo per ammirare il mondo marino. Noi abbiamo visto una murena nuotare sinuosamente a pochi metri dalla riva.
Alle sei del pomeriggio del nostro ultimo giorno di vacanza ci troviamo su uno dei caratteristici moli di Giravaru, costruiti con blocchi di madrepore e corallo, ad aspettare il calar del sole. Durante l’attesa scorgiamo dei giganteschi granchi. Quasi che la natura sapesse ci riserva un fantastico tramonto. Il sole cadente irradia a perdita d’occhio una luce arancione i nostri corpi ne sono avvolti assistiamo a uno di quei tramonti indimenticabili che restano indelebili nei ricordi. Diventa notte, ma non buio: una grande luna piena e una galassia di stelle fanno luce a sufficienza. Man mano che avanziamo sulla spiaggia davanti a noi nugoli di paciugo scappano correndo leggeri sulla sabbia in tutte le direzioni.
Le Maldive sono la &amp;amp;quot;repubblica delle vacanze.&amp;amp;quot; Un posto per turisti non certo per viaggiatori. Il luogo &amp;amp;#232; tale e quale alle foto che i diversi depliant pubblicizzano, un posto da favola, com’era scritto su un cartello dell’aeroporto: il paradiso in terra per chi &amp;amp;#232; in cerca di tranquillit&amp;amp;#224; e di riposo, e per quanti sonno innamorati del mare. Ecco spiegate le Maldive in modo sbrigativo. Io e Mavi, pi&amp;amp;#249; avvezzi a muoverci e a viaggiare la sera ci sentiamo come dei prigionieri, seppur in paradiso. Mio fratello e Simona si sono invece goduti i tesori di questo eden: orizzonti infiniti, il silenzio dei grandi spazi, cieli notturni tempestati di stelle, sole e caldo tropicale, acque trasparenti di color blu, celeste e verde, spiagge bianche di finissimo corallo, scenografiche palme protese verso il mare, stupendi fondali e pesci coloratissimi. Maldive, un carcere dorato o un paradiso terrestre? Oppure, solo il regno delle isole&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/maldive/diario_di_viaggio_maldive_2708.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Il regno delle isole&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>MALDIVE</category><pubDate>Mon, 08 Jan 2007 12:15:43 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/maldive/diario_di_viaggio_maldive_2708.ashx</guid></item><item><title>Gli himba e gli herero di Opuwo, Opuwo, Kaokoveld</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/namibia/diario_di_viaggio_namibia_2659.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/namibia/diario_di_viaggio_namibia_2659.ashx"&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;NAMIBIA, Africa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Impieghiamo un’intera giornata, da Halali, nel bel mezzo del Parco di Etosha, per arrivare ad Opuwo, la capitale del Kaokoveld, la zona nordoccidentale della Namibia, definita &amp;amp;quot;l’ultima grande regione selvaggia dell’Africa&amp;amp;quot;. 
Una quindicina di chilometri prima di Ruacana, prendiamo l’ennesima strada sterrata, che ci condurr&amp;amp;#224; dopo 90 km ad Opuwo. La velocit&amp;amp;#224; si riduce a 50, anche 40 km l’ora, secondo le condizioni, pi&amp;amp;#249; o meno accidentate, del percorso. Sono le 16.00 del pomeriggio e davanti a noi si distende una piana rovente e riarsa dal sole, di terra arida e polverosa. E’ una vista per niente affascinante, fatta apposta per mettere alla prova i propri nervi, dopo l’incantevole deserto del Namib o di quello ammaliante della costa. … Nemmeno il tempo di pensarlo che giunge inopportuna la solita domanda di Mavi: che cosa ci siamo venuti a fare fin qui?
S’accende una discussione che ci accompagner&amp;amp;#224; per circa un’ora, fino a quando in questa landa desolata e dimenticata da Dio, senza dubbio la zona visitata meno invitante di tutta la Namibia, incontriamo il motivo per cui siamo giunti fin quaggi&amp;amp;#249;: gli Himba
Il primo incontro &amp;amp;#232; con un’adolescente sola, in groppa ad un asino. La superiamo, ma soltanto per non aggredirla o spaventarla. Un chilometro dopo, infatti, ci fermiamo. In realt&amp;amp;#224; siamo ansiosi di incontrarla, ma vogliamo che ci&amp;amp;#242; avvenga come se si trattasse di qualcosa di casuale. Poco dopo la giovane ci raggiunge e si ferma ad una certa distanza da noi. La scorgiamo indecisa, ma alla fine, vinte le sue insicurezze, s’avvicina. E’ il primo incontro con un Himba. L’emozione in tutti noi &amp;amp;#232; palpabile, anche perch&amp;amp;#233; questo rimarr&amp;amp;#224;, forse, il pi&amp;amp;#249; autentico. Comunichiamo con la giovane a gesti, dieci minuti d’insignificanti e indecifrabili movimenti di mani, finch&amp;amp;#232; lei, forse stufa, non si arrende, monta sul suo asino e scompare nella macchia ai bordi della strada. La scena &amp;amp;#232; bucolica.
Risaliti sull’auto avvertiamo la sensazione di essere penetrati in una realt&amp;amp;#224; diversa, nel cuore di una regione che incarna per molti versi gli aspetti meramente africani del paese, una zona, s&amp;amp;#236; dimenticata, arida e desolante, ma ora siamo sicuri che non ci deluder&amp;amp;#224;. La discussione torna ad essere animata, ma, questa volta, positivamente, ognuno di noi intravede grandi sorprese. Gli himba ci sono, ma non solo. Sono tali e quali a quelli visti nei documentari in televisione. 
E’, ormai, l’imbrunire quando arriviamo ad Opuwo. La strada &amp;amp;#232; di nuovo asfaltata, giusto appunto per i 2, 3 km lungo cui si sviluppa il paese, ma la nostra attenzione &amp;amp;#232; immediatamente calamitata dagli abitanti! Anche se siamo stanchi per le ore di viaggio accumulate, lo stupore &amp;amp;#232; tanto che anzich&amp;amp;#233; andare a cercarci una sistemazione per la notte percorriamo avanti e indietro la strada principale. Opuwo &amp;amp;#232; un cocktail umano. Quello che s’incontra qui &amp;amp;#232; una ricchezza impareggiabile: differenti culture e gruppi etnici convivono secondo ritmi e tradizioni diverse.
Per strada persone vestite all’occidentale si confondono con donne himba, seminude, e con donne herero, riconoscibili per le lunghe gonne e il caratteristico copricapo a forma di corno. Giovani ragazze himba passeggiano, tenendosi per mano, insieme a coetanee herero. In un negozio d’alimentari, in cui entriamo, per prendere da bere, ci ritroviamo a far la fila con un himba, vestito semplicemente di un minuscolo gonnellino. Dal rifornitore di carburante l’addetto alla pompa &amp;amp;#232; una donna herero. La realt&amp;amp;#224; supera di molto le aspettative che ognuno di noi riservava a questo posto.

Il giorno seguente, in compagnia di Elisabeth, una giovane guida herero, reclutata per strada la sera prima, partiamo alla volta di uno dei villaggi Himba, siti nei dintorni di Opuwo. E’ domenica, giorno di mercato, quindi decidiamo anzitutto per un breve giro tra le poche e sgualcite bancarelle disordinatamente disposte sulla piazza, in terra battuta, che si trova di fianco alla chiesa. I prodotti venduti sono esclusivamente generi alimentari, soprattutto carne, ma il banco pi&amp;amp;#249; frequentato, indistintamente da uomini e donne, &amp;amp;#232; quello della birra, una sorta di bar all’aperto attorno a cui sembra svolgersi la vita sociale dei giovani. Il mahango, la birra di miglio, scende che &amp;amp;#232; un piacere e un bel bicchiere, da un litro, lo ingurgita anche Elisabeth.
Lasciamo il mercato di Opuwo, per andare ad acquistare, al supermercato, un sufficiente quantitativo di farina, zucchero, tabacco e frutta secca che offriremo al capo del villaggio, per ottenere il permesso di aggirarci tra le capanne della sua trib&amp;amp;#249;. Dopo circa venticinque minuti di pista accidentata su per ricettacoli di montagne deserte, pi&amp;amp;#249; adatta ad un fuoristrada che non alla nostra macchina, arriviamo in prossimit&amp;amp;#224; di un isolato e solitario villaggio himba. L’accampamento &amp;amp;#232; costituito da una decina di pontoks, capanne di forma circolare costruite con rami di alberi ricoperti di argilla, erba e sterco di animale.
Elisabeth, da sola, si dirige verso la capanna del capo villaggio ad annunciare la nostra visita e dopo cinque minuti ritorna dicendoci che l’anziano capo &amp;amp;#232; felice di ospitarci nel suo villaggio. Lo troviamo ad attenderci davanti alla sua capanna, in piedi, appoggiato ad una canna. Ha l’aspetto di un uomo vecchio e stanco, ma dai suoi lucidi occhi traspare tuttavia una gioiosa luce. Veste, come le donne, dei gonnellini ripiegati, di pelle di capra. Ci ringrazia per la mercanzia portata e ci invita ad entrare nella sua capanna.
 All’interno del villaggio vediamo solo donne e bambini. Questi ultimi formano costantemente una piccola processione alle nostre spalle. Le donne sembrano impegnate in un’unica occupazione, ossia quella di ungersi il corpo di grasso &amp;amp;quot;ocra&amp;amp;quot;, una mistura di argilla ferrosa e burro di capra, di color rosso, che serve per proteggere la pelle dal sole cocente, dalle punture di insetti e, non ultimo, per compiacere ed essere desiderate dagli uomini. Costoro sono fuori a caccia, i pi&amp;amp;#249; giovani al pascolo. In particolare siamo colpiti dalle capigliature delle donne. Tutte, indistintamente, hanno i capelli intrecciati ricoperti di questa mistura che usano sulla pelle. Quelle che portano l’erembe, il ciuffo arricciato sopra la fronte, sono sposate. Hanno i seni nudi che valorizzano con collane e con una grossa conchiglia bianca, segno di fertilit&amp;amp;#224;. Infine salta agli occhi la serie di pesanti cerchi che portano alle caviglie, come gambali. 

Sulla strada del ritorno a Opuwo, proprio in periferia ci fermiamo in un villaggio di etnia herero. L’incontro con questa popolazione sarebbe dovuto gi&amp;amp;#224; avvenire nel corso del nostro viaggio. Approfittiamo, allora, dell’occasione. L’aspetto del villaggio &amp;amp;#232; molto simile a quello himba, appena visitato, ma a dispetto di quest’ultimi gli abitanti non sono mezzi nudi. Anche qui troviamo esclusivamente donne, vestite con il caratteristico abito costituito da una grossa crinolina indossata sopra una serie di sottogonne, retaggio dei missionari tedeschi, dell’epoca vittoriana. Costoro, infatti, non gradivano per nulla quella che essi consideravano una mancanza di pudore da parte delle donne locali abituate a tenere il petto scoperto. In testa portano il tipico cappello, a forma di corno, che le rende inconfondibili.
Trascorsa l’intera giornata ad osservare lo svolgersi della vita quotidiana di due etnie indigene, ancora orgogliosamente legate alle proprie tradizioni ed ai propri costumi, ci chiediamo, per&amp;amp;#242;, fino a quando riusciranno a restare indifferenti al progresso… una strana sensazione ci accompagna: quella di aver avuto la fortuna, visitando questo luogo, una delle &amp;amp;quot;ultime grandi regioni selvagge dell’Africa&amp;amp;quot;, di essere forse tra gli ultimi testimoni di un tempo che fu.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/namibia/diario_di_viaggio_namibia_2659.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Gli himba e gli herero di Opuwo&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>NAMIBIA</category><pubDate>Thu, 04 Jan 2007 12:27:23 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/namibia/diario_di_viaggio_namibia_2659.ashx</guid></item><item><title>Bangkok, Bangkok</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/tailandia/diario_di_viaggio_tailandia_2744.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/tailandia/diario_di_viaggio_tailandia_2744.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2744/21967.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;TAILANDIA, Asia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo sfarzo dei palazzi, antichi templi, l’atmosfera mistica dell’Oriente, ma anche la vivacit&amp;amp;#224; e l’avanguardia della metropoli. Questa &amp;amp;#232; Bangkok, citt&amp;amp;#224; dai mille contrasti, ma nel contempo espressione di un delicato equilibrio.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/tailandia/diario_di_viaggio_tailandia_2744.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Bangkok&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>TAILANDIA</category><pubDate>Wed, 10 Jan 2007 18:26:14 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/tailandia/diario_di_viaggio_tailandia_2744.ashx</guid></item><item><title>Viaggio lungo il Mekong: da Luang Prabang a Huay Xai, Luang Prabang, Pakbeng, Huay Xai</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/laos/diario_di_viaggio_laos_2707.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/laos/diario_di_viaggio_laos_2707.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2707/21636.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;LAOS, Asia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Mekong, letteralmente &amp;amp;quot;madre di tutte le acque&amp;amp;quot; si estende per 4.500 km e si trova al dodicesimo posto nella classifica dei fiumi pi&amp;amp;#249; lunghi al mondo. E’ un’importantissima via di comunicazione fluviale, la vera &amp;amp;quot;autostrada del Laos&amp;amp;quot;. Navigarlo significa effettuare un viaggio d’altri tempi. Noi ci siamo limitati a risalirlo per circa 300 chilometri appena, da Luang Prabang a Huay Xai, quanto basta per intercalarsi in questo mondo trapuntato da sperduti villaggi.

Luang Prabang &amp;amp;#232; la citt&amp;amp;#224; di partenza. Il giorno precedente abbiamo contrattato il noleggio di una speed-boat, per il primo giorno, fino a Pakbeng (circa 160 km, in poco pi&amp;amp;#249; di 3 h 30’) e di una slow boat, per il secondo giorno, da Pakbeng a Huay Xai (circa 140 km, in 7 ore). Fin dall’imbarco si respira aria di avventura. La piccola baracca che funge, al tempo stesso, da biglietteria e trattoria, diffonde nell’aria, che odora pesantemente di fiume, il suono di una nenia sempre uguale. Da qui partiamo in cerca di luoghi isolati e lontani dal mondo civile.
Per ben 25 chilometri, ossia fino alla prima sosta, alle grotte di Pak Ou, la paura non si dissiper&amp;amp;#224;. Sulla coloratissima speed boat, i posti sono scomodi, i muscoli tesi, non per la posizione, ma per l’ansia di capovolgerci o andare a sbattere contro qualche masso affiorante dall’acqua. Il rumore del motore &amp;amp;#232; proporzionale alla velocit&amp;amp;#224;. Tanto pi&amp;amp;#249; &amp;amp;#232; assordante tanto pi&amp;amp;#249; corriamo veloci sulla superficie dell’acqua.
Le grotte di Pak Ou, dove nel XVI sec. il re Setthatirath port&amp;amp;#242; tutte le sue statue del Buddha per sottrarle all’invasore birmano, accolgono oggi pi&amp;amp;#249; di 4.000 rappresentazioni dell’Illuminato. Ripartiamo. Poco alla volta, prendiamo confidenza col mezzo, col fiume e con la velocit&amp;amp;#224; tanto da spronare il pilota a intraprendere una gara con un’altra speed-boat che risale il fiume sulla sponda opposta. Vinta la preoccupazione iniziale sull’insicurezza del mezzo di trasporto riusciamo ora a guardarci intorno. Il fiume ha una vastit&amp;amp;#224; oceanica ed &amp;amp;#232; circondato da uno spettacolo di foreste e falesie che riempiono l’orizzonte e che sono punteggiate da minuscoli villaggi. Con lo scorrere della giornata aumenta il caldo ed insieme l’odore di fanghiglia che sale dal fiume. Ogni qual volta ci fermiamo, le zanzare ci assalgono da tutte le parti, ma quando ripartiamo, la velocit&amp;amp;#224; allontana tutto: zanzare, caldo e l’odore di fango. La seconda fermata &amp;amp;#232; in un villaggio un po’ pi&amp;amp;#249; grande rispetto a quelli finora visti da lontano. Non comprendiamo subito il motivo dello stop finch&amp;amp;#232; da una casetta galleggiante non spunta un ragazzo con una &amp;amp;quot;pompa&amp;amp;quot;. Il giovane s’infila il tubo in bocca aspira forte e – non appena la benzina fuoriesce – inizia a fare il pieno. Il procedimento &amp;amp;#232; pi&amp;amp;#249; lento di quelli cui siamo abituati perci&amp;amp;#242; scendiamo a sgranchirci le gambe. L’interno della fatiscente casupola espone ogni sorta di lattine e cioccolato. A tutti gli effetti siamo finiti in un &amp;amp;quot;autogrill del Mekong&amp;amp;quot;. Giungiamo a Pakbeng nel tardo pomeriggio. Trascorro la notte in bianco, torturato dal caldo umido, dalle zanzare che sembrano trafiggere senza difficolt&amp;amp;#224; la tela della zanzariera, in costante allerta a causa dei tanti giganteschi gechi che s’aggirano sulle pareti della stanza. 

A dominare la scena dell’alba &amp;amp;#232; il mercato con il rumore dei venditori che s’apprestano ad allestire le bancarelle su improvvisati banconi, sbilenche cassette o direttamente in terra, sopra semplici lenzuoli. Ci colpiscono i mercanti. Costoro trasportano sacchi di riso, verdure ed ortaggi tenendoli sulle schiene ricurve, sostenendoli con una cinghia che passa sulla fronte, camminando su percorsi sconnessi e con solo delle ciabattine infradito ai piedi. Pakbeng &amp;amp;#232; ormai un posto &amp;amp;quot;turistico&amp;amp;quot; nel senso che vi si trovano due guest house, un hotel, qualche ristorantino e alcuni viaggiatori giramondo con lo zaino in spalla. Pakbeng &amp;amp;#232; la base di partenza per visitare i villaggi Hmong dei dintorni, dove si coltivano papaveri da oppio. Non riusciamo a trovare nessuno che ci accompagni e cos&amp;amp;#236; l’escursione salta. C’immergiamo, allora, nella calma confusione del mercato. Accanto ai commercianti tradizionali, e a quelli che vendono dei non ben identificabili insetti, vivi, rinchiusi in piccole buste di plastica di cui la gente fa’ incetta, ce ne sono alcuni che trafficano illegalmente oppio, comprato proprio nei villaggi dell’entroterra che volevamo visitare. La zona della macelleria &amp;amp;#232; raccapricciante per via dei pezzi di carne sanguinante esposti. Ragazzi con in spalla il kalashnikof s’aggirano per il mercato. 

Riprendiamo la navigazione sul Mekong salpando con una slow-boat, una chiatta lunga e lenta. Di qui assistiamo e scopriamo lo svolgersi della vita sul Mekong. Osserviamo l’inestricabile foresta monsonica arrampicarsi su picchi scoscesi e ripidi, i differenti tipi di piantagioni. 
Sostiamo in alcuni piccoli villaggi che sorgono sulla riva, i quali, forse, non hanno neppure un nome. Sono raggiungibili soltanto via fiume, le case sono palafitte di legno con i tetti di paglia e foglie di palma. Notiamo, con stupore, micidiali bombe a grappolo usate, nella guerra del Vietnam, riciclate come sostegno delle case e per canalizzare l’acqua nelle risaie. Non vi &amp;amp;#232; niente di moderno: niente strade, niente auto, niente televisori e tanto meno antenne paraboliche, nessuna radio, niente elettricit&amp;amp;#224;. La pesca &amp;amp;#232; l’attivit&amp;amp;#224; principale insieme alla coltivazione del riso. Gli orti sorgono fitti sulle rive. L’ospitalit&amp;amp;#224; &amp;amp;#232; identica in tutti.

L’immobilit&amp;amp;#224; coatta dell’imbarcazione abbandonata alla calma placida delle acque del fiume, sulle quali scorre a fatica, ci fa di tanto in tanto rimpiangere la speed boat. Penetriamo, infine, dopo 300 km di ampie vallate e strette gole, nel cuore del famigerato &amp;amp;quot;triangolo d’oro&amp;amp;quot;, la regione tristemente famosa per via della coltivazione d’oppio, il cui commercio attraverso i confini di tre stati divenne particolarmente remunerativo tra gli anni sessanta e settanta quando gli americani s’intromisero in questo lucroso mercato, ampliandone gli sbocchi su scala mondiale. L’oppio divenne per la CIA il mezzo per finanziare le operazioni di guerra in Indocina.
Huay Xai &amp;amp;#232; una citt&amp;amp;#224; che corre in fretta verso il vortice di opulenza che gli schermi televisivi proiettano. Non c’&amp;amp;#232; apparecchio che non sia sintonizzato su canali o onde radio della vicina Thailandia. Il progresso non si far&amp;amp;#224; attendere, come dimostrano i falsi rolex e i primi telefoni cellulari presenti sulle bancarelle, lungo il Mekong, accanto al pesce e alla frutta.
Il d&amp;amp;#236; seguente visitiamo i villaggi dei dintorni. Sono addossati uno sull’altro e le diverse etnie convivono tanto pacificamente tra loro che &amp;amp;#232; difficile distinguerle. In uno di etnia Thai Lu troviamo delle donne intente a lavorare su rudimentali telai, in un altro alcune persone, con ampi e convincenti gesti, c’invitano a seguirle. Perplessi, ci ritroviamo in una piccola chiesa cattolica costruita da un prete francese. In un villaggio Akha scorgiamo un’anziana donna fumare una pipa d’oppio a conferma che sono tradizionalmente gli anziani a trovarvi un sostegno. Il mercato dell’oppio &amp;amp;#232; oggi circoscritto tant’&amp;amp;#232; che, ufficialmente, i due terzi della produzione non esce dalle province in cui &amp;amp;#232; stato coltivato. L’anziana signora ci indica di seguirla e ci accompagna in una casa dell’oppio, ossia uno di quei luoghi dove gli uomini si riuniscono per fumarlo. All’invito di entrare, questa volta, rifiutiamo! Visitiamo, infine, un villaggio di Lao Huay, curioso perch&amp;amp;#233; gli abitanti vestono tutti di blu scuro e le donne si distinguono per la caratteristica moneta (una piastra indocinese) appesa ai lunghi capelli lisci.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/laos/diario_di_viaggio_laos_2707.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Viaggio lungo il Mekong: da Luang Prabang a Huay Xai&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>LAOS</category><pubDate>Mon, 08 Jan 2007 11:28:51 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/laos/diario_di_viaggio_laos_2707.ashx</guid></item><item><title>Le tour de France, Bourges, Chartres, Parigi, Mont-Saint-Michel, Saint. Mal&amp;#242;, Cheverny, Loira,  Bretagna, Normandia</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/francia/diario_di_viaggio_francia_2755.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/francia/diario_di_viaggio_francia_2755.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2755/22166.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;FRANCIA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Forse per un americano o un orientale non &amp;amp;#232; cos&amp;amp;#236;, ma entrando in Francia, qualunque sia la “porta” scelta, un italiano avverte subito di essere in un territorio conosciuto e popolato di figure e ricordi che da sempre gli appartengono. Eppure, nonostante la sensazione di d&amp;amp;#233;j&amp;amp;#224;-vu, questo paese sacro, fantastico, ironico, gaudente non smette di incantare e sorprendere!
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/francia/diario_di_viaggio_francia_2755.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Le tour de France&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>FRANCIA</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 12:35:07 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/francia/diario_di_viaggio_francia_2755.ashx</guid></item><item><title>Salar de Uyuni: il deserto bianco, Salar, Hotel del Sal, Uyuni</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/bolivia/diario_di_viaggio_bolivia_2662.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/bolivia/diario_di_viaggio_bolivia_2662.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2662/21454.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;BOLIVIA, Sud America&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci attende una lunga giornata. La Paz dista da Uyuni ben 761 chilometri, 229 dei quali li percorreremo in autobus mentre i restanti 532 con il treno. A Oruro il nostro treno &amp;amp;#232; gi&amp;amp;#224; pronto sul binario, si tratta del famoso &amp;amp;quot;Expreso del Sur&amp;amp;quot;. Collega una volta alla settimana, precisamente il venerd&amp;amp;#236;, la Bolivia con l&amp;#39;Argentina, arrivando a Buenos Aires tre giorni dopo. Il servizio a bordo &amp;amp;#232; impeccabile, sembra di essere in Svizzera e non in Sud America. Le carrozze di seconda classe hanno comodi sedili reclinabili sui quali ci si pu&amp;amp;#242; stendere, dormire, guardare la televisione. Ai passeggeri vengono, inoltre, offerte caramelle e bevande. Ogni mezzora, il personale del treno passa a spolverare i vagoni. Infatti, nonostante una doppia chiusura, una formata dal vetro del finestrino e l&amp;#39;altra da una serranda di ferro, il treno &amp;amp;#232; continuamente invaso dalla sabbia che i forti venti dell&amp;#39;altipiano alzano facendola filtrare nelle carrozze, dove persino la respirazione diventa difficoltosa. Il convoglio da Oruro ad Uyuni non effettua nessuna fermata, e non potrebbe essere altrimenti. In quella grandiosa depressione di 800 km di lunghezza e larghezza, stabilmente al di sopra dei 3.500 metri, che &amp;amp;#232; l&amp;#39;Altiplano, la vita &amp;amp;#232; difficile. La &amp;amp;quot;puna&amp;amp;quot; con i tipici cespugli di tola (ciuffi d&amp;#39;erba giallastra) &amp;amp;#232; un terreno di zolle e pietre continuamente spazzato dal vento e dal gelo. Giungiamo ad Uyuni alle 21:30, dopo sei ore e venti minuti. Ad attenderci troviamo Ibert, la nostra guida, nei prossimi quattro giorni.

Usciti dalla stazione, caricati gli zaini sul fuoristrada, partiamo per l&amp;#39;Hotel del Sal, ubicato nel bel mezzo del Salar. Il Salar di notte &amp;amp;#232; uno spettacolo!
Mentre viaggiamo sulla superficie bianca e piatta restiamo letteralmente ammutoliti dalla struggente bellezza. Sembra di essere entrati, da chiss&amp;amp;#224; quale porta, in un mondo irreale. &amp;amp;quot;Sogno o sono desto? Ma &amp;amp;#232; tutto vero?&amp;amp;quot;, sono le domande che chiunque si porge quando arriva in questo luogo di notte. Qui le immagini reali si trasfigurano in sogni e favole e la realt&amp;amp;#224; si dissolve in metafore visive. C&amp;#39;&amp;amp;#232; anche una miriade di stelle che stravolge l&amp;#39;idea che noi tutti abbiamo della notte buia che incute paura, insieme alla scia di luce, lasciata dalla via lattea, che attraversa da una parte all&amp;#39;altra, come un arcobaleno, tutto il cielo. E stelle sono anche quelle che si vedono all&amp;#39;orizzonte. Sono tanto basse che non si deve neanche alzare la testa per contemplarle. Basta guardare davanti. Pare di raggiungerle, ma, invece, rimangono sempre l&amp;amp;#224; all&amp;#39;orizzonte, in cielo e non in terra. Stelle dappertutto, in alto, davanti, dietro, di fianco… siamo come avvolti da un rassicurante mantello di luci. Tutto &amp;amp;#232; cos&amp;amp;#236; poco terrestre che sembriamo astronauti alla conquista dell&amp;#39;universo, e non dei turisti. Proviamo un&amp;#39;insolita emozione, quella di sentirci alieni sulla terra. Dopo trenta minuti di strada, in cui Ibert si orienta seguendo le stelle, giungiamo all&amp;#39;hotel del Sal. Siamo gli unici turisti! 

Alle prime luci del nuovo giorno ci alziamo per non perderci lo spettacolo del sorgere del sole. In venti minuti, il Salar cambia ininterrottamente colore passando dal blu all&amp;#39;azzurro, dal rosa all&amp;#39;arancione, dal giallo al bianco. All&amp;#39;apparire all&amp;#39;orizzonte del primo raggio di sole le nostre ombre s&amp;#39;allungano a dismisura sulla superficie. Dopo aver assistito all&amp;#39;albeggiare, rientriamo nell&amp;#39;hotel per consumare la colazione. - L&amp;#39;Hotel del Sal appartiene a quella particolare categoria di alberghi strani e curiosi. Infatti, &amp;amp;#232; interamente costruito da mattoni di sale, oltre a trovarsi, come gi&amp;amp;#224; detto, in una posizione quanto mai originale. Il fascino che esercita &amp;amp;#232; indiscutibile. Non contate, per&amp;amp;#242;, sull&amp;#39;acqua calda, sarete, anzi, fortunati se ne troverete di fredda, nelle bacinelle. La luce c&amp;#39;&amp;amp;#232;, nel senso che ci sono le lampade con i fili elettrici, ma il motore d&amp;#39;avviamento a certe temperature non funziona quasi mai. Per tanto l&amp;#39;illuminazione resta un&amp;#39;utopia. Il riscaldamento non esiste. A tutto questo aggiungeteci una notte trascorsa in bianco per il freddo. Eppure l&amp;#39;Hotel del Sal, quest&amp;#39;albergo costruito in mezzo al nulla ed assai spartano, … eppur &amp;amp;#232; incantevole! - Dopo la colazione, ha inizio la giornata, che trascorreremo interamente nel Salar de Uyuni; un itinerario unico in uno dei pi&amp;amp;#249; fantastici spettacoli naturali che si possano ammirare. Incominciamo con il visitare il piccolo villaggio di Colchani che i boliviani considerano, non a caso, alla fine del mondo. L&amp;#39;osservazione &amp;amp;#232; azzeccata. Bisogna vederlo per credere. Qui, in pratica, ogni famiglia &amp;amp;#232; una cooperativa e annualmente si producono 20.000 tonnellate di quello che, secondo una stima, &amp;amp;#232; il contenuto di 10 miliardi di tonnellate di sale del Salar. Proseguiamo verso l&amp;#39;area denominata Bloques de Sal dove gli uomini di Colchani raccolgono, armati di piccozza e pala, il sale. Strada facendo vediamo alcuni salinares che s&amp;#39;apprestano a raggiungere, in bicicletta, il proprio posto di lavoro. Costoro per proteggersi dal riverbero del sole sul sale portano tutti degli occhiali su cui sono montate delle lenti spesse e scure, mentre per vincere il freddo indossano dei passamontagna.
Da qui pi&amp;amp;#249; di ottanta chilometri ci separano dall&amp;#39;Isla del Pescado. Durante il percorso Ibert c&amp;#39;informa di alcune curiosit&amp;amp;#224;. Cos&amp;amp;#236; apprendiamo che il Salar &amp;amp;#232; il deserto di sale pi&amp;amp;#249; alto (3.650mt) e grande del mondo; ha un estensione pari a 10.000 kmq (come la Basilicata). L&amp;#39;incombente mole del vulcano Tunupa alto 5.400 metri, unico punto di riferimento nel Salar, indica che ci troviamo ancora nella parte nord. Ben presto per&amp;amp;#242; ci ritroviamo nel centro ed allora, a perdita d&amp;#39;occhio, non vedremo pi&amp;amp;#249; nulla. Solo il bianco accecante della superficie che contrasta con l&amp;#39;azzurro del cielo. L&amp;#39;azzurro e il bianco sono perfettamente divisi dalla linea dell&amp;#39;orizzonte. Dopo un po&amp;#39;, ecco profilarsi un miraggio. Una macchia scura si scorge all&amp;#39;orizzonte spezzando d&amp;#39;improvviso la linea di contrasto tra il bianco e l&amp;#39;azzurro, ma non &amp;amp;#232; un miraggio, bens&amp;amp;#236; l&amp;#39;Isla del Pescado. Quando, ad una quindicina di chilometri, appare la sagoma ben definita si capisce il significato del curioso nome affibbiatogli. Assomiglia, infatti, ad un pesce. E&amp;#39; il luogo pi&amp;amp;#249; stupefacente del Salar. Si pu&amp;amp;#242; propriamente definirla isola non solo perch&amp;amp;#233; &amp;amp;#232; un affioramento di terra, ma una vera e propria isola di madrepora, che oggi emerge, come un atollo dall&amp;#39;insolita distesa di sale, reminiscenza reale di quel che era il Salar in una lontana era geologica: un enorme mare interno. Una foresta di cactus giganti ricopre l&amp;#39;isola. I pi&amp;amp;#249; alti raggiungono dodici metri d&amp;#39;altezza. La maggior si presenta come delle semplici colonne, ma non mancano quelli a forma di candelabro. Non appoggiatevi, per&amp;amp;#242;, perch&amp;amp;#233; sono interamente ricoperti da lunghe spine. Circumnavighiamo l&amp;#39;isola a piedi, impiegando un&amp;#39;ora, dopodich&amp;amp;#233; saliamo sulla cima, addentrandoci lungo un sentiero tra i cactus. Durante il percorso ammiriamo belle vedute del Salar. I colori gialli, verdi e grigi dell&amp;#39;isola contrastano con il bianco del sale ed il blu del cielo. Dalla vetta, dopo aver superato un dislivello di cinquanta metri, vediamo in lontananza un puntino scuro muoversi. Altro non &amp;amp;#232; che un fuoristrada. 
Dopo una sosta di due ore lasciamo l&amp;#39;isola e il Salar diretti al villaggio di San Juan. Viaggiamo con le teste voltate all&amp;#39;indietro per vedere un&amp;#39;ultima volta, dai finestrini del nostro fuoristrada, l&amp;#39;immensa distesa bianca di sale.

Chi visita il Salar rester&amp;amp;#224; abbagliato dalla luce accecante e dall’impareggiabile paesaggio. E&amp;#39; uno di quei pochi posti al mondo, rimasti incontaminati, in cui si pu&amp;amp;#242; ammirare uno dei pi&amp;amp;#249; fantastici spettacoli della natura.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/bolivia/diario_di_viaggio_bolivia_2662.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Salar de Uyuni: il deserto bianco&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>BOLIVIA</category><pubDate>Thu, 04 Jan 2007 17:02:10 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/bolivia/diario_di_viaggio_bolivia_2662.ashx</guid></item><item><title>Machu Picchu: la citt&amp;#224; perduta degli Incas, Cuzco</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/peru'/diario_di_viaggio_peru'_2672.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/peru'/diario_di_viaggio_peru'_2672.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2672/21529.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;PERU&amp;#39;, Sud America&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa non &amp;amp;#232; ancora stato scritto sulla localit&amp;amp;#224; pi&amp;amp;#249; famosa e spettacolare dell&amp;#39;intero continente Sud Americano? I romanzi si sprecano, gli studi storici e archeologici si susseguono, eppure Machu Picchu resta una citt&amp;amp;#224; sconosciuta e segreta. Sono ormai passati novant&amp;#39;anni dalla sua scoperta, ma la celebre &amp;amp;quot;Citt&amp;amp;#224; perduta degli Incas&amp;amp;quot; non ha perduto nulla dell&amp;#39;alone di mistero che la circonda. 
Dopo pi&amp;amp;#249; di due secoli d&amp;#39;infruttuose ricerche, il 24 luglio 1911, l&amp;#39;archeologo statunitense Hiram Bingham, guidato da Melchor Arteaga, un contadino della zona, scopr&amp;amp;#236; finalmente, la citt&amp;amp;#224; di Machu Picchu. In realt&amp;amp;#224; le rovine trovate da Bingham non erano quelle che lui e i suoi predecessori avevano invano cercato, della citt&amp;amp;#224; di Vilcabamba e si tratt&amp;amp;#242; quindi di una scoperta ancora pi&amp;amp;#249; sensazionale, di una citt&amp;amp;#224; Inca di cui non si conosceva neppure l&amp;#39;esistenza. In poco tempo le rovine sarebbero passate alla storia con l&amp;#39;altisonante appellativo, che conservano tuttora, di &amp;amp;quot;Citt&amp;amp;#224; perduta degli Incas&amp;amp;quot;. Allora Bingham non pot&amp;amp;#233; rendersi subito conto della grandezza e dello stato di conservazione del sito per via della lussureggiante vegetazione che, in buona parte, ricopriva gli edifici. Le cronache di quella gloriosa giornata citano la sua sorpresa quando, sul luogo, trov&amp;amp;#242; insidiata una coppia di indios che viveva di agricoltura sugli antichi terrazzamenti della citt&amp;amp;#224; incaica.
Sono le otto del mattino quando con il treno locale partiamo dalla stazione ferroviaria di San Pedro, a Cuzco, verso Puente Ruinas e non Aguas Calientes, che &amp;amp;#232; l&amp;#39;ultima fermata dei treni turistici. Il treno locale prosegue, infatti, fino a Quillabamba. La stazione di Puente &amp;amp;#232; quella successiva ad Aguas, da cui dista, precisamente, due chilometri. Il treno percorre i 112 chilometri in circa quattro ore. Il nostro &amp;amp;#232; l&amp;#39;ultimo convoglio della giornata. Saremo gli ultimi ad arrivare alle rovine, ma anche a lasciarle in quanto il ritorno &amp;amp;#232; previsto per le sei del pomeriggio. Il treno abbandona la citt&amp;amp;#224; di Cuzco risalendo a zigzag le inclinate pendenze della montagna. S&amp;#39;immette, di volta in volta, in binari morti per prendere la necessaria rincorsa utile per risalire la successiva rampa. Si procede in questa curiosa maniera per almeno una trentina di minuti, fino al passo denominato El Arco, a nord-ovest della citt&amp;amp;#224;. Da questo momento in poi, la ferrovia, prosegue in una lunga e continua discesa fino alla valle dell&amp;#39;Urubamba. Nonostante il lento procedere del treno, il viaggio &amp;amp;#232; interessante per via del contatto umano che si ha con la gente. Questo &amp;amp;#232; infatti il motivo che ci ha spinti a preferire il treno locale. A differenza dell&amp;#39;autovagon, riservati esclusivamente ai turisti, sull&amp;#39;affollatissimo treno locale gli stranieri come noi sono pochi e predomina la gente autoctona. Si sta&amp;#39; stretti, &amp;amp;#232; vero, nel mezzo di una bolgia di gente che sale e scende in continuazione dal treno e si respira aria viziata dalle merci e dagli animali che essi portano con s&amp;amp;#233;. Nel corridoio del nostro vagone stazionano una gabbia di polli e, addirittura, una capra. Aggiungeteci i sacchetti di spezie, le cipolle, i quintali di foglie di coca, e quant&amp;#39;altro, contenuti negli ahuayos, i rettangoli di stoffa delle donne, e non sar&amp;amp;#224; difficile immaginare la babilonia. Tra continui e ripetuti scambi di mercanzia, in mezzo a donne occupate ad allattare il proprio figlio, tra uomini intenti a discutere calorosamente su chiss&amp;amp;#224; quali argomenti, giovani desiderosi e curiosi di scambiare parola con dei forestieri, arriviamo a destinazione a Puente Ruinas, la fermata di Machu Picchu, attraversando letteralmente il bel mezzo di un mercato. Un minibus attende i passeggeri da portare alle rovine. Altri otto chilometri su per una strada sterrata e polverosa che, tornante dopo tornante, s&amp;#39;inerpica su uno degli imponenti cocuzzoli di roccia granitica, che contraddistinguono il paesaggio, sulla cui sommit&amp;amp;#224; sorge la citt&amp;amp;#224; di Machu Picchu. 
Il 26 agosto 2000 &amp;amp;#232; per tutti noi una sorta di 24 luglio 1911. L&amp;#39;emozione &amp;amp;#232; palpabile. Soltanto qualche minuto ci separa da una meta da sempre agognata. Eccola! Machu Picchu appare d&amp;#39;improvviso in tutta la sua grandezza dopo l&amp;#39;ennesima curva a gomito. Le sensazioni, indescrivibili, sono le stesse provate in altri meravigliosi luoghi come, la piana di Giza, Petra e il Taj Mahal. Per qualche minuto si rimane come smarriti, quasi ipnotizzati, e senza fiato. Machu Picchu &amp;amp;#232; proprio come la s&amp;#39;immagina. Tale e quale ai documentari e alle foto delle riviste e dei cataloghi, &amp;amp;#232; sorprendente!
Sono le 12:30, per tanto attraversiamo le rovine per dirigerci immediatamente al chiosco d&amp;#39;ingresso della salita all&amp;#39;Huayna Picchu, &amp;amp;quot;cima giovane&amp;amp;quot; in lingua quechua. Dalle 13:00 in poi, infatti, non &amp;amp;#232; pi&amp;amp;#249; consentita la scalata al monte che s&amp;#39;innalza proprio dietro le rovine. Occorre firmare un registro, una specie di autocertificazione con cui si solleva la direzione del sito archeologico da ogni responsabilit&amp;amp;#224; in caso di incidenti. E&amp;#39; una misura resa necessaria nonostante i passaggi pi&amp;amp;#249; pericolosi ed esposti siano attrezzati con corde e scale ricavate nel terreno. L&amp;#39;ascesa &amp;amp;#232;, dunque, impegnativa e richiede circa un&amp;#39;ora. Una volta giunti in cima, un panorama indimenticabile ripaga abbondantemente dello sforzo compiuto. La veduta sulla valle dell&amp;#39;Urubamba &amp;amp;#232; splendida e la vista dall&amp;#39;alto di Machu Picchu &amp;amp;#232; superba. L&amp;#39;ampio orizzonte, a 360&amp;amp;#176;, rende magnificamente l&amp;#39;idea dell&amp;#39;incredibile ambiente circostante e della vertiginosa posizione della citt&amp;amp;#224;.
Al ritorno iniziamo la visita delle rovine, partendo dalla Roccia Sacra, il grosso monolito, a forma di felino, che s&amp;#39;incontra subito dopo il sentiero dell&amp;#39;Huayna Picchu. Nel frattempo la maggior parte dei turisti &amp;amp;#232; gi&amp;amp;#224; ripartita per Cuzco. Possiamo goderci il luogo quasi in completa solitudine. Attraversiamo la citt&amp;amp;#224; passando ora per le sue piazze e templi, ora per le lunghe scalinate, ora per le porte e le abitazioni. Arrivati all&amp;#39;Intihuatana ci soffermiamo qualche minuto essendo il punto pi&amp;amp;#249; importante e famoso delle rovine, che non serviva ad indicare l&amp;#39;ora, bens&amp;amp;#236; il periodo dell&amp;#39;anno. &amp;amp;#200; l&amp;#39;unico rimasto perch&amp;amp;#233; gli spagnoli li hanno distrutti tutti considerandoli blasfemi. La Capanna del Custode della Roccia Funeraria &amp;amp;#232; uno dei pochi edifici restaurati, con tanto di tetto di paglia che era la copertura originaria delle costruzioni. E&amp;#39; uno dei misteri degli Incas: perch&amp;amp;#233; loro che erano tanto bravi a trattare e lavorare la pietra costruivano i tetti delle proprie abitazioni con della semplice paglia? Si tratta di una delle prime cose che colpisce il visitatore a Machu Picchu: la totale assenza dei tetti delle case essendo chiaramente la paglia deperibile. Di qui ammiriamo, per l&amp;#39;ultima volta, la sublime veduta della &amp;amp;quot;Citt&amp;amp;#224; perduta degli Incas&amp;amp;quot;.
A Puente Ruinas seduti sulla banchina, ad aspettare il treno per Cuzco. Ognuno di noi &amp;amp;#232; assorto a raccogliere nel cassetto dei propri ricordi, per portarsele dietro tutta la vita, le indelebili immagini di uno dei luoghi pi&amp;amp;#249; fantastici del mondo, per il meraviglioso connubio tra l&amp;#39;ambiente naturale e quello monumentale architettonico. 
Le notizie raccolte intorno a Machu Picchu sono approssimative. L&amp;#39;ipotesi si consumano. Perch&amp;amp;#233; gli Incas costruirono una citt&amp;amp;#224; tanto grande, in un luogo cos&amp;amp;#236; inospitale? L&amp;#39;unica giusta considerazione &amp;amp;#232; che rester&amp;amp;#224; difficile scrivere la storia di Machu Picchu, poich&amp;amp;#233; gli Incas non conoscevano la scrittura, cos&amp;amp;#236;, ancora oggi, continua ad essere un luogo segreto. Per noi &amp;amp;#232; bello che sia e resti sempre tale: inesplicabile ed oscuro. In fondo, &amp;amp;#232; anche questa la meraviglia di Machu Picchu, il mistero che gelosamente conserva su di s&amp;amp;#233;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/peru'/diario_di_viaggio_peru'_2672.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Machu Picchu: la città perduta degli Incas&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>PERU'</category><pubDate>Fri, 05 Jan 2007 17:11:46 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/sud america/peru'/diario_di_viaggio_peru'_2672.ashx</guid></item><item><title>La Repubblica di San Marino, San Marino</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/san marino/diario_di_viaggio_san marino_2762.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/san marino/diario_di_viaggio_san marino_2762.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2762/22096.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;SAN MARINO, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il paesaggio ondulato e collinare ci accompagner&amp;amp;#224; fino al monte Titano, su cui sorge la pittoresca capitale della piccola Repubblica.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/san marino/diario_di_viaggio_san marino_2762.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;La Repubblica di San Marino&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>SAN MARINO</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 13:18:13 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/san marino/diario_di_viaggio_san marino_2762.ashx</guid></item><item><title>Varanasi: la citt&amp;#224; santa degli Induisti, Varanasi, Uttar Pradesh</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/india/diario_di_viaggio_india_2673.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/india/diario_di_viaggio_india_2673.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2673/21580.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;INDIA, Asia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In India tutte le strade conducono a Varanasi la citt&amp;amp;#224; santa per eccellenza dell’Induismo.
Varanasi &amp;amp;#232; una delle pi&amp;amp;#249; antiche citt&amp;amp;#224; del mondo, ma soprattutto l’anima spirituale dell’India. Un viaggio in questo paese non pu&amp;amp;#242; e non deve, a nostro giudizio, non includere una visita alla citt&amp;amp;#224;.
Antiche scritture induiste la definiscono la Citt&amp;amp;#224; Eterna in quanto dimora del dio Shiva. Le stesse scritture sostengono che la citt&amp;amp;#224; sorga sul terreno pi&amp;amp;#249; sacro che ci sia sulla Terra. Per questo, e tanto altro ancora, Varanasi &amp;amp;#232; la pi&amp;amp;#249; sacra delle citt&amp;amp;#224; sante dell’India; &amp;amp;#232; il luogo delle abluzioni nel Gange, dei ghat, delle pire funerarie, dove &amp;amp;#232; impossibile restare osservatori impassibili per via dell’atmosfera pregna di spiritualit&amp;amp;#224; che solo questa citt&amp;amp;#224; santa trasmette ed emana.
 
Vediamo Varanasi e il Gange, quanto c’&amp;amp;#232; di pi&amp;amp;#249; sacro in India, per la prima volta e nello stesso momento. Per un attimo credo di provare quelle stesse sensazioni che devono assalire i pellegrini al loro arrivo nella citt&amp;amp;#224;: fede, grazia, misericordia ed eternit&amp;amp;#224;.
La citt&amp;amp;#224; si distende lungo la riva occidentale del Gange, quella orientale, infatti, &amp;amp;#232; considerata impura. Lo s’intuisce facilmente dal contrasto dei grandi palazzi e dei templi, dalla miriade di guglie che si elevano qua e l&amp;amp;#224;, e dai numerosi ghat, scalinate su cui un continuo andirivieni di gente scende al fiume per le abluzioni. Un formicolio di vita, dunque, anima a tutte le ore del giorno la sponda occidentale in antitesi con la sponda opposta del fiume desolata.
Piove, ma la gente sembra non badarci pi&amp;amp;#249; di tanto. E’ il solito acquazzone monsonico pomeridiano, pi&amp;amp;#249; o meno violento, che ci perseguita dal nostro arrivo nel sub-continente, siamo d’altronde in piena stagione delle piogge. Il fiume Gange &amp;amp;#232; in piena per via della stagione tanto che i ghat sono in parte sommersi dalle acque putride, marroni, sporche e melmose.
La nostra visita inizia al Tempio di Bharat Mata dedicato alla Madre India e noto per la mappa in rilievo dell’India. Da qui con un tuk-tuk proseguiamo per il Nuovo Tempio di Vishwanath in cui &amp;amp;#232; conservato il venerato lingam di Shiva. E’ ormai buio, ma troviamo il tempo per visitare l’ultimo dei templi il cui ingresso non ci &amp;amp;#232; proibito, il Tulsi Manas Mandir, in stile Sikhara. Il tempio &amp;amp;#232; famoso per via dei suoi muri sui quali &amp;amp;#232; riprodotta la versione hindi del Ramayana, il poema epico che racconta la storia di Rama, una delle tante reincarnazioni di Vishnu. 

L’indomani all’alba abbiamo appuntamento con un barcaiolo che ci accompagner&amp;amp;#224; ad assistere allo straordinario spettacolo che si ripete tutte le mattine al sorgere del sole: le abluzioni dei fedeli nel Gange.
Allo spuntare dei primi raggi del sole siamo gi&amp;amp;#224; sull’imbarcazione pronti per il giro in barca. Lungo i tre chilometri di ghat partecipiamo ad uno spettacolo toccante e assaporiamo mistiche atmosfere.
Durante il tour di due ore assistiamo ad un continuo fluire di fedeli che scendono a pregare nelle acque sante del Gange: uomini, bambini e donne, quest’ultime avvolte in fantasmagorici e colorati sari, che si purificano dai peccati commessi. Di tanto in tanto, si vedono giovani intenti in esercizi yoga o sadhu in meditazione. Risalendo e scendendo il fiume in acqua vediamo di tutto, addirittura una carcassa di un animale che segue il docile scorrere del fiume. Pi&amp;amp;#249; d’ogni altra cosa si vedono galleggiare tante collane di petali di fiore, le offerte fatte alla Grande Madre Ganga. In ogni Ghat si trova un venditore di queste collane. 
I Ghat di Manikarnika e di Harischandra sono i pi&amp;amp;#249; suggestivi, luoghi dove pi&amp;amp;#249; che altrove si avverte la spiritualit&amp;amp;#224; della religione indiana. Qui viene esercitato il rito della cremazione. I corpi dei defunti vengono trasportati su una lettiga di bamb&amp;amp;#249; avvolti semplicemente da un lenzuolo e deposti sulle pire funerarie, cataste di legno opportunamente preparate, bruciati ed infine le loro ceneri buttate nel Gange. Ci fermiamo nel bel mezzo di una cremazione e subito veniamo completamente avvolti da folate di fumo misto cenere. Aggiungeteci il caldo insopportabile, la fastidiosa umidit&amp;amp;#224; e l’odore acre della carne umana bruciata e capirete perch&amp;amp;#233; sembrava di soffocare. Sordi scoppi si susseguono all’interno della pira insieme con quello dei bastoni dei fuoricasta, gli addetti a mantenere il rogo che, appunto, ravvivano il fuoco picchiando sui tizzoni ardenti con dei grandi bastoni.
La guida ci spiega che le tre ore di cremazione necessarie ad incenerire un corpo costano 2.500 rupie, ossia 120.000 lire, una cifra di cui soltanto i ricchi indiani dispongono. I poveri non possono permettersi di comprare la legna e pagare tutto il lavoro necessario per preparare la pira funeraria, cos&amp;amp;#236; per loro ci sono i forni crematori elettrici assai pi&amp;amp;#249; economici anche se meno sacri e rituali. Il corpo, infatti, viene incenerito in appena 15 minuti. Il funerale in questo caso costa appena 250 rupie, ossia 12.000 lire.
Dopo la vita del fiume, c’immergiamo per il resto della giornata in quella della citt&amp;amp;#224;. A ridosso del Gange, Varanasi &amp;amp;#232; un groviglio di vicoli dove a stento passano i tuk-tuk. Osserviamo figure umane difficili da descrivere e definire: sono i malati terminali, i senza speranza, condotti fin qui, dai propri familiari, da ogni parte dell’India, per morire poich&amp;amp;#233; il luogo sacro su cui sorge la citt&amp;amp;#224; &amp;amp;#232; propizio per lasciare la vita terrena. Chi si spegne a Varanasi ha l’accesso al paradiso. Ecco perch&amp;amp;#233; tanti vecchi, moribondi, malati, storpi si ammassano qui subito a ridosso della riva, aspettando di morire!
Il labirinto di vicoli sembra una fogna a cielo aperto, eppure indifferenti, la gente compra e vende verdura su improvvisati banchetti, i bambini giocano a rincorrersi, le mucche pascolano indifferenti come in un prato. Giungiamo al Golden Temple la cui entrata &amp;amp;#232; riservata solo agli induisti. Lo sa bene un astuto e gentile indiano la cui casa si trova proprio accanto. Se sosterete davanti all’ingresso, il personaggio in questione vi adocchier&amp;amp;#224; e per un piccolo compenso di denaro verr&amp;amp;#224; a proporvi di salire sul suo balcone da dove si pu&amp;amp;#242; vedere molto bene l’interno del cortile del tempio. Vediamo cos&amp;amp;#236; i fedeli pregare sul lucido pavimento di marmo, cosparso di monetine e di fiori, alcuni appassiti, altri belli fioriti. Da qui vediamo bene la cupola del tempio, famosa per essere stata ricoperta da una tonnellata d’oro - da cui il nome di Tempio d’Oro – per volere del Maharajah Ranjit Singh. Andiamo al quartiere di Chawk dove si tiene il mercato pi&amp;amp;#249; caratteristico della citt&amp;amp;#224;. Impossibile descriverne il caos di pedoni, biciclette, vacche, tuk-tuk e macchine che circolano senza nessuna regola di precedenza o stop, tra l’assordante e continuo suono dei clacson. Vediamo, addirittura un semaforo umano! Troviamo un po’ di quiete in uno dei tanti laboratori di tessitura della seta, per cui Varanasi &amp;amp;#232; famosa in tutto il mondo. Un foulard di seta di Varanasi deve essere assolutamente acquistato e proprio qui, tra le preziose sete di una di queste fabbriche, ai cui telai lavorano per lo pi&amp;amp;#249; bambini. Ne prendiamo uno a testa in ricordo della nostra visita, ma cos&amp;#39;&amp;amp;#232; un foulard, per quanto bello, &amp;amp;#232; nulla a paragone dei tanti ricordi che lascia questa citt&amp;amp;#224; santa ed eterna.
Ogni ind&amp;amp;#249; che si professa tale deve, almeno una volta nella vita, compiere un viaggio di pellegrinaggio a Varanasi, ma lo stesso, aggiungerei io, deve fare ogni viaggiatore che sceglie l’India come sua meta. Qui pi&amp;amp;#249; che altrove, nel caleidoscopio subcontinente indiano, quanto disse Pasolini: &amp;amp;quot;un occidentale che va in INDIA ha tutto ma in realt&amp;amp;#224; non d&amp;amp;#224; niente. L’INDIA, invece, che non ha non ha nulla d&amp;amp;#224; tutto&amp;amp;quot; si traduce in verit&amp;amp;#224&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/india/diario_di_viaggio_india_2673.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Varanasi: la città santa degli Induisti&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>INDIA</category><pubDate>Fri, 05 Jan 2007 18:17:21 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/asia/india/diario_di_viaggio_india_2673.ashx</guid></item><item><title>Petra: ieri come oggi., Petra</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/giordania/diario_di_viaggio_giordania_2671.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/giordania/diario_di_viaggio_giordania_2671.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2671/21515.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;GIORDANIA, Medio Oriente&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scavata in un paesaggio grandioso, nascosta, cos&amp;amp;#236; com&amp;#39;&amp;amp;#232;, in quelle rupi nelle quali &amp;amp;#232; scolpita, la mitica Petra, la perla dei Nabatei, ha mantenuto intatto nei secoli tutto il suo fascino. I suoi meravigliosi tesori sono rimasti sconosciuti per intere epoche. Fino al 1812 non si sapeva dell&amp;#39;esistenza della citt&amp;amp;#224; e dei suoi monumenti. I beduini della zona custodivano gelosamente le rovine che utilizzavano come depositi e magazzini per la propria mercanzia. A scoprire la leggendaria &amp;amp;quot;citt&amp;amp;#224; rosa&amp;amp;quot; fu il giovane viaggiatore svizzero Johann Ludwig Burckhardt. grazie alla sua tenacia. In viaggio tra Damasco ed il Cairo sent&amp;amp;#236; raccontare, dalla gente del posto, dell&amp;#39;esistenza di una straordinaria citt&amp;amp;#224;, nascosta tra le montagne. La sua indole di esploratore lo port&amp;amp;#242; a cercarla, ma solo la sua tenacia, la conversione alla fede islamica e la conoscenza della lingua araba gli permisero, di confondersi facilmente con la popolazione autoctona. Tutto questo, per&amp;amp;#242;, ancora non bast&amp;amp;#242;. Dovette studiare un espediente per farsi accompagnare sul luogo e si spacci&amp;amp;#242;, quindi, per un pellegrino mussulmano che doveva sacrificare una capra, per un voto fatto ad Aronne. Assold&amp;amp;#242; cos&amp;amp;#236; una guida e si fece accompagnare.

Grazie al lungo isolamento Petra conserva ancora molti dei suoi monumenti, nonostante i secoli, l&amp;#39;usura del tempo, i terremoti e le tempeste di sabbia. Petra, continua a vivere, ieri meta di pellegrini e mercanti, oggi di orde di turisti. Le carovane, in partenza dall&amp;#39;Oman, con i loro preziosi carichi, trasportati sui dorsi dei cammelli, impiegavano tre lunghi e faticosi mesi prima di raggiungere la citt&amp;amp;#224; di Petra, dopo aver superato mille difficolt&amp;amp;#224;, come i predoni dello Yemen o le infernali e assolate dune di sabbia dell&amp;#39;Arabia Saudita. Per il viandante di quei tempi Petra doveva equivalere al richiamo ammiccante di una lontana stella cometa e la sua comparsa improvvisa in mezzo al deserto aveva un non so che di mistico. Dopo duemila anni, Petra, continua ad esercitare un richiamo e un fascino altrettanto irresistibile, ma il viaggio per raggiungerla, per quanto possa essere insolito, &amp;amp;#232; corredato di tutte altre insidie rispetto a quelle dei carovanieri di un tempo.

Noi giungeremo a Petra in due giorni. Partiamo da Malpensa e in circa quattro ore arriviamo a Sharm el Sheik. L&amp;#39;indomani con un autobus percorriamo la strada costiera del Sinai fino a Nuweiba e qui salpiamo alla volta di Aqaba, in Giordania. Dopo aver esplicato le formalit&amp;amp;#224; doganali, all&amp;#39;uscita del porto veniamo assaliti da un nugolo di tassisti e letteralmente sbattuti a destra e sinistra al fine di essere infilati nel proprio taxi anzich&amp;amp;#233; su quello di un altro. L&amp;#39;intervento della polizia doganale, oltrech&amp;amp;#233; propizio, &amp;amp;#232; risolutivo e ci fa accomodare sul taxi dell&amp;#39;uomo pi&amp;amp;#249; anziano. Sar&amp;amp;#224; l&amp;#39;unico fastidio procuratoci dalla gentile e cordiale popolazione giordana. Giunti nella citt&amp;amp;#224; di Aqaba noleggiamo un&amp;#39;auto e partiamo immediatamente per Petra, nonostante sia ormai buio. Quando arriviamo la maggior parte dei locali sono gi&amp;amp;#224; chiusi. Sulla via principale, un venditore ambulante di kebab fa ancora girare la carne di montone sulla griglia. Orgoglioso che due turisti possano consumare la sua cucina, c&amp;#39;invita a sedere su due grosse pietre, sul ciglio del marciapiede, e c&amp;#39;imbandisce la tavola, con tanto di tovaglia, sopra ad una cassetta rovesciata. Oltre a mangiare due saporiti kebab a testa avremo modo di fare amicizia con Mohamed, di Amman.

Quale indescrivibile sollievo dovevano provare i viandanti quando raggiungevano Petra. Pagato il pedaggio per l&amp;#39;ingresso alla citt&amp;amp;#224;, le alte pareti di un fantastico canyon, detto il Siq, la principale via d&amp;#39;accesso a Petra, costituivano una fresca oasi d&amp;#39;ombra. I canali scavati nei muri recavano l&amp;#39;acqua corrente con la quale ci si poteva rinfrescare e bere. A novembre il sole tramonta alle 16:30 e sorge alle 06:30, occorre quindi sfruttare al massimo le ore di luce. Al mattino presto, nel pur mite autunno giordano nel Siq fa freddo. I canali dell&amp;#39;acquedotto, qua e l&amp;amp;#224; distrutti, sono ancora ben visibili. Le pareti si elevano fino a 200 metri d&amp;#39;altezza e restringono a 5 metri nel loro punto pi&amp;amp;#249; stretto. Proprio quando uno inizia a chiedersi se mai finir&amp;amp;#224; il Siq - il canyon &amp;amp;#232; lungo ben 2000 metri, ma consiglio di percorrerlo a piedi - ecco comparire al fondo della stretta gola l&amp;#39;inconfondibile sagoma del monumento pi&amp;amp;#249; importante e bello di Petra, il Tesoro (Khazneh). Come tutti i monumenti di Petra, scavati nella roccia, l&amp;#39;elemento pi&amp;amp;#249; affascinante &amp;amp;#232; la facciata alta 40 metri. Le carovane dei commercianti vi arrivavano in lunghe file indiane. Di botto passavano dalla solitudine del Siq all&amp;#39;affollata piazza antistante il khanazet dove si teneva il mercato della citt&amp;amp;#224;, il vocifero della gente e gli odori di spezie e cibi bruciati dovevano aleggiare nell&amp;#39;aria. Un simile trambusto, di turisti, ce lo aspettavamo pure noi, ma non troviamo nulla di tutto ci&amp;amp;#242;. Sar&amp;amp;#224; l&amp;#39;ora mattutina, sar&amp;amp;#224; il periodo, ma il Tesoro e Petra intera sembrano di nostra esclusiva.

Camminando tra le rupi e le rovine si capisce come mai si vendono biglietti validi tre giorni: Petra &amp;amp;#232; enorme. A tutt&amp;#39;oggi, i monumenti censiti sono 800 ed ancora il lavoro degli archeologi non &amp;amp;#232; terminato. Per quanti avessero a disposizione un solo giorno consiglio la salita ad almeno una delle tante alture cui &amp;amp;#232; costituita la citt&amp;amp;#224;, non tanto per le tombe, le pi&amp;amp;#249; belle sono nella parte bassa, quanto per i panorami che potrete ammirare durante la camminata. I sentieri sono spettacolari e i passaggi pi&amp;amp;#249; difficili facilitati da scalini scavati nella roccia. Petra &amp;amp;#232; bellissima. Non scervellatevi a leggere quali sono le tombe pi&amp;amp;#249; meritevoli, ma mettete da parte le guide turistiche e apprestatevi soltanto a camminare. C&amp;#39;&amp;amp;#232; per&amp;amp;#242; un monumento che non deve assolutamente mancare, il Monastero. E&amp;#39; impressionante e sontuoso tanto quanto il Tesoro, ma a differenza del Tesoro questo bisogna, per cos&amp;amp;#236; dire, guadagnarselo. La salita (partendo da Qasr al Bint) richiede almeno 45 minuti e un dislivello di duecento metri circa. Il monastero &amp;amp;#232; ancor pi&amp;amp;#249; grande del tesoro essendo largo 50 metri ed alto 45. Di qui, una breve passeggiata conduce ad un grandioso belvedere sul Wadi Araba ben 1.500 metri pi&amp;amp;#249; in basso, per lo pi&amp;amp;#249; in territorio israeliano.

Visitare Petra all&amp;#39;alba significa poter vedere i beduini prepararsi alla nuova giornata lavorativa. Nel 1985 quando fu dichiarata patrimonio dell&amp;#39;umanit&amp;amp;#224; i beduini lasciarono la citt&amp;amp;#224; su richiesta del governo giordano con l&amp;#39;accordo che avrebbero potuto lavorare all&amp;#39;interno di Petra come operai al servizio di archeologi, venditori o continuare a pascolare le proprie capre nelle campagne. L&amp;#39;unica proibizione fu quella di non fermarsi a dormire nel sito durante la notte. Cos&amp;amp;#236; tutte le mattine i beduini montano ancora le loro tende di lana caprina nera, chi per vendere lattine di coca cola o pepsi, chi articoli di artigianato come le bottiglie di sabbia dai diversi colori, terrecotte o monete antiche. Costoro sono quelli che hanno maggiormente usufruito degli aiuti statali, ma c&amp;#39;&amp;amp;#232; chi ancora resta fedele all&amp;#39;animo nomade beduino ed ama accamparsi all&amp;#39;aperto e a pascolare, pochi in verit&amp;amp;#224;. Le guardie dell&amp;#39;esercito chiudono un occhio e lasciano vivere questi ultimi irriducibili. Ne incontrerete nelle zone lungo i sentieri meno battuti della citt&amp;amp;#224; lontani dalle attrazioni principali, &amp;amp;#232; il caso di Sharif. Vi auspico l&amp;#39;incontro con uno di costoro. Tanti Sharif si aggirano per Petra. Uomini legati alle loro origini e che amano la loro terra. Costoro non si proporranno come guida anzi dovrete essere voi ad insistere per averli come guide e alla fine sar&amp;amp;#224; ancor pi&amp;amp;#249; difficile ricompensarli.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/giordania/diario_di_viaggio_giordania_2671.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Petra: ieri come oggi.&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>GIORDANIA</category><pubDate>Fri, 05 Jan 2007 13:25:43 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/giordania/diario_di_viaggio_giordania_2671.ashx</guid></item><item><title>Que viva Mexico, Cancun, Merida, Palenque, Playa del Carmen, Yucatan, Quintana Roo, Chiapas</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/america centrale e caraibi/messico/diario_di_viaggio_messico_2665.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/america centrale e caraibi/messico/diario_di_viaggio_messico_2665.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2665/21495.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;MESSICO, America Centrale e Caraibi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/america centrale e caraibi/messico/diario_di_viaggio_messico_2665.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Que viva Mexico&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>MESSICO</category><pubDate>Fri, 05 Jan 2007 10:25:24 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/america centrale e caraibi/messico/diario_di_viaggio_messico_2665.ashx</guid></item><item><title>Il Cairo e il Mar Rosso, Hurghada, Il Cairo, Sharm el Sheikh</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/egitto/diario_di_viaggio_egitto_2651.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/egitto/diario_di_viaggio_egitto_2651.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2651/21393.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;EGITTO, Africa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secoli di storia non cambiano lo spettacolo del sole che ogni mattina si leva sul Mar Rosso e prepara nuovi giorni densi di particolari e d’atmosfere uniche. Non cambiano i colorati silenzi dei fondali marini e le misteriose suggestioni dei resti archeologici che solo una terra come l’Egitto pu&amp;amp;#242; ricreare. Secoli di storia ancora oggi regalano attimi di magia!&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/egitto/diario_di_viaggio_egitto_2651.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Il Cairo e il Mar Rosso&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>EGITTO</category><pubDate>Wed, 03 Jan 2007 15:26:03 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/egitto/diario_di_viaggio_egitto_2651.ashx</guid></item><item><title>Tunisia on the road, Tunisi, Kairouan,  Nefta, Tozeur, Douz, Matmata, isola di Djerba</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/tunisia/diario_di_viaggio_tunisia_2749.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/tunisia/diario_di_viaggio_tunisia_2749.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2749/22033.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;TUNISIA, Africa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Porta d’ingresso del Nord Africa offre variet&amp;amp;#224; paesaggistica e culturale. Un viaggio tra abbaglianti distese desertiche di sabbia e sale, esotiche medine e moschee, caratteristici souk, villaggi di montagna, oasi e mare per centinaia e centinaia di chilometri tutti da scoprire.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/tunisia/diario_di_viaggio_tunisia_2749.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Tunisia on the road&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>TUNISIA</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 09:08:36 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/tunisia/diario_di_viaggio_tunisia_2749.ashx</guid></item><item><title>Monaco di Baviera e l&amp;#39;Oktoberfest, Monaco, Baviera</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/germania/diario_di_viaggio_germania_2731.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/germania/diario_di_viaggio_germania_2731.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2731/21772.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;GERMANIA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Basta una passeggiata nelle vie centrali di Monaco per cogliere la vivace atmosfera della citt&amp;amp;#224; che trova il suo culmine nella pi&amp;amp;#249; grande festa popolare d’Europa: l’Oktoberfest. Travolgente inno alla gioia di vivere che si coglie nell’intensa partecipazione della gente, nei caratteristici canti e nei costumi folcloristici.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/germania/diario_di_viaggio_germania_2731.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Monaco di Baviera e l'Oktoberfest&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>GERMANIA</category><pubDate>Tue, 09 Jan 2007 16:52:29 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/germania/diario_di_viaggio_germania_2731.ashx</guid></item><item><title>La via delle kasbah, Errachidia, Tineghir, Ouarzazate</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/marocco/diario_di_viaggio_marocco_2658.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/marocco/diario_di_viaggio_marocco_2658.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2658/21416.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;MAROCCO, Africa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’asfalto della strada, lunga e diritta, e il calore dell’aria creano dei miraggi in lontananza. Ingannato, l’occhio vede tutto offuscato. Sembra di essere vicino alle fiamme di un incendio. Invece no… stiamo percorrendo la strada che da Errachidia conduce ad Ouarzazate, la famosa &amp;amp;quot;via delle kasbah&amp;amp;quot;. Il nome &amp;amp;#232; dato dal fatto che in questa zona del Marocco si concentra il maggior numero di queste fantasmagoriche e magiche costruzioni. Tutto il percorso sar&amp;amp;#224; contraddistinto da giornate soleggiate. Attraversiamo un territorio arido, semi – desertico, e numerose sono le soste lungo il ciglio della strada, ora sotto l’ombra di qualche rara palma, pi&amp;amp;#249; spesso dentro o davanti ad un negozio di bevande.
La strada di asfalto, perennemente fiancheggiata da una larga striscia, in terra battuta, riservata ai carri e alla gente a piedi, &amp;amp;#232; spesso interrotta da dossi che finiscono in guadi dal fondo di fango essiccato e duro. Qua e l&amp;amp;#224;, gruppetti di donne, uomini e bambini. Traffico poco, ma quando incrociamo un altro veicolo gli diamo prudentemente strada deviando sulla sterrata che vi corre accanto, cio&amp;amp;#232; facendoci completamente da parte. E’ consigliabile…

Il destino delle kasbah, cos&amp;amp;#236; come quello dei ksour (plurale di Ksar), fino a qualche anno fa’ sembrava ormai segnato. Persa la loro ragion d’essere, molti ksour si erano svuotati, altri erano crollati. Ogni pioggia o tempesta di sabbia indeboliva o sommergeva sempre un po’ di pi&amp;amp;#249; le kasbah… L’erosione e il deserto proseguivano infaticabili la loro opera di distruzione fino a quando, agli inizi degli anni 90, il governo marocchino decise di intervenire con un programma di lavori di ristrutturazione e preservazione, di questi veri e propri monumenti del patrimonio nazionale. 

Cosa &amp;amp;#232; una Kasbah e che cosa &amp;amp;#232; un Ksour? Un parallelismo con il mondo occidentale &amp;amp;#232; semplificativo, ma utile: i ksour sono l’equivalente delle nostre citt&amp;amp;#224; fortificate del periodo medievale, mentre le kasbah corrispondono ai castelli, ossia alle dimore dei re e dei principi, i locali. 
Ogni kasbah, come ogni castello che si rispetti, ha una storia da raccontare e un passato ricco di memorie. Se ne vedono ancora molte da quelle quasi completamente distrutte a quelle ben conservate. Alcune sembrano apparentemente vuote, ma in realt&amp;amp;#224; sono abitate di chi &amp;amp;#232; restio ad abbandonare l’ultima testimonianza di una vera e propria civilt&amp;amp;#224; chiamata, appunto, delle kasbah. Se non si ha fretta e se si coglie l’opportunit&amp;amp;#224; di parlarci, proprio con questa gente si ha occasione di scoprire una cultura fondata non sul dio denaro, ma sugli affetti. Per costoro un bel ricordo custodito e conservato nel cuore vale ancora pi&amp;amp;#249; di qualche migliaio di diram. E’ questo l’aspetto pi&amp;amp;#249; caratteristico della &amp;amp;quot;strada&amp;amp;quot;, la civilt&amp;amp;#224; che ancora vi resiste, mentre il resto del Marocco, parti del deserto e sud compresi, sembra muoversi esclusivamente per il denaro.

La prima che incontriamo, lungo il nostro tragitto, &amp;amp;#232; quella di Ifri, nei pressi di Errachidia. La vediamo sbucare improvvisamente, poich&amp;amp;#233; fino all’ultimo rimane nascosta da delle alte palme. E’ una delle meglio conservate e tra le pi&amp;amp;#249; note. Come questa, le pi&amp;amp;#249; belle le incontrerete senza cercarle, ma consiglio di non trascurare quelle pi&amp;amp;#249; fatiscenti, magari pi&amp;amp;#249; difficili da raggiungere, sparse ovunque nel paesaggio e visibili per l’elevarsi ora di una torre, ora di una cinta muraria.
La strada ci porta a Tineghir! Il paese, visto dall’alto della deviazione che conduce alle gole di Todra, sembra un enorme ksour, d’altri tempi rimasto incredibilmente intanto, invece &amp;amp;#232; un villaggio vero e proprio. Gli edifici, tutti di color sabbia si confondono con i marroni, i bruni, i beige, i gialli infuocati delle montagne circostanti.
Da Tineghir in avanti &amp;amp;#232; davvero un susseguirsi di kasbah e ksour. Ne troverete un’infinit&amp;amp;#224;, spetta a voi scegliere in quali fermarsi a seconda del vostro spirito e delle emozioni del momento.
Non sempre le pi&amp;amp;#249; famose sono le pi&amp;amp;#249; caratteristiche. Di alcune non si conosce il nome e neppure l’esatta ubicazione, s’incontrano semplicemente lungo il percorso, mentre altre si raggiungono con delle brevi deviazioni dalla strada principale. Ogni visita pu&amp;amp;#242; rivelarsi una perdita di tempo come un esperienza indimenticabile. Vi sembrer&amp;amp;#224; di essere piombati all’epoca di Saladino ed &amp;amp;#232; in queste occasioni che sosterete ed apprezzerete l’inspiegabile atmosfera di queste costruzioni.
Nelle gole del Dades, lungo una strada stretta, ripida e piena di tornanti, (nell’Alto Atlante marocchino sembra di essere su certi passi alpini) se ne incontrano di splendide come quella di Ait Arbi proprio all’ingresso delle gole e quella di Imassine poco oltre. 

Lungo il percorso l’impaziente curiosit&amp;amp;#224;, con cui ognuno di noi attende l’incanto del profilarsi di una nuova kasbah, o ksour che sia, &amp;amp;#232; spezzata, di tanto in tanto, dall’incontro con un gruppo di bimbi, o di anziani. Grazie all’ospitalit&amp;amp;#224; della gente, al desiderio d’osservazione degli occhi si aggiunge quello del cuore, la voglia di arricchire noi stessi attraverso la conoscenza col mondo marocchino che ci circonda. &amp;amp;quot;La via delle kasbah&amp;amp;quot; non &amp;amp;#232; solo costruzioni, ma anche gente, il Marocco dei villaggi.
Assolutamente da non perdere, proseguendo sulla strada per Ouarzazate, la kasbah di Amerhidil, nell’oasi di Skoura, una strabiliante costruzione fiabesca. Il clic delle macchine fotografiche &amp;amp;#232;, qui, pi&amp;amp;#249; ripetitivo del solito. Mi chiedo se le diapositive non saranno tutte uguali, ma questi soggetti unici nel loro genere invitano ad essere immortalati quasi si fotografasse il viso innocente di un bimbo o di una bella fanciulla.
La kasbah di Taourirt, a Ouarzazate, proprio nel centro della citt&amp;amp;#224;, &amp;amp;#232; una vera opera d’arte, ma l’atmosfera per&amp;amp;#242; non &amp;amp;#232; pi&amp;amp;#249; quella magica di quelle incontrate lungo la strada. 
Viaggio per vedere le opere e i monumenti dell’uomo, per conoscere popolazioni e realt&amp;amp;#224; diverse dalla mia. Ebbene, prima di giungere a Ouarzazate, durante le soste tra una kasbah e l’altra, tra un oasi e l’altra, spesso mi &amp;amp;#232; sembrato di percepire i segni dell’antica civilt&amp;amp;#224; delle kasbah, se non in via di estinzione, sicuramente di trasformazione. Mi conforta l’aver osservato che questa piccola fetta d’Africa &amp;amp;quot;araba&amp;amp;quot; resta ancora autentica, in cui la popolazione cerca di conservare le proprie tradizioni, dove &amp;amp;#232; possibile fare incontri genuini e amichevoli. Pur condividendo la stessa realt&amp;amp;#224; geografica di quella incontrata lungo la strada, la gente di Ouarzazate non spartisce gli stessi valori e la stessa vita.

Lasciata l’indifferente Ouarzazate per una strada accidentata, ma percorribile, sono sufficienti per&amp;amp;#242; pochi chilometri di strada per ripiombare di nuovo nella favola del mondo autentico dei ksar. Quello di A&amp;amp;#239;t Benhaddou, con le sue kasbah, appare da lontano straordinariamente intatto. Sembra una visione sogno, un miraggio. Le mura tremano per la rifrazione dell’aria dovuta al gran caldo e solo quando oltrepassato il fiume in gran parte dissecato ci accorgiamo dell’inganno. Il segno del tempo, del clima e degli uomini si rivelano con impietosa evidenza. La cinta muraria &amp;amp;#232; severamente danneggiata, di alcune case rimangono solo le mura, le kasbah sono martoriate da tutta una serie di ferite. Eppure A&amp;amp;#239;t Benhaddou vale la visita. Non per niente per via del suo aspetto scenografico &amp;amp;#232; stato scelto come sfondo per molti film. A&amp;amp;#239;t Benhaddou non &amp;amp;#232; una citt&amp;amp;#224; fantasma. C’&amp;amp;#232; ancora chi vi abita, pochi a dire la verit&amp;amp;#224;, come un vecchio solo con il suo asino, tutto imbacuccato nel suo lungo burnus di lana colore marrone scuro, curvo per l’et&amp;amp;#224; avanzata. Donne a parte, uno dei pochi uomini che ho visto vestirsi secondo le usanze islamiche.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/marocco/diario_di_viaggio_marocco_2658.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;La via delle kasbah&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>MAROCCO</category><pubDate>Thu, 04 Jan 2007 11:18:44 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/africa/marocco/diario_di_viaggio_marocco_2658.ashx</guid></item><item><title>Viaggio in Andalusia, Granada, Siviglia, Ronda, Torremilinos, Sierra Nevada, Andalusia</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/spagna/diario_di_viaggio_spagna_2725.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/spagna/diario_di_viaggio_spagna_2725.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2725/21761.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;SPAGNA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Otto secoli di dominazione araba hanno lasciato tracce indelebili nell’architettura, nell’urbanistica e nell’atmosfera affascinante che si respira per le strade e tra la gente. Un viaggio che ci ha permesso di emozionare i nostri sensi: dalla vista al gusto, tutto in Andalusia &amp;amp;#232; intenso.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/spagna/diario_di_viaggio_spagna_2725.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Viaggio in Andalusia&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>SPAGNA</category><pubDate>Tue, 09 Jan 2007 14:47:36 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/spagna/diario_di_viaggio_spagna_2725.ashx</guid></item><item><title>Viaggio in Notranjska , Lubiana, Notranjska </title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/slovenia/diario_di_viaggio_slovenia_2759.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/slovenia/diario_di_viaggio_slovenia_2759.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2759/22199.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;SLOVENIA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“L’Europa in miniatura”. Lo slogan lanciato dall’ente del turismo &amp;amp;#232; quanto mai azzeccato. Il piccolo paese racchiude in s&amp;amp;#233; montagne, spiagge, colline, pianure e, ancora, chiese e palazzi, ma soprattutto e pi&amp;amp;#249; di tutto la Slovenia s’identifica con il mondo sotterraneo delle grotte di Postumia e San Canziano.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/slovenia/diario_di_viaggio_slovenia_2759.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Viaggio in Notranjska &lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>SLOVENIA</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 13:04:37 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/slovenia/diario_di_viaggio_slovenia_2759.ashx</guid></item><item><title>Un giro in Istria, Rovigno, Motovun, Istria</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/croazia/diario_di_viaggio_croazia_2752.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/croazia/diario_di_viaggio_croazia_2752.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2752/22202.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;CROAZIA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L&amp;#39;immagine della Croazia non &amp;amp;#232; pi&amp;amp;#249; quella di un piacevole angolo di mondo, ma di un inferno distrutto dalla guerra. Nonostante le tragedie e gli orrori degli ultimi anni il fascino dell’Istria &amp;amp;#232; rimasto tuttavia intatto. Ne sono un esempio le atmosfere medievali che sopravvivono nelle vie acciottolate di Porec, Rovinj e Pula, ma senza dubbio rimangono ancora molte testimonianze della recente guerra e pressoch&amp;amp;#233; ogni abitante ha qualcosa da raccontare sul conflitto del &amp;#39;91.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/croazia/diario_di_viaggio_croazia_2752.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Un giro in Istria&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>CROAZIA</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 12:18:45 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/croazia/diario_di_viaggio_croazia_2752.ashx</guid></item><item><title>La surreale Cappadocia, Konya, Uchisar, Cappadocia</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/turchia/diario_di_viaggio_turchia_2712.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/turchia/diario_di_viaggio_turchia_2712.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2712/21716.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;TURCHIA, Medio Oriente&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attraversiamo l’altopiano anatolico centrale, il cuore della Turchia, coperto da distese di campi di frumento contornate da lunghe ed alte file di pioppi. Percorrendo strade secondarie, scopriremo citt&amp;amp;#224; addormentate, lontane dall’occidentalizzazione, dove apprezzeremo appieno la cultura islamica. 
Alla maniera delle carovane dei tempi passati, anche noi ci fermiamo nei caravanserragli per spezzare le lunghe ore di viaggio. I caravanserragli erano i posti di ristoro dei mercanti e viandanti, una sorta d’autogrill del tempo. Oggi molti sono abbandonati, altri sono stati restaurati e, tra tutti, il pi&amp;amp;#249; bello &amp;amp;#232; senz’altro quello di &amp;amp;quot;Sultanhani&amp;amp;quot;, che incontrerete 95 chilometri dopo la citt&amp;amp;#224; di Konya. Quando sostiamo, anche in posti che riteniamo isolati, frotte di bambini compaiono dal nulla per chiederci piccoli doni, soprattutto penne e quaderni. Riusciamo ad accontentarli grazie alle scorte opportunamente preparate su informazioni ricevute da precedenti viaggiatori. Nei piccoli paesini ci stupiamo nel vedere gli uomini che incontrandosi si salutano dandosi, come noi, la mano per poi mantenerla fino a discussione terminata, o vedere due giovani ragazzi camminare per mano, come una coppia di innamorati. Non bisogna meravigliarsi di questo comportamento, in Turchia &amp;amp;#232; segno di grande amicizia e rispetto. E le donne? Qua e l&amp;amp;#224; s’incontrano gruppi di signore non solo con lo chador, il velo che portano sul capo, ma, anche con il viso coperto. Siamo sorpresi perch&amp;amp;#233; non pensavamo di incontrarne nell’ormai occidentalizzata Turchia. 

A Konya, citt&amp;amp;#224; dei dervisci ruotanti, ci imbattiamo nella spiritualit&amp;amp;#224; islamica visitando il Mausoleo di Mevlana, inconfondibile per via della sontuosa e troneggiante cupola di smeraldo verde. Mevlana, il pi&amp;amp;#249; grande poeta mistico dell’Islam, qui sepolto, rende il luogo importante meta di pellegrinaggio. A piedi scalzi e le ragazze rispettosamente a capo coperto, ci confondiamo tra i pellegrini e rendiamo anche noi omaggio al poeta Mevlana accompagnati da una musica devozionale e nel pi&amp;amp;#249; rigoroso silenzio. Da non escludere, nella visita al Mausoleo, &amp;amp;#232; la stanza attigua dove si possono apprezzare le raffigurazioni in miniatura dei molteplici corani, ivi custoditi, in apposite teche: fini, eleganti e di pregiata fattura artistica sono degli autentici capolavori.
Sar&amp;amp;#224; un gran rammarico non riuscire a vedere i monaci dervisci esibirsi nella loro mistica danza rotatoria, famosa in tutto il mondo, che simboleggia il desiderio di volersi staccare dal suolo e liberarsi per aria, fino in cielo. I dervisci eseguono il rituale solo nei giorni in cui si commemora Mevlana, cos&amp;amp;#236; dobbiamo accontentarci di sentire soltanto le pur belle melodie che vengono intonate durante le danze.
Enormi oppure piccoli, dai toni vivaci o tenui, semplici o decorati, da preghiera o per uso domestico, di seta, di lana, di cotone o kilim… i &amp;amp;quot;tappeti&amp;amp;quot; sono gli indiscussi protagonisti della vita quotidiana turca, in particolar modo a Konya. A trecentosessanta gradi non si vedono che botteghe e magazzini all’interno dei quali uomini, donne ed anche, purtroppo, tanti bambini sono impegnati al telaio, nella lavorazione dei tappeti. Immancabile, poi, durante le contrattazioni, il t&amp;amp;#232; all’aroma di mela offerto a tutti i potenziali acquirenti.

L’indomani lasciamo Konya e il nostro viaggio prosegue per la mitica Cappadocia, quell’area intorno alla citt&amp;amp;#224; di Urgup che riserva un paesaggio fiabesco e surreale, unico al mondo, generatosi milioni di anni fa da violente eruzioni che ricoprirono l’intero altipiano di lava, cenere e fango. In seguito, questo materiale si pietrific&amp;amp;#242; in maniera non omogenea. A modellarlo &amp;amp;#232; stata l’azione combinata dei venti e delle piogge che lo hanno eroso creando stupefacenti canyon, burroni, pinnacoli, coni, ecc., ecc. Il tutto coronato da inimmaginabili citt&amp;amp;#224; sotterranee (Derinkuyu), chiese rupestri (Goreme) e fortezze (Ortahisar e Uchisar).
La base delle nostre escursioni sar&amp;amp;#224; un albergo, ai piedi della fortezza di Uchisar, una costruzione letteralmente immersa nella natura, tanto da confondersi con l’ambiente circostante. Il giorno del nostro arrivo assistiamo, dall’alto della cima della &amp;amp;quot;Fortezza di Uchisar&amp;amp;quot;, al rito quotidiano del tramonto. Il sole calante ammanta di una luce dorata e rosea l’intera regione. Sarebbe imperdonabile perdersi questo meraviglioso spettacolo. Il giorno dopo, il nostro giro inizia dall’isolata valle di Ihlara dove una gigantesca crepa del terreno forma un profondo canyon che, a dire il vero, noi visitiamo per ripararci dal caldo torrido, attirati pi&amp;amp;#249; dall’ombra delle sue alte pareti che non per la sua bellezza. A proposito del tempo, pu&amp;amp;#242; sembrare incredibile, ma durante i due giorni di nostra permanenza in Cappadocia, nel primo abbiamo sofferto il caldo, nel secondo, forse, esagereremo se affermassimo che abbiamo sentito freddo, in ogni caso, la temperatura &amp;amp;#232; scesa a 15&amp;amp;#176;C, precisamente, di ben 20&amp;amp;#176;C. 
Dopo la valle di Ihlara &amp;amp;#232; il turno di una affascinante visita alla citt&amp;amp;#224; sotterranea di &amp;amp;quot;Yeralti Sehri&amp;amp;quot;, a Derinkuyu, che &amp;amp;#232; soltanto una delle tante che vi sono nella zona. Queste citt&amp;amp;#224;, le cui strade sono dei veri e propri cunicoli, per intenderci sul modello di quello delle miniere, avevano depositi per il grano, stalle, camere da letto, cucine, condutture d’acqua e aria, come tuttora si pu&amp;amp;#242; ancora constatare e facilmente visitare grazie anche ad un ottima illuminazione. Si sono perfettamente conservate e non poteva essere altrimenti data la loro celata esistenza. Furono utilizzate dai cristiani nel VII secolo per sfuggire alle persecuzioni, ma le origini sono ben pi&amp;amp;#249; antiche. I Cristiani rifugiandosi in queste citt&amp;amp;#224; nascoste evitarono cos&amp;amp;#236; il conflitto iconoclastico con Bisanzio. La citt&amp;amp;#224; sotterranea di &amp;amp;quot;Yeralti Sehri&amp;amp;quot; di Derinkuyu &amp;amp;#232; inimmaginabile! Quanti riuscirebbero a pensare ad una citt&amp;amp;#224;, di ben otto piani, scavata nelle viscere della terra, pi&amp;amp;#249; di mille anni fa?
Prima di rientrare nell’albergo, per un sospirato bagno in piscina, andiamo alla fortezza rupestre di Ortahisar. Salendo, attraverso i vari fori della roccia, si possono ammirare favolosi scorci prima ancora dello spettacolare panorama godibile dalla cima, sulla quale sventola ancora, come un tempo, la bandiera turca.
L’indomani ci alziamo di buon mattino per ammirare, questa volta, il sorgere del sole dal belvedere della &amp;amp;quot;Valle dei Camini di Fata&amp;amp;quot;, il posto pi&amp;amp;#249; incredibile di tutta la Cappadocia, un insieme confuso e caotico di rocce a forma di cono e pinnacoli, una miriade di obelischi in pietra. La Valle si apre proprio sul fianco della strada, tra Cavusin e Zelve, e sembra davvero di essere finiti in una favola tanto &amp;amp;#232; fiabesco il luogo. Nel corso della giornata vedremo anche Zelve, le cui abitazioni scavate nella roccia si mescolano cos&amp;amp;#236; armoniosamente con il paesaggio da farne una di quelle rare aree al mondo dove l’opera dell’uomo pare un tutt’uno con la natura. Al di fuori del sito archeologico di Zelve, nei paraggi del villaggio &amp;amp;#232; facile vedere alcune di queste abitazioni, definite a ragion veduta troglodite, ancor oggi abitate. Nei pressi di Cavusin, poi, s’incontrano delle rocce che parrebbero delle gigantesche meringhe se non fosse per la mancanza della panna. Giungiamo infine al &amp;amp;quot;Museo all’aria aperta di Goreme&amp;amp;quot; un complesso monastico di chiese e cappelle rupestri risalenti al X e XIII secolo, ossia in pieno periodo bizantino e selgiuchide. Gli affreschi conservati all’interno sono splendidi. Anche qui, come in precedenza, chi avrebbe mai detto che all’interno di queste grosse rocce coniche si nascondessero insospettate e stupefacenti chiese rupestri? A Goreme ci sono, addirittura, dei ristoranti scavati nella roccia ad esclusiva riserva dei turisti.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/turchia/diario_di_viaggio_turchia_2712.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;La surreale Cappadocia&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>TURCHIA</category><pubDate>Mon, 08 Jan 2007 18:52:11 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/medio oriente/turchia/diario_di_viaggio_turchia_2712.ashx</guid></item><item><title>Boemia e Moravia in camper , Praga, Brno, Hradec Kralove , Boemia, Moravia</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/repubblica ceca/diario_di_viaggio_repubblica ceca_2751.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/repubblica ceca/diario_di_viaggio_repubblica ceca_2751.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2751/22206.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;REPUBBLICA CECA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le terre ceche, ovvero le storiche regioni della Boemia e Moravia, offrono molto pi&amp;amp;#249; di quanto ci s’aspetta, basta lasciarsi tentare e si rester&amp;amp;#224; affascinati dalla loro bellezza. Praga. Quando i cigni scivolano sull’ampio corso della Moldava, sui riflessi increspati di torri e cupole, o quando veli di nebbia si tendono tra i sette colli come drappi, perforati dalle guglie e dai campanili, sai di essere a Praga, la citt&amp;amp;#224; del mistero.
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/repubblica ceca/diario_di_viaggio_repubblica ceca_2751.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Boemia e Moravia in camper &lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>REPUBBLICA CECA</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 12:14:58 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/repubblica ceca/diario_di_viaggio_repubblica ceca_2751.ashx</guid></item><item><title>Il principato della famiglia Grimaldi, Montecarlo</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/monaco/diario_di_viaggio_monaco_2763.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/monaco/diario_di_viaggio_monaco_2763.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2763/22093.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;MONACO, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Montecarlo, capitale del minuscolo stato sovrano (appena 1,95 kmq), regno della famiglia Grimaldi, per assistere al cambio della guardia davanti al Palais du Prince, per visitare il museo oceanografico e delle cere, passeggiare sul molo, tra favolosi yacht ormeggiati in porto, andar per vetrine delle vie del centro e, quando cala la notte, tentare la sorte al Casin&amp;amp;#242;.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/monaco/diario_di_viaggio_monaco_2763.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Il principato della famiglia Grimaldi&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>MONACO</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 13:20:41 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/monaco/diario_di_viaggio_monaco_2763.ashx</guid></item><item><title>Isole Ionie: Corf&amp;#249; e Paxos , Mirtiotisa, Isole Ionie</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/grecia/diario_di_viaggio_grecia_2757.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/grecia/diario_di_viaggio_grecia_2757.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2757/22085.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;GRECIA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Un verde paradiso in mezzo al mare” cos&amp;amp;#236; &amp;amp;#232; definita Corf&amp;amp;#249;, la pi&amp;amp;#249; settentrionale delle isole del Mar Ionio, una delle pi&amp;amp;#249; belle di tutta la Grecia e, poi, l’incantevole isoletta di Paxos a sole 7,5 miglia nautiche, a sud di Corf&amp;amp;#249;.
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/grecia/diario_di_viaggio_grecia_2757.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Isole Ionie: Corfù e Paxos &lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>GRECIA</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 12:51:22 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/grecia/diario_di_viaggio_grecia_2757.ashx</guid></item><item><title>Un  week-end a Copenaghen, Copenaghen</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/danimarca/diario_di_viaggio_danimarca_2753.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/danimarca/diario_di_viaggio_danimarca_2753.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2753/22083.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;DANIMARCA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un week – end a Copenaghen, la pi&amp;amp;#249; grande e cosmopolita delle capitali scandinave.
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/danimarca/diario_di_viaggio_danimarca_2753.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Un  week-end a Copenaghen&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>DANIMARCA</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 12:22:23 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/danimarca/diario_di_viaggio_danimarca_2753.ashx</guid></item><item><title>Paesaggi forti, Isole Lofoten e Vesteralen, Narvik, Trondheim, Sognefjorden, Bergen, Stavanger, Oslo</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/norvegia/diario_di_viaggio_norvegia_2723.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/norvegia/diario_di_viaggio_norvegia_2723.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2723/21753.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;NORVEGIA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nostro viaggio in Norvegia inizia da Andenes e si conclude ad Oslo. Andenes &amp;amp;#232; la citt&amp;amp;#224; pi&amp;amp;#249; a nord dell’isola di Andoy, nell’arcipelago delle Vesteralen, da qui scenderemo verso sud con differenti mezzi di trasporto, dapprima in automobile, poi, in treno, in traghetto e persino a piedi. 
Nei febbrili giorni antecedenti la partenza ci si rassicurava, vicendevolmente, sulla destinazione scelta. 
&amp;amp;quot;Troveremo bel tempo?&amp;amp;quot; &amp;amp;quot;Soffriremo il freddo? Ci ripetevamo fino alla noia queste ed altre domande. Come in tutti i viaggi ci voleva un po’ di fortuna e proprio nella sorte confidavo - avendo io spinto, pi&amp;amp;#249; di altri, per andare in Norvegia - e cos&amp;amp;#236; rassicuravo il gruppo che avremmo addirittura evitato la pioggia di Bergen, la citt&amp;amp;#224; pi&amp;amp;#249; piovosa al mondo. E invece…
I tre giorni di soggiorno a Bergen saranno funestati da 72 ore di pioggia ininterrotta, ben oltre ad ogni peggiore previsione, per non parlare delle nebbie del nord, tali e quali a quelle della nostra pianura padana, eppure quali e quanti sensi risveglia la poderosa natura norvegese con i suoi paesaggi forti.
Giunti a casa, chi pi&amp;amp;#249; chi meno, tutti eravamo entusiasti dell’esperienza di viaggio vissuta. Personalmente la Norvegia &amp;amp;#232; stata la nazione che ha fatto nascere in me un piccolo viaggiatore.
Paesaggi, ma non solo, sorprende anche la gente. I Norvegesi hanno un inaspettato cuore caldo a dispetto delle temperature e di quel che si pensa. S&amp;amp;#236;, forse, difficili da avvicinare, diffidenti verso il turista, ma soltanto all’inizio. A tal proposito mi riaffiora il ricordo di un intero pomeriggio trascorso in un pub di Andenes con il morale a terra per le avverse condizioni atmosferiche. Dovevamo salpare dal porticciolo per un’escursione in mare ad osservare da vicino le balene, ma la nebbia lo impedisce e, quel che &amp;amp;#232; peggio, le previsioni meteorologiche per la settimana sono bruttissime. Chiediamo informazioni in svariati posti sperando che qualcuno, almeno qualcuno, non ci sconsigli di partire verso la meta del nostro viaggio: &amp;amp;quot;Capo Nord&amp;amp;quot;, l’incanto del sole che non scende mai sotto la linea dell’orizzonte, il cosiddetto &amp;amp;quot;sole di mezzanotte.&amp;amp;quot; L’ufficio del turismo, la stazione della polizia, il capitano del porto, il responsabile del pub, un’agenzia di viaggi, da tutti abbiamo un’unica identica e amara risposta: non andate troverete brutto tempo.

Sfumato l’obiettivo del viaggio, passiamo l’intero pomeriggio in un pub a ristudiare l’itinerario. Siamo poco sotto al 70&amp;amp;#176; parallelo nord, fa freddo, c’&amp;amp;#232; nebbia e pioviggina, ma tra infinite e inconcludenti discussioni conosciamo alcuni giovani del posto. La simpatia ci fa’ dimenticare il brutto tempo e Capo Nord. Cos&amp;amp;#236;, ad Andenes, inizia il nostro viaggio. 
Nei giorni seguenti usufruiamo della loro compagnia per esplorare gli arcipelaghi delle Vester&amp;amp;#229;len e delle Lofoten e alla fine si riveleranno delle impareggiabili guide. In queste isole sembra davvero di essere in un paese delle favole, sar&amp;amp;#224; per la nebbia, sar&amp;amp;#224; per le storie raccontateci dai nostri compagni, chiss&amp;amp;#224;…, ma sembrano posti creati per sognare, luoghi da favola.

Quando lasciamo le isole il viaggio riserva, finalmente, belle giornate di sole. Percorriamo quella parte di paesaggio che pi&amp;amp;#249; di tutte s’identifica con la Norvegia, ossia i fiordi. Sono centinaia, piccoli e grandi, e s’insinuano per migliaia di metri dal mare aperto fino ai monti. Un’immagine rimarr&amp;amp;#224; indelebile se visiterete la Norvegia: le cime innevate che contrastano con il blu del mare, cos&amp;amp;#236; come certamente non dimenticherete la freschezza e di purezza dell’aria. Percorriamo strade che sono un susseguirsi di curve e repentini cambi di pendenze, saliamo e sbarchiamo di continuo da lenti traghetti, mezzi di cui non si pu&amp;amp;#242; fare meno per attraversare i fiordi, accorciando tragitto e tempi. Dai traghetti la visione dei fiordi &amp;amp;#232; anche migliore che non dalla strada. Possenti cascate ci accompagnano per tutto il percorso. Siamo in treno quando vediamo una linea bianca correre lungo i prati verdi. Si tratta di pietre colorate di bianco poste in fila, una dopo l’altra, opportunamente messe ad indicare il 66&amp;amp;#176;33’ di latitudine nord, ossia il circolare polare artico. Ci dicono che sul treno che proviene dalla parte opposta cio&amp;amp;#232; da sud verso nord viene anche rilasciato un certificato che attesta il passaggio del circolo polare. Tra un fiordo e l’altro e chilometro dopo chilometro giungiamo a Bergen. 

Dopo giorni di bel tempo ci aspettano tre giorni di pioggia fitta e continua, ma la citt&amp;amp;#224; si rivela lo stesso entusiasmante. E’ curioso osservare come tutta la gente, grandi e bambini, girino senza ombrello nonostante la pioggia battente, indossando semplicemente incerate o k-way e stivali di gomma di tutti i colori che rendono particolarmente ridicoli alcune donne e uomini d’affari. Da non perdere il mercato del pesce sul molo, le case di legno e le strette viuzze del centro.
Prima di arrivare ad Oslo &amp;amp;#232; d’obbligo fermarsi al &amp;amp;quot;Preikestolen&amp;amp;quot;, in altre parole il Pulpito. Dall’alto dei suoi 604 metri si ha un panorama grandioso sullo stretto fiordo di Lysefjord. Siamo fortunati, la giornata &amp;amp;#232; stupenda e limpida a tal punto da permetterci di vedere persino il mare aperto. Lungo la camminata, di due ore circa, necessaria per raggiungerne la sommit&amp;amp;#224; si aprono viste magnifiche. Come gi&amp;amp;#224; ho osservavo, questo &amp;amp;#232; quanto uno si aspetta dalla terra dei vichinghi, una natura padrona e assoluta! 

Ma &amp;amp;#232; un altro l’aspetto che mi ha colpito della Norvegia. La gente che &amp;amp;#232; riuscita ha trasmettermi la sensazione di far parte della loro terra, di far parte di quella natura eccezionale. Visitare la Norvegia &amp;amp;#232; anche incontrare un popolo orgoglioso e fiero della sua storia, della sua terra. Si potr&amp;amp;#224; obiettare: e chi non lo &amp;amp;#232;? La differenza sostanziale e che per la gente di Norvegia la loro terra &amp;amp;#232; la loro casa, il rispetto per la natura &amp;amp;#232; totale. Nessun norvegese non butterebbe mai della spazzatura per terra in quanto la natura &amp;amp;#232; la loro casa. Noi italiani rispettiamo la nostra casa e mai ci sogneremo di buttare dell’immondizia sul pavimento, mentre diversamente ci comportiamo, che so, in spiaggia o in montagna. Se buttate della carta per terra in Norvegia sar&amp;amp;#224; come se la buttaste in casa di un norvegese. Siete avvertiti.
Il popolo norvegese &amp;amp;#232; a torto creduto freddo e inospitale. La gente &amp;amp;#232;, invece, affabile. Ne sono un’inconfutabile prova la condivisione vera e sentita per il mal tempo incontrato negli arcipelaghi, gli amici di Andenes, l’ospitalit&amp;amp;#224; ricevuta da una famiglia e dal villaggio intero di cui siamo stati ospiti. 

In un villaggio sul fiordo di Boknafjorden, immersi nella natura, accecati dal verde brillante abbiamo scoperto  l’insospettata cordialit&amp;amp;#224; del popolo norvegese. Gli sguardi penetranti di un’umanit&amp;amp;#224; che vive per met&amp;amp;#224; dell’anno con una natura ostile, che tuttavia ama. Qui non siamo stati solo ospiti, ma parte integrante della piccola comunit&amp;amp;#224; di pescatori. Quanti indimenticabili flash: i dolci visi dei bambini, le bellissime ragazze che vendevano il pesce, giovani e anziani impegnati a pescare, persone che porteremo sempre nei nostri ricordi.

Infine, Oslo. Il viaggio volge sta per finire. Oslo la capitale norvegese &amp;amp;#232; allo stesso tempo una metropoli e una landa selvaggia: grattacieli, night club, negozi di ogni genere, ma anche boschi, aria pulita e una vita balneare che non ha nulla da invidiare al Mediterraneo. Non credevo di trovare immacolate spiagge di sabbia, di vedere la gente fare il bagno e prendere il sole ad Oslo, in pieno Mar del Nord.
Norvegia, paesaggi forti, dunque, montagne dai fianchi ripidi lungo i bellissimi fiordi, cascate potenti e fragorose, ghiacciai maestosi, vasti altipiani, verdi vallate, aria pura, gente aperta e gentile…&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/norvegia/diario_di_viaggio_norvegia_2723.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;Paesaggi forti&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>NORVEGIA</category><pubDate>Tue, 09 Jan 2007 12:03:28 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/norvegia/diario_di_viaggio_norvegia_2723.ashx</guid></item><item><title>L&amp;#39;altra Svezia, Stoccolma,  Boden</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/svezia/diario_di_viaggio_svezia_2758.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/svezia/diario_di_viaggio_svezia_2758.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2758/22078.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;SVEZIA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo Stoccolma, situata in una bella posizione geografica, con le sue eleganti architetture e l’interessante citt&amp;amp;#224; vecchia, ci ritroviamo immersi nella natura, oltre il circolo polare artico, nel Norrland, in una delle aree naturali pi&amp;amp;#249; selvagge d’Europa. Specificatamente nella leggendaria Lapponia, accompagnati dall’onnipresente sole di mezzanotte.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/svezia/diario_di_viaggio_svezia_2758.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;L'altra Svezia&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>SVEZIA</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 12:59:06 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/svezia/diario_di_viaggio_svezia_2758.ashx</guid></item><item><title>In treno tra meravigliosi paesaggi lacustri., Helsinki, Savonlinna, Joensuu, Ilomantsi, Oulu, Tornio</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/finlandia/diario_di_viaggio_finlandia_2754.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/finlandia/diario_di_viaggio_finlandia_2754.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2754/22069.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;FINLANDIA, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il paese dei laghi &amp;amp;#232; simbolicamente rappresentato dalla croce della sua bandiera dove il blu rappresenta i laghi, mentre il bianco la neve dei lunghi inverni.
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/finlandia/diario_di_viaggio_finlandia_2754.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;In treno tra meravigliosi paesaggi lacustri.&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>FINLANDIA</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 12:26:21 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/finlandia/diario_di_viaggio_finlandia_2754.ashx</guid></item><item><title>La capitale del Cristianesimo, Vaticano</title><link>http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/citta' del vaticano/diario_di_viaggio_citta' del vaticano_2761.ashx</link><description>&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/citta' del vaticano/diario_di_viaggio_citta' del vaticano_2761.ashx"&gt;&lt;img src="http://www.viaggiscoop.it/foto/1148/2761/22060.jpg" style="float:left;margin:0 10px 10px 0" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;CITTA&amp;#39; DEL VATICANO, Europa&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa Pietra edificher&amp;amp;#242; la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te dar&amp;amp;#242; le chiavi del regno dei cieli, e tutto ci&amp;amp;#242; che scioglierai sulla terra sar&amp;amp;#224; sciolto nei cieli&amp;amp;quot; (Mt XVI, 18 - 19).
Con queste parole Ges&amp;amp;#249; avrebbe affidato il compito di guidare la chiesa a San Pietro. 

La Citt&amp;amp;#224; del Vaticano, chiusa nelle cinta delle mura Leonine, con una superficie di appena quarantaquattro ettari, &amp;amp;#232; il pi&amp;amp;#249; piccolo stato del mondo. Sorge nel bel mezzo di Roma, sulla riva destra del Tevere, ed &amp;amp;#232; sede dal 1377 del Papa e della Curia Pontificia, che per effetto dei patti Lateranensi &amp;amp;#232; stata eretta l&amp;#39;11 febbraio 1929 in Stato autonomo sotto la sovranit&amp;amp;#224; della Santa Sede. L&amp;#39;organo supremo &amp;amp;#232; il Papa che ha la pienezza dei poteri.

- IL SANTO PADRE, il romano Pontefice, quale successore di Pietro, &amp;amp;#232; il perpetuo e visibile principio e fondamento dell&amp;#39;unit&amp;amp;#224; sia dei vescovi sia della massa dei fedeli.
Nell&amp;#39;esercizio della sua suprema, piena ed immediata potest&amp;amp;#224; sopra tutta la Chiesa, il romano Pontefice si avvale dei dicasteri della curia romana, che perci&amp;amp;#242; compiono il loro lavoro nel suo nome e nella sua autorit&amp;amp;#224;, a vantaggio delle Chiese e al servizio dei sacri pastori. - 
I cittadini sono i cardinali di curia e tutte quelle persone che risiedono stabilmente nello Stato della Citt&amp;amp;#224; del Vaticano.
La nostra visita, di solo un giorno, &amp;amp;#232; sufficiente a condurci nel cuore della Citt&amp;amp;#224; di Pietro, e ce ne svela l&amp;#39;alto valore storico, artistico e spirituale La basilica di San Pietro con gli annessi Palazzi Apostolici, ed altri edifici minori, copre complessivamente un terzo dell&amp;#39;area totale dello Stato, mentre il resto &amp;amp;#232; occupato dai prestigiosi giardini.
Non si pu&amp;amp;#242; restare affascinati nel contemplare dall&amp;#39;esterno la Basilica di San Pietro e i Palazzi Apostolici, fermarsi incantati ad ammirare, a testa in su, gli affreschi con storie della vita di Cristo e di Mos&amp;amp;#232;, il giudizio universale della Cappella Sistina di Michelangelo e le Stanze di Raffaello. Dopo tanta arte non c&amp;#39;&amp;amp;#232; di meglio di una passeggiata senza tempo nella verde oasi di pace dei Giardini Vaticani, tra fontane e piante uniche, ricche di aneddoti e curiosit&amp;amp;#224; sulla storia del Vaticano.
Infine, anche noi, come gli altri pellegrini, non esitiamo dal farci fotografare con i soldati Svizzeri, che montano la guardia agli ingressi del Vaticano. 
Bisogna risalire al tempo del Rinascimento per capire la presenza dei soldati Svizzeri in Vaticano. Motivi di invasione spinsero Papa Giulio II a far venire a Roma i mercenari svizzeri, all&amp;#39;epoca ritenuti invincibili. Costoro giurarono fedelt&amp;amp;#224; al papa iI 22 gennaio 1506 e questa &amp;amp;#232; la data di nascita ufficiale della Guardia Svizzera Pontificia. Quel giorno, un gruppo di centocinquanta mercenari svizzeri, al comando del capitano Kaspar von Silenen, entrarono attraverso Porta del Popolo per la prima volta in Vaticano, dove furono benedetti da Papa Giulio II. 
Scattata la foto di rito, usciamo dalla Citt&amp;amp;#224; del Vaticano per far rientro in Italia.&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/citta' del vaticano/diario_di_viaggio_citta' del vaticano_2761.ashx"&gt;Clicca qui&lt;/a&gt; per vedere le altre foto e il diario del viaggio &lt;em&gt;La capitale del Cristianesimo&lt;/em&gt; di &lt;a href="http://www.viaggiscoop.it/viaggiutente.aspx?idU=1148&amp;user=adrimavi"&gt;adrimavi&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><dc:creator>adrimavi</dc:creator><category>CITTA' DEL VATICANO</category><pubDate>Thu, 11 Jan 2007 13:14:34 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">http://www.viaggiscoop.it/diari_di_viaggio/europa/citta' del vaticano/diario_di_viaggio_citta' del vaticano_2761.ashx</guid></item></channel></rss>